“Cercando Tracce di Vita nell’Universo” – edizione unificata dei carnevali scientifici a supporto del IV convegno dell’IAA di San Marino

Il “lato chimico” dell’edizione speciale unificata dei carnevali scientifici della Chimica e della Fisica
in occasione del IV congresso dell’International Academy of Astronautics (IAA)
sul tema “Cercando Tracce di Vita nell’Universo” – Repubblica di San Marino, 25-28 settembre 2012.

I contenuti a carattere prevalentemente fisico e/o astronomico della stessa edizione unificata
ono invece ospitati da Scientificando nel #35 Carnevale della Fisica.

carnevali-scientifici-unificati

Ci sono momenti nella storia dell’uomo nei quali le cose intorno a lui cambiano con tale velocità, o cambiano su piani di conoscenza tali, per cui quando a distanza di anni acquistiamo all’improvviso la consapevolezza del cambiamento – talvolta addirittura radicale – dalle condizioni e dalle convinzioni della nostra infanzia, ci chiediamo sconcertati dove fossimo stati nel frattempo, a cosa stessimo pensando.   E’ successo così con tante grandi scoperte ed invenzioni del passato, che sono state avvertite dalla popolazione solo nel momento in cui si sono presentate loro sul posto di lavoro, sotto forma di nuove macchine, oppure a supporto dell’attività domestica, ma anche in forma di consapevolezze nuove: fino ad una certa generazione era stato il buon Dio a crearci, uomini e donne già bell’e pronti, mentre dalla generazione successiva eravamo tutti i pronipoti di uno scimmione che camminava incertamente su due gambe.

270px-AntaresQualcosa sta capitando anche ora – senza che neppure ce ne accorgiamo, presi dal vortice della nostra quotidianità – nella consapevolezza con la quale l’uomo sta iniziando a guardare al mistero della vita.
Insieme al microscopio, con il quale da decenni la segue a livello di cellule, ora ha imparato che anche il telescopio potrebbe aiutarci a rispondere ai quesiti che da sempre ci poniamo: da dove veniamo? che cos’è la vita? e siamo da soli in questo universo?
In fondo, stiamo tornando un po’ a guardare le stelle con lo spirito degli Antichi: non soltanto come ammassi di materia soggetta alle leggi della fisica, ma come una possibile casa, assolutamente densa di significati.  Dalla quale veniamo, andremo, cercheremo e troveremo notizie, e forse un giorno anche un messaggio lasciato per noi.

 

ACCETTARE O NON ACCETTARE L’INCARICO?

Quando diversi mesi or sono è stato chiesto all’associazione culturale che ho l’onore (leggasi: incombenza) di presiedere di formalizzare l’accordo di collaborazione con il Convention & Visitors Bureau della Repubblica di San Marino per il supporto scientifico-divulgativo e promozionale al IV congresso dell’International Academy of Astronautics, ammetto di essere stato un tantino perplesso e sul punto di declinare l’invito.
International Academy of AstronauticsPer quanto non conoscessi ancora la realtà e la storia dell’IAA, sulla quale ho avuto modo di documentarmi in seguito – a questo proposito suggerisco del nostro blogger Paolo Gifh “Uno sguardo sull’IAA”, che sul blog DivulgazioneChimica riprende la storia, le attività e gli obiettivi dell’organizzazione, fino ai tre precedenti meeting internazionali – sapevo che di fatto al centro dell’interesse del congresso vi era il progetto SETI, tradotto dall’acronimo Ricerca di Segnali di Vita Intelligenti.
seti Home - software elaborazione datiCerco per un momento di andare oltre ai ricordi sfocati del film Contact e provo a fare mente locale: mi sovviene l’estensione ed il successo del progetti SETI Home, che ha consentito a milioni di privati, non addetti ai lavori ma pure molto motivati, in tutto il mondo, non soltanto di fornire il loro contributo (per una volta tanto non di natura economica come chiedono tutti!) ad un progetto di ricerca così poco sostenuto dai finanziamenti pubblici, ma anche semplicemente – o forse dovrei dire soprattutto – di conoscere la realtà del SETI e di appassionarsi ad essa.
Poi come facciamo tutti, ho aperto la pagine di Wikipedia alla voce “SETI” ed ho iniziato a leggere. E qui ho avvertito un campanello di allarme: il progetto SETI sembrava essere tutt’altro che ben visto dalla comunità scientifica internazionale, che lo tacciava di essere in sé stesso addirittura “poco scientifico”, rifacendosi alle istanze epistemologiche dei grandi classici della filosofia della scienza.
Per una giovane associazione culturale che ha come primo obiettivo la credibilità del suo intervento a favore della diffusione della cultura scientifica, ed in particolare della chimica, questo poteva rappresentare un imperdonabile passo falso, una di quelle mosse incaute che ci porta ad esporre il fianco agli attacchi più spietati delle critiche, sia sul piano mediatico che su quello – per certi versi ancora più importante – degli amici e colleghi blogger, molti dei quali hanno scelto finora di sostenere i progetti della nostra associazione.

Alla fine però ho scelto di accettare, ed i motivi di questa scelta sono stati così numerosi da farmi dimenticare del tutto le perplessità iniziali. Non voglio stare qui ad elencarli uno per uno in quanto credo che essi sapranno ben emergere da soli nel corso della trattazione che seguirà.

Alla luce di questa premessa non stupirà la constatazione di come non siano pochi gli interventi, in questo Carnevale della Chimica come nel suo gemello fisico, che puntano ad argomentare non tanto i risultati conseguiti, quanto il metodo stesso di indagine del SETI, sia in senso positivo che in senso negativo.
didattica di Scienze della Materia e divulgazione scientifica“I problemi maggiori, che rendono quasi impossibile (non voglio essere categorico, per rispetto ai tanti che ci credono) il contatto con altre civiltà dell’Universo sono quelli temporali e le distanze. Ammettendo che ci siano forme di vita su migliaia di altri pianeti, la probabilità che qualcuna in questi secoli sia al nostro stesso stadio evolutivo è bassissima. È altrettanto bassa la probabilità di incrociare qualche segnale emesso milioni di anni fa. Anche se la probabilità fosse elevata, bisogna considerare la distanza, che è quasi proibitiva per comunicare! Ricordo il racconto “Gli anni luce” della serie “Le cosmicomiche” di Italo Calvino.” – argomenta Carmine de Fusco nell’intervento “Vita si, ma quali forme?” dal suo blog Didattica di Scienze della Materia e Divulgazione Scientifica, pensato soprattutto come strumento didattico per gli studenti degli istituti secondari come ad esempio quello nel quale Carmine insegna, alle porte di Torino – “Però considero affascinante il Progetto di Ricerca di Intelligenze Extraterrestri e, insieme a congressi come questo di San Marino, credo possa stimolare la fantasia e l’interesse per le scienze, soprattutto nei giovani. La probabilità che porti a risultati concreti purtroppo è bassissima, anche perché alle tante difficoltà già accennate se ne aggiunge una certamente di rilievo: queste “intelligenze extraterrestri” hanno, hanno avuto o avranno intenzione di comunicare?”

Parte di una pagina di Ordinatio di Duns Scoto: Pluralitas non est ponenda sine necessitate: “Non considerare la pluralità se non è necessario”

Parte di una pagina di Ordinatio di Duns Scoto: Pluralitas non est ponenda sine necessitate: “Non considerare la pluralità se non è necessario”

Una posizione sostanzialmente diversa sia in funzione della sua prospettiva – quella di un filosofo e giornalista, per quanto da sempre formato sulle discipline scientifiche – che per quanto riguarda le conclusioni, è quella espressa da Paolo Pulcina nel suo articolo “Progetto SETI: ricerca scientifica o solo tanta buona volontà?” pubblicato in chimiCOMPRENDE, il blog “che riflette sulla chimica” sostenuto dall’associazione Chimicare. Passando dal razionalismo critico di Karl Popper al principo logico (del quale qui si sottolinea la datazione medievale) del rasoio di Ockham, senza trascurare naturalmente le considerazioni espresse sul progetto SETI da parte degli stessi Thomas Kuhn e Carl Sagan, Paolo giunge infine alla conclusione che sì, “[…] il progetto SETI, per la ricerca dell’intelligenza extraterrestre, non sia da catalogare come protocollo pseudoscientifico ma scientifico a tutti gli effetti”. In realtà, superato lo scolgio della “provocazione” intellettuale lanciata dai suddetti pensatori – che non poteva di certo essere lasciata sul tappeto da parte del nostro filosofo, Paolo prosegue, con grande pragmatismo: “Per sua stessa auto-conoscenza, il SETI non pretende neppure di essere considerato in sé “una scienza”, ma semplicemente un “metodo di indagine”, peraltro uno dei pochissimi praticabili, fino a pochissimo tempo fa, nell’ambito di una branca così aleatoria come la ricerca della vita intelligente extraterrestre. In effetti, se ci pensiamo bene, il raggiungimento di tale obiettivo, valutando l’esistenza e l’eventuale ubicazione di civiltà extraterrestri, può svolgersi bene inviando messaggi da parte nostra, sperando che qualcuno risponda, dando così prova di coscienza, intelligenza, razionalità. Sarebbe ben più complicato limitarci alla pura osservazione dello spazio: scandagliarlo tutto crediamo sia un’impresa piuttosto faticosa […]”

 

L’INCERTEZZA GIA’ NEI TERMINI

radiotelescopiSearch for Extra-Terrestrial Intelligence (Ricerca di Intelligenza Extraterrestre), o anche il semplice tema di questo congresso: “Cercando Tracce di Vita nell’Universo”: credo di non essermi mai rapportato ad espressioni i cui “gradi di libertà” di interpretazione siano così molteplici, non soltanto in funzione delle declinazioni oggi potenzialmente possibili ai quesiti che queste espressioni sottendono, insieme alle speculazioni sulla altrettanto possibili risposte a questi quesiti, bensì ai termini stessi utilizzati per costruire queste espressioni.
Ricerca, Intelligenza, Vita… ma non soltanto: anche gli stessi termini Extraterrestre, Tracce, Cercare, Tracce ed Universo sono stati a malapena chiariti in un contesto epistemologico pochi secoli or sono (e nulla vieta che siano nuovamente revisionati in futuro) e già si pretende di volerli utilizzare per tracciare i confini di una ricerca che, se ci fossimo trovati solo qualche secolo indietro e non fossimo ancora incappati nell’inquisizione, si sarebbe tranquillamente potuta definire teologica.
Questo non toglie naturalmente che il linguaggio sia per noi (chissà per “gli altri”?) il media obbligato attraverso i quali condividere le idee. Ben lungi dal suggerire l’assurdità di evitare di parlare di quanto intendiamo studiare, fino a cadere nel paradosso di talune religioni che vietano di nominare il nome del loro Dio, ma ben lungi anche dal suggerire termini o espressioni alternative, vorrei però richiamare la vostra attenzione sul semplice fatto di come da ognuno dei termini sopra evidenziati si possa aprire un intero dibattito.
E diversi degli articoli che hanno partecipato a questo Carnevale della Chimica, ed al suo fratello gemello omozigote per argomento – il Carnevale della Fisica – dimostrano proprio la necessità di effettuare un responsabile passo indietro, suggerendo altrettanti dubbi costruttivi non tanto sull’opportunità di proseguire con le ricerche di tracce di vita extraterrestri e parallelamente di quelle intelligenti in grado di comunicare con noi, bensì di sottrarsi a quella tentazione antropocentrica (o di un Terra-biologismo quasi tolemaico) che rischierebbe di lasciarci sfuggire ciò che per l’appunto non stiamo cercando.
Un po’ come diceva Primo Levi riguardo al cercare funghi nel bosco: se quello che stiamo cercando sono appunto i funghi, ben difficilmente ci accorgeremo che proprio lì, sul nostro cammino, c’è qualcos’altro di ancora più interessante, come ad esempio un banconota di grosso taglio.

 

Sono diversi gli articoli di questo Carnevale della Chimica che si muovono proprio in questo senso, ovvero dalla necessità di ampliare alcune (o forse tutte) le vedute, proprio a partire da termini quali Vita, Intelligenza, Extraterrestre e Ricerca, spesso concepiti dagli stessi scienziati in un senso che – per chi non si trova con un telescopio o uno spettroscopio alla mano – potrebbero apparire così restrittivo al limite della miopia intellettuale ma che, sappiamo bene, sono dettati da ragioni di ordine pratico della serie: “Da qualche parte dobbiamo pure iniziare, quindi tanto vale iniziare da cosa intendiamo noi adesso e qui con questi termini”, oppure “Questi sono i mezzi d’indagine che oggi abbiamo ed inventarne altri per ricercare cosa non siamo per niente certi che esista significa denaro e tempo sottratto ad altro”, o anche più semplicemente “La vita come la stiamo cercando noi ha già un esempio comprovato: quella sulla Terra. Le accezioni alternative sono soltanto nel campo delle ipotesi”.

il chimico impertinenteIl dibattito contro quello che da più parti è stato definito come “lo sciovinismo del carbonio”, in particolare, risulta essere uno dei temi a carattere chimico più acceso in questo ambito. L’impertinenza costruttiva di Paolo Gifh, che in questo carnevale scientifico unificato è stato certamente il blogger più prolifico, in questo articolo “Ipotesi sulle biochimiche aliene (come diventare antisciovinista)” ha raggiunto livelli tali da portarci in qualche modo a vedere la prossima ricerca di forme di vita extraterrestri (siano esse “in tracce” o “in civiltà”) come una ricerca astrochimica a 360°. Dalla classica ipotesi della chimica “organica” basata su catene di silicio (in realtà molto meno diffuso nell’universo rispetto al carbonio!) si passa all’ipotesi, anch’esse molto visitata anche a livello specialistico, di una biochimica basata su solventi non acquosi ma, per esempio, sull’ammoniaca, o addirittura sull’acido fluoridrico. Come suggerisce inoltre l’autore de “Il Chimico Impertinente” in conclusione del suo articolo, tutt’altro che all’insegna della certezza: “Implicito è anche lo sforzo richiesto per estendere il concetto di forma di vita, per il quale anche lo sciovinismo molecolare diventerebbe superato. Chiudo quotando l’astrofisico Victor J. Stenger, in un universo con proprietà differenti, i nuclei atomici o altre strutture potrebbero assemblarsi in modi decisamente poco familiari, e aggiungerei che ciò non è affatto una eventualità da sottovalutare.”

Tra tutte le incertezze semantiche e gli antropo/terra/carbonio-centrismi, è sicuramente il concetto di Vita quello che sembra raccogliere maggiormente l’interesse dei nostri blogger, insieme a quello di biologia in quanto scienza che studia la vita, tanto da indurmi ad una domanda probabilmente in sé stessa sterile, che in qualche modo anticipa ironicamente un grattacapo che potrebbero trovarsi nel futuro i rettori di molti Atenei: ma una vita prescissa da tutti i fondamenti dell’attuale biologia, può ancora essere ritenuta biologica ed essere pertanto trattata come oggetto della biologia? Per essa dovrebbe essere pensata una scienza alternativa, oppure la biologia riuscirebbe ad ampliarsi in modo tale da includerla comunque in sé stessa?
biodiversità terrestreVita: un concetto che forse non abbiamo ancora ben compreso” è il contributo di Paolo Pulcina, filosofo e giornalista con alle spalle una formazione scientifica, che scrive direttamente nel sito di riferimento del Carnevale della Chimica su questo concetto che da sempre occupa un posto d’onore nelle discussioni filosofiche delle culture fra loro anche più distanti, attraverso un’analisi storica e filosofica della sua evoluzione, dagli antichi fino ai giorni nostri, fino alla conclusione da sapore poetico: “Non facciamo propaganda né detrazione, ma il buon senso e la scienza, spogliati dai nostri pregiudizi, ci dicono che siamo solo un angolino di un cosmo che brulica di vita intelligente in ogni forma di materialità estesa esistente e conoscibile. La vita intelligente è tanto nell’atomo di carbonio quanto nel cervello dell’uomo: non c’è alcun dubbio.”

Un’estensione del concetto di vita, che è al tempo stesso sì una consapevole provocazione, ma anche un doveroso omaggio alla sapienza per certi versi “visionaria” (nell’accezione anglosassone del termine) degli antichi filosofi abitanti dell’Egeo è quella che ho voluto riportare giusto un paio di mesi fa sul blog chimiSPIEGA dell’associazione Chimicare nell’articolo dal titolo: “Dai cicli degli elementi all’ecochimica: quando è il pianeta stesso a vivere
Gea - terra viventeRiprendendo una concezione del pianeta Terra in quanto entità a suo modo vivente (Gea) si considerano le differenze tra quello che oggi anche nel linguaggio comune si suole definire un “pianeta vivo”, dove gli elementi chimici e le molecole si spostano nello spazio e di trasformano secondo cicli biogeochimici in equilibrio dinamico fra loro, ed un pianeta privo di questa attività. Un pianeta che si alimenta (di energia solare), che risponde agli stimoli con una sua omeostasi, dove le driving-force naturali appaiono ben chiare nel loro orientamento e la vita si è plasmata perfettamente su di esse, fino ad entrare a farne parte mediante la costituzione di ecosistemi che potrebbero a loro volta essere intesi come organismi viventi.

esametilciclotrisilossanoFra i miei articoli di chimica “terrestre” ve ne voglio segnalare ancora un altro, pubblicato invece su chimiSPIEGA: “Le molecole che la natura non sa fare”. In questo intervento si evidenziano alcuni dei limiti dei percorsi della biochimica (o meglio, di quella terrestre), basata essenzialmente su sistemi enzimatici, evidenziando il distacco tra le potenzialità di questa, in grado di sintetizzare strutture straordinariamente complesse senza quasi errori, e le potenzialità della sintesi organica di laboratorio, capace invece di costruire ed introdurre gruppi funzionali “impossibili” per un sistema biologico… o per lo meno per uno terrestre.

appello“Cercasi tracce di vita intelligente, tecnologicamente avanzata. Rispondere solo se interessati. Rispondere anche se NON interessati. Rispondere comunque PER FAVORE!!!!!!!!!” è il cartellone con il quale Margherita Spanedda del blog Unpodichimica intenderebbe richiamare l’attenzione degli extraterrestri che in questo momento forse stanno puntando i loro telescopi sulla terra, se non fosse che.
habitable_zone_hz1Dopo questa ironica premessa, nel suo articolo dal carattere decisamente eclettico “Riflessioni sulla vita” Margherita parte sì dalle informazioni scientifiche in nostro possesso circa la cosiddetta Circumstellar Habitable Zone e la più generale ma pur sempre probabile Zona Galattica Abitabile, per incappare infine nella fatidica domanda: “Che probabilità ci sono che un pianeta abitabile sia davvero abitato?”. Da qui si innesta il secondo filone di ragionamento, sempre “cartello alla mano”, con tanto di citazioni illustri da parte dei sostenitori e dei detrattori della presenza di vita su altri pianeti (o semplicemente della possibilità di entrare con essi in contatto), fino a considerare i requisiti essenziali perché una forma di vita si possa definire tale.

Dopo il concetto di Vita, anche la stessa definizione di “alieno”, spesso usato come sinonimo di extraterrestre sebbene in realtà starebbe a significare semplicemente “che appartiene ad altri; estraneo”, quando riferito ad una forma di vita diventa argomento di discussione, solo all’apparenza speculativa.
BiosprojectQuali caratteristiche dovrebbe avere una nuova forma di vita per definirla aliena?” è la domanda solo apparentemente semplice con la quale esordisce l’articolo, riprendendo e sviluppando il pensiero del prof. Gerald Joyce dello dello Scrips Research institute di La Jolla, California. Lo studio, pubblicato sulla rivista Plos One biology delinea le caratteristiche che dovrebbe avere una forma di vita aliena per poterla definirla tale.
A differenza di altri articoli, questo di Marco del blog Biosproject (sottotitolo: “Uno sguardo al fantastico mondo della biologia: genetica, biologia molecolare, microbiologia…”) parte per così dire da fuori la Terra, per approdare infine sul nostro stesso pianeta, perché sì, anche qui da noi potrebbero essere presenti, scoperte o addirittura create dall’uomo, forme di vita effettivamente definibili “aliene”. In particolare si considera uno dei requisiti fondamentali della vita così come oggi la intendiamo, nella sua accezione più generale: quella di poter essere soggetta all’evoluzione darwiniana, trasmissione delle mutazioni casuali comprese, fino alla formulazione della domanda: “Qual’è il numero minimo di informazioni genetiche necessarie per dare origine a tutti quei meccanimsmi che possano favorire l’ereditabilità di queste informazioni e che possano permettere l’instaurarsi di modificazioni a loro carico che possano aumentare le combinazioni (pool di informazioni genetiche) disponibili?”. Pur senza dare esplicitamente per scontato come qualsiasi forma di ereditarietà informativa debba basarsi sugli acidi nucleici, l’autore prova a ragionare semplicemente in termini di “bit” informativi contenuti in un generico polimero binario. L’articolo si conclude con una citazione dello stesso Joyce: “Forse la prima vera forma di vita alternativa alla biologia terrestre si troverà su un pianeta extrasolare, in una roccia proveniente da Marte, o all’interno di un ambiente estremo sulla Terra. Più probabilmente, sarà l’opera di una specie intelligente che ha scoperto i principi dell’evoluzione darwiniana e ha imparato a concepire sistemi chimici che hanno la capacità di generare informazioni genetiche per conto proprio come l’uomo.”

comunicazioneNeppure il concetto di Comunicazione, o anche semplicemente di “Tracce” – seppur involontarie – che consentono di accertare la presenza di una forma di vita presente o magari già estinta, sfugge in realtà da questa relativizzazione di significato.
L’uomo stesso può non avere una sufficiente percezione di cosa gli stia capitando intorno e di quanta informazione stia circolando intorno a lui. Altre forme di vita sul nostro pianeta comunicano con mezzi (es. ultra/infrasuoni, feromoni, radiazioni UV/IR, campi elettromagnetici, ecc) delle quali fino a pochi secoli fa non sospettavamo neanche l’esistenza. Non possiamo quindi ignorare il rischio di non riconoscere una forma di vita in quanto tale anche a causa di un mancato riconoscimento della sua forma di comunicazione anche qualora ne fossimo al cospetto o, in senso lato, della manifestazione della sua esistenza.
Un insetto probabilmente non concepisce l’uomo che interagisce con lui in quanto essere vivente “altro”. Potremo dire che se questo accade è perché l’insetto non è provvisto di un’autocoscienza, ma dicendo questo implicitamente finiamo ancora una volta con il cadere nella solita esaltazione antropocentrica da “arrivati” dell’evoluzione cosmica. La nostra autocoscienza potrebbe stare a quella di una civiltà extraterrestre estremamente evoluta allo stesso modo in cui la percezione di un insetto sta alla nostra, con tutte le conseguenze “di riconoscimento” del caso.

 

GLI ARGOMENTI DI DISCUSSIONE

Dopo aver letto un po’ tutti gli articoli che si sono presentati a questo Carnevale della Chimica ed aver sbirciato non troppo di nascosto almeno gli abstract forniti da Annarita Ruberto per quello della Fisica sullo stesso argomento, ho notato come in fondo tutti questi contributi, chi più chi meno, potesse essere riportati a 3 fondamentali impianti:

– Avanzamenti nella conoscenza scientifica e nelle conquiste tecnologiche (dall’astronomia all’astrochimica, fino all’esobiologia: piccoli e grandi passi che creano un substrato potenzialmente fertile

– Considerazioni metodologiche (es. sul programma SETI, su cosa come e dove andare a cercare, questioni statistiche, ipotesi di ammissibilità di biochimiche alternative, ecc)

– Riflessioni di natura filosofica e psicologica (es. concetto di vita, concetto di intelligenza, ecc).

Circa il primo punto, quello degli avanzamenti oggettivi nella conoscenza scientifica e nelle conquiste tecnologiche, parlerò con piacere più avanti, dal momento che una percentuale sorprendentemente alta di contributi hanno riguardato invece gli aspetti metodologici dell’indagine, siano essi relativi alla ricerca della vita in sé stessa, delle biochimiche di riferimento, fino all’idea stessa di intelligenza ed al fatto che essa non porta necessariamente con sé la volontà di lanciare messaggi di esistenza nello spazio.

Tutti noi ricordiamo bene il monito di Stephen Hawking che di sicuro non dipingeva le possibili civiltà extraterrestri come amici gentili provenienti dallo spazio per aiutarci, e concludeva con un esempio molto cupo: “Basta guardare a noi stessi per vedere come potrebbe svilupparsi la vita intelligente in qualcosa che non vorremmo incontrare”.
carta dei diritti dell'uomoIl neo-umanesimo che ha caratterizzato il pensiero dominante moderno a partire dall’illuminismo ha portato alla definizione di diritti inalienabili dell’uomo (dei quali alla relativa Carta), insieme a tutta una morale laica che – pur staccandosi dallo stato di natura – promulgava le sue istanze in funzione di inevitabili conquiste da parte un’umanità consapevolmente evoluta.
Non possiamo tuttavia non riconoscere come questa “conquista” della nostra civiltà sia da un lato recente, dall’altro non univocamente condivisa – neppure ai giorni nostri – da tutte le culture.
E’ chiaro che l’intelligenza, comunque la si voglia intendere (banalmente anche all’interno di una stessa cultura umana), non risulta correlata con una etica universale, tanto meno con qualsivoglia sentimento proprio ad iniziare da quelli di solidarietà e di fratellanza.
L’approccio SETI tradizionale è stato per lungo tempo – ed in parte lo è ancora – uno dei pochi effettivamente praticabili (se si esclude il sedersi in un prato ed aspettare che vi atterri un’astronave) per raccogliere conferme dell’esistenza di forme di vita intelligenti al di fuori del nostro sistema solare.
La particolare specifica relativa all’intelligenza di queste forme di vita potrebbe apparire a tutta prima una velleità eccessivamente ottimistica: “Ma come, non siamo neanche sicuri che da qualche parte esistano forme di vita primitive, ci accontenteremmo anche di primitivi tesserini estinti, e voi addirittura cercate nello specifico quelle intelligenti?” ma in realtà identifica le sole forme di vita sondabili con questo approccio d’indagine.
Dato che dall’inizio del programma SETI le tecnologie d’indagine, specie in campo astrochimica ed astrobiologico, sono sensibilmente cambiate, ora gli stessi sostenitori del SETI possono prendere in considerazione e valorizzare come giustamente meritano altre tipologie di approcci, quelli per certi versi più in linea con la mainstream scientifica. Non a caso al IV congresso dell’IAA di San Marino una percentuale niente affatto trascurabile degli interventi riguarda un approccio che si potrebbe definire “graduale” alla questione della ricerca di tracce di vita nell’universo.

From Astrophysics to Astrochemistry towards AstrobiologyCuriosamente, proprio a breve distanza dalla Repubblica di San Marino, ovvero a Perugina, e con solo 6 giorni di anticipo, è stato organizzato un evento straordinariamente simile al nostro per soggetto, anche se piuttosto diverso nello spirito che lo ha animato: “From Astrophysics to Astrochemistry towards Astrobiology” che costituisce il IV workshop della Società Italiana di Astrobiologia. Silvia Caruso, chimico e tencologo farmaceutico, giornalista scientifico e blogger attiva presso l’Associazione Culturale Chimicare, è riuscita ad intervistare in esclusiva Nadia Balucani, chimico impegnato da tempo nel campo dell’astrochimica (ebbene sì, anche in Italia ci sono dipartimenti impegnati su questo filone!) facente parte dell’organizzazione di questo workshop per conto dell’Università di Perugia.
Tra le domande sicuramente più focalizzate che si possono trovare nel contributo di Silvia “Astrochimica e vita extraterrestre: intervista a Nadia Balucani”, ne riporto in particolare due che non potranno risparmiarvi dalla tentazione di cliccare immediatamente sul link:
1) Il workshop si inserisce nel progetto “The Chemical Cosmos: Understanding Chemistry in Astronomic Environments”. Perché è così importante conoscere la chimica nell’ evoluzione dell’ astronomia?
2) Il progetto SETI, in oltre 30 anni di attività, non ha dato risultati positivi nella ricerca della vita extraterrestre. L’astrobiologia e la conoscenza della chimica del cosmo potrebbero contribuire a focalizzare meglio la ricerca di SETI?

Nell’ambito delle riflessioni di natura filosofica e psicologica psicologica emerge invece una rivalutazione in chiave moderna del ruolo della filosofia in quanto possibilità di astrazione di concetti qualitativi (un po’ come la matematica potrebbe esserlo per quelli quantitativi), tale da consentire all’intelletto umano di immaginare, precorrere i tempi fino a preconizzare future scoperte scientifiche, come è già accaduto ben più di una volta nella storia dell’uomo.
star-trek-doodle-googleAnche il semplice esercizio di costruzione immaginifica proprio del genere letterario fantascientifico, sia esso letterario o cinematografico, è stato a suo modo in grado di anticipare di alcuni decenni soluzioni tecnologiche al tempo insospettabili, quasi a dimostrazione che una delle difficoltà principali nell’avanzamento della conoscenza è la nostra stessa capacità di immaginare.
Nel suo articolo “Star Trek: dal doodle interattivo alla scienza a bordo dell’astronave Enterprise” Emanuela Zerbinatti, medico dagli interessi oltremodo sfaccettati che vanno dall’arte alla psicologia, prova a rivalutare la notissima serie di fantascienza il cui episodio, celebrato dall’ormai abituale doodle di Google l’8 settembre scorso, è andato in onda la bellezza di 46 anni fa.
“Star Trek ha anticipato di circa 40 anni molti oggetti tecnologici che solamente in seguito sono diventati di uso quotidiano come i minidischi, i telefoni satellitari o i computer palmari fino ad arrivare ai tablet PC. La serie ha inoltre introdotto nell’immaginario collettivo numerose altre possibilità futuristiche che sono oggetto di ricerche scientifiche come il teletrasporto quantistico, i viaggi più veloci della luce e nel tempo.” è possibile leggere alla pagina di Wikipedia dedicata alla serie di fantascienza sicuramente più Arte e Saluteseguita al mondo. E non solo: Emanuela nel suo articolo arriva persino a definirne un valore didattico: “anche un serie televisiva vecchia, statica e graficamente meno accattivante rispetto alle produzioni di oggi, vista a posteriori, potrebbe servire per parlar di scienza in modo divertente, ma senza rinunciare a correttezza e qualità dell’informazione.”
Una nota di sapore, attraverso la quale è possibile decifrare la psicologia dei personaggi della saga, è quella che ci ricorda ancora Emanuela nel secondo articolo sull’argomento: “Le ricette di Star Trek: anche i vulcaniani mangiano fagioli. Cibo e personalità dei protagonisti”, pubblicato sempre sul blog Arte e Salute.

PopingaUn quesito di metodo che Marco Fulvio Barozzi, dal suo blog Popinga (Scienza e letteratura: terribilis est locus iste) vorrebbe rivolgere più che agli scienziati, sembrerebbe alla stessa Natura, riguarda “Il mistero dell’omochiralità”. Perché praticamente tutti gli aminoacidi utilizzati per la sintesi delle proteine da parte dei più disparati esseri viventi (terrestri) sono levogiri, mentre i carboidrati sono praticamente tutti destrogiri? Il quesito è ripreso dallo speciale “So Much More to Know…” pubblicato dalla rivista Science nel 2005, in occasione del suo 125° anniversario, tra le 125 domande alle quali la scienza non ha ancora saputo dare una risposta (per chi non avesse la idee del tutto chiare di cosa sia la chiralità niente paura: l’articolo di Popinga inizia proprio da questo!). Non si sa da dove derivi, dalla pressione di quale fattore ancestrale, se è veramente essenziale alla vita o se la vita ha selezionato grazie ad essa come in una sfida evolutiva la classe enantiomerica “vincente”, se il vantaggio dell’omochiralità sia di tipo puramente termodinamico o se in essa si racchiudano i requisiti per l’edificazione di un sistema informativo chimico…
Ma cosa potrebbe succedere invece sugli altri pianeti? “Alla luce di quanto visto, l’ambiente determina i fattori per l’emergere della vita, oppure può distruggerla subito dopo che si è sviluppata, oppure ancora può essere talmente ostile da non consentire mai il suo sviluppo.” – conclude Popinga – “C’è da considerare che la storia della vita su un pianeta riflette la storia della vita del pianeta stesso. Se le condizioni ambientali sono, o sono state, diverse da quelle terrestri, nulla vieta che in futuro si possano scoprire nel cosmo biomolecole con chiralità diversa da quella terrestre.”

Scienza e MusicaDi argomento analogo, ma preceduto da un interessante excursus storico sulla graduale scoperta, uno ad uno, dei 22 aminoacidi proteici, è l’articolo di Leonardo Petrillo, studente di fisica e curatore del blog Scienza e Musica. In “Chimica extraterrestre: asteroidi, amminoacidi, asimmetria e panspermia” si riporta in particolare l’esito dello studio dei ricercatori dell’Arizona State University, guidati da Sandra Pizzarello: “Nell’articolo (pubblicato nel 2008 sui Proceedings of the National Academy of Sciences) degli stessi in merito al suddetto studio, intitolato “Molecular asimmetry in extraterrestrial chemistry: insights from a pristine meteorite”, essi pongono in evidenza il fatto che gli amminoacidi trovati nelle condriti carbonacee presentano una chiralità preferenziale.” – accenna Leonardo in premessa, prima di impegnarsi in una niente affatto supeflue descrizione di cosa le condriti carbonacee siano, in due parole meteoriti ad alto contenuto di carbonio formatesi dalla condensazione diretta della nebulosa protoplanetaria. Ed infine la sferzata finale, ancora nel campo delle ipotesi, certo, ma di condrite carboniosaquelle ipotesi che si stanno gradualmente ammantando di prove: “Tale asimmetria riscontrata nelle molecole rinvenute nei meteoriti rappresenta una sorta di “firma” molecolare che definisce la vita ed ha una notevole diffusione nell’Universo. Noi non sappiamo come l’evoluzione molecolare che precedette la vita si sia sviluppata sulla Terra primitiva, ma questi studi sugli amminoacidi “spaziali” potrebbero condurre alla conclusione che tratti di natura biomolecolare, come l’asimmetria chirale, potrebbero essersi seminati nell’Universo prima dello scaturire della vita sulla Terra. Questa scoperta sembrerebbe in accordo con un’ipotesi che affonda le sue radici nell’antica Grecia: la panspermia.”

Non sono infine pochi gli articoli reperibili sul web (e solo a mio parere per un caso fortuito non afferenti al Carnevale della Chimica, ma magari a quello della Fisica sì) che trattano di probabilità e statistica, suggerendo stime o anche semplicemente criteri di valutazione per tentare di definire una probabilità di esistenza di vita extraterrestre su qualche altro pianeta dell’Universo (fatto che orami tutti riteniamo più che plausibile), di vita intelligente, di civiltà evolute ed infine di civiltà evolute con le quali avremmo la possibilità di entrare effettivamente in contatto.
In realtà le due ipotesi, quella dell’unicità della vita terrestre e quella della sua non unicità, non sono paritetiche, nel senso che non possono essere portate avanti sul piano della ricerca in modo parallelo. Basterebbe infatti una sola prova confermata a favore dell’esistenza di vita extraterrestre per confutare del tutto l’ipotesi dell’unicità della vita terrestre, mentre per confermare quest’ultima teoria bisognerebbe di fatto sondare nei dettagli ogni singolo pianeta (e non solo) nell’universo… in pratica si comprende il paradosso secondo il quale sarebbe molto più difficile – virtualmente impossibile – non la dimostrazione dell’esistenza della vita extraterrestre, bensì la conferma della cosiddetta “ipotesi della rarità della Terra”.

drake_equationUno dei metodi di stima più noti nell’ambiente SETI è probabilmente quella formulata in termini matematici nel 1961 dall’astronomo ed astrofisica statunitense Frank Drake, nota come formula di Green Banck, o semplicemente come Equazione di Drake. Paolo Gifh ce ne fornisce un’approfondita analisi all’interno del suo articolo “Equazione di Drake e Paradosso di Fermi: come ignorare la complessità e dichiararsi padroni dell’universo” pubblicato sul suo blog “Il chimico impertinente”.
I diversi fattori matematici che in essa compaiono, fra loro moltiplicati, puntano a stimare addirittura il numero di possibili civiltà extraterrestri in grado di comunicare, presenti nella nostra galassia, la Via Lattea.
Dalla famosa provocazione di Enrico Fermi del 1950 “Ma allora dove sono tutti?” al concetto della relatività della simultaneità, dalla nota storiella a carattere metaforico della Società Filosofica di Piccola Pozzanghera all’ipotesi dell’imperativo cosmico di un’evoluzione organizzativa della materia in direzione della vita: quello che ci propone il chimico impertinente in questo suo lavoro è uno straordinario excursus sulle correnti di pensiero che hanno dominato fino ad oggi il dibattito relativo all’esistenza o meno, alla numerosità ed alle possibilità di contatto dell’uomo con civiltà extraterrestri evolute.

 

MENTRE NOI SI STA A DISCUTERE, ALTRI SCOPRONO

Il dibattito sull’esistenza o meno – non solo potenziale bensì effettiva – di forme di vita al di fuori del nostro pianeta, si interseca in modo sorprendentemente unitario con un altro dibattito di pari dignità e portata, quello dell’origine della vita sul nostro stesso pianeta, tanto ad arrivare al punto che i due quesiti possono essere intesi come due facce della stessa medaglia. In una certa misura, le risposte (talune possibili risposte) ad uno dei quesiti potrebbero rappresentare una chiave di svolta a favore dell’altro quesito, e viceversa.

Le due ipotesi fondamentali relative all’origine della vita sulla terra, quella dell’origine autoctona a partire da molecole organiche semplici non viventi, formatesi a loro volta nell’atmosfera primordiale terrestre (teoria del brodo primordiale) e quella dell’evoluzione terrestre di forma di vita primitive (es. archeo/protobatteri) arrivate sul nostro pianeta vergine dallo spazio non sono in realtà del tutto antitetiche, bensì prevedono anche la possibilità di integrazioni e sovrapposizoni. Ovviamente ci stiamo muovendo sempre a livello di ipotesi potenzialmente valide…
Si può ammettere ad esempio che non tutte le specie viventi presenti sul nostro pianeta abbiano la stessa origine terrestre/extraterrestre, ma che coesistano (come linea filogenetico o integrati in un unico essere vivente) forme di vita originatesi sulla terra in linea con le ipotesi del brodo primordiale, insieme a forme di vita di origine extraterrestre (es. regni diversi tra quelli attualmente riconosciuti, oppure i diversi organuli riscontrabili nella cellula eucariota, ecc). E’ anche ammissibile che l’una, l’altra o entrambe le modalità di insediamento della vita sul nostro pianeta non si siano realizzate in un unico evento, bensì in eventi ripetuti nel tempo, magari anche di tipologia differente, come ad esempio “ondate” di arrivo di forme di vita primitive dallo spazio e/o generazioni di forme di vita fra loro filogenicamente slegate, formatesi quindi in momenti diversi a partire da materie prime non viventi ed in condizioni fra loro simili oppure differenti.
Gli stessi virus terrestri, entità di classificazione incerta tra il vivente ed il non vivente in quanto privi della capacità di autoreplicarsi autonomamente, possono in taluni casi essere addirittura cristallizzati, modificati, sintetizzati e trattati alla stregua di quello che di fatto sono: frammenti di RNA, ovvero semplici sostanze chimiche. I cosiddetti Prioni, responsabili di malattie infettive tra le quali la più nota è probabilmente la BSE (encefalopatia spongiforme bovina) esulano completamente da quello che sembrerebbe per il momento essere il più essenziale dei requisiti per poter considerare vivente un’entità biologica: la presenza in esso di acidi nucleici. I prioni sono di fatto delle proteine nude, precisamente isomeri conformazioni di glicoproteine normalmente espresse dall’organismo ospite e rappresentano di fatto un esempio di organizzazione biochimica pre-biotica della materia, certamente non generatesi autonomamente bensì a partire da entità biologiche più evolute, in qualche modo corrotte nella loro integrità originale.

questionedelladecisioneMentre noi (io) sono qui a pettinare la coda alle comete tuttavia la ricerca scientifica avanza, ed avanza talvolta più in fretta di quanto non riusciamo ad accorgercene: se non avessi letto l’articolo di Paolo Pascucci “L’origine della vita sulla Terra: l’ipotesi esobiologica” – pubblicato nel suo eclettico blog “Questione della Decisione”, per esempio, avrei rischiato anch’io di presentarmi al convegno dell’IAA domandandomi: “chissà se quelle basi azotate trovate nel 1960 in un meteorite erano davvero di origine extraterrestre oppure si è trattato delle solite contaminazioni da parte di ricercatori maldestri?” senza sapere che ad oggi si tratta di una domanda ormai archiviata in quanto prove su prove si sono accumulate a dimostrazione del fatto che più di una roccia meteorica rinvenuta sulla Terra contiene reali e quantificabili concentrazioni di acidi nucleici, taluni dei quali non sintetizzati nell’ambito della vita terrestre, ed al riparo da ogni sospetto di contaminazione.

DivulgazioneChimicaGli stessi ricercatori (e non parliamo dei giornalisti!) che seguono quotidianamente le deambulazioni analitiche del rover Curiosity sul suolo di Marte, non sembrano fare segreto che la scoperta nell’ambito di questa o di altre analoghe missioni di tracce di vita, spesso se già estinta, sul suolo del pianeta rosso, non costituirebbe per loro una sorpresa del tutto inaspettata.
Nel suo articolo, al tempo stesso conciso ma denso di informazioni “Alla scoperta della chimica marziana”, ospitato nella sezione “Dal Mondo” di DivulgazioneChimica, Paolo Gifh ci riporta con l’attenzione sui “perché” e sui “come” della missione di Curiosity, descrivendo in modo esplicito gli obiettivi dichiarati dalla stessa missione e la strumentazione analitica d’avanguardia installata sul piccolo rover, tanto da fare di esso un vero laboratorio chimico semovente polifunzionale:
 

Parallelamente, si scoprono biochimiche alternative anche sulla nostra Terra solo apparentemente ben conosciuta, tanto che non sarebbe del tutto impensabile di poter accertare un giorno la presenza di specie aliene ma al tempo stesso autoctone, ovvero nate anch’esse sulla terra ma in un momento, in un luogo e con modalità diverse dal resto della vita conosciuta. In pratica, per dirla in termini quasi teologici, un atto creativo distinto.
DNA-il-mistero-della-vitaAnche se creature veramente aliene non sono ancora state individuate sul nostro pianeta, alcune di essere, specie le meno evolute come ad esempio gli archeobatteri, mostrano una biologia che si potrebbe definire per lo meno “borderline”.
Dopo aver illustrato i fondamenti chimici essenziali della biochimica tradizionale, quella per intenderci basata sulla nota sugli elementi i cui simboli costituisono nel loro insieme il titolo stesso dell’articolo “CHNOPS” Marco Capponi, nel suo omonimo “Marco Capponi’s blog” chiude riportando gli esempi delle forme di vita più estremofile recentemente scoperti sulla terra, dai batteri in grado di utilizzare l’arsenico in funzione del fosforo ai batteri in grado di vivere a pH inferiori a 2, o le alghe dei laghi del Kenya in grado di vivere ad una concentrazione salina tale da risultare intollerabile per ogni altro essere vivente. Nulla di alieno, certo, ma tutto questo almeno potrà aiutarci a non escludere in futuro la possibilità di vita su un pianeta, faccio un esempio, perché la sua concentrazione di arsenico rilevata allo spettroscopio risulta incompatibile con il metabolismo energetico della cellula.

Per concludere questa appassionante rassegna ho scelto un doveroso ritorno alla realtà più concreta e terrestre, quella fatta dalla necessità della ricerca dei fondi per proseguire la ricerca ed indirettamente – tramite il ruolo della politica – al consenso da parte del grande pubblico che, oltre che da non addetti ai lavori, è costituito in massima parte anche da non appassionati.
“Il grande pubblico ha bisogno di risultati concreti, immediatamente fruibili, che abbiano un ritorno pratico chiaro e subito alla sua portata. Per questo fatica a capire la straordinarietà di ricerche il cui ritorno è meno immediato. Tanto più in un momento di crisi come questo, in cui sono tutti lì a farsi i conti in tasca e ad accusarsi a vicenda di accaparrarsi fondi pubblici per ricerche che non portano a nulla. L’idea che il proprio governo usi fondi pubblici per una ricerca che non ha dato risultati eclatanti, nonostante i tentativi, lascia insomma un po’ perplessi.” – commenta con amarezza Emanuela Zerbinatti dalle pagine del suo blog “Arte e Salute”, commentando introducendo il saggio “I marziani siamo noi” di Giovanni Bignami (2010, Zanichelli) all’interno del suo articolo “Vita nell’universo: in un libro le sorprendenti scoperte che incoraggiano a cercarla”. Prosegue quindi Emanuela con una nota di ottimismo: “Ma la ricerca di forme di vita nell’universo è necessariamente per piccoli passi. Che però a ben guardare tanto piccoli non sono nemmeno, se li rapportiamo alla nostra dimensione rispetto all’universo e alla brevità relativa della storia delle esplorazioni dello spazio.”

Il problema diventa a questo punto quello di presentare, di veicolare culturalmente questi risultati al cospetto del grande pubblico, di farne percepire la portata “scientifica” ma se volete anche filosofica ed esistenziale a coloro che – ormai assuefatti da una fantascienza piena zeppa di extraterrestri altamente evoluti e che senza alcun bisogno di andarli a cercare vengono molto ben volentieri (fin troppo!) da noi – non riesce talvolta a concepire la grandiosità del risultato di aver trovato uno degli stessi aminoacidi sui quali si basa la vita terrestre… nella coda di una cometa.

Questo il ruolo dei blog scientifici. Questo il motivo del nostro supporto alla IV conferenza dell’IAA, nel web come sul posto, nella sala del Centro Congressi Kursaal, dal 25 al 28 settembre.

 

12 risposte a “Cercando Tracce di Vita nell’Universo” – edizione unificata dei carnevali scientifici a supporto del IV convegno dell’IAA di San Marino

  • Marco C. scrive:

    Buongiorno! Accedo solo ora ad internet dopo qualche giorno di silenzio. Complimenti ai curatori dei carnevali gemelli: bella iniziativa e ben riuscita. Grazie per aver accolto anche il mio piccolo contributo… rimango in attesa di leggere la “coda”. Cordialmente. MC

  • Franco Rosso scrive:

    Cara Annarita, i contatti ed i riscontri mediatici che stiamo avendo in questi giorni sono davvero significativi, per i format dei carnevali scientifici e per TUTTI i blog che hanno partecipato.
    Sono invece davvero rammaricato di come, nonostante l’immane sforzo compiuto (e che continua ancora ora, dallo stande dell’associazione) e l’investimento economico a fondo perduto da parte nostra, ci sia chi si sente tradito dalle scelte effettuate, dettate da ragioni di puro ordine pratico (tra l’altro neanche nostre ma dell’organizzazione locale), oltre che naturalmente economico. Se qualcuno voleva contribuire da Chimicare, c’è da mesi un tasto per le donazioni sulla homepage del nostro sito.
    La promessa di portare tutti i blog al convegno non è stata affatto tradita e quello dei poster è stato solo “uno” dei modo per essere presenti qui.
    In realtà solo chi fa può commettere errori.

    Per la questione di alcuni articoli che non sono comparesi nei due carnevali, confermo che ora che l’attenzione della stampa è alta si può veramente concepire l’uscita di un addendum dedicato agli articoli mancanti ed ai primi riscontri dal congresso… come dire? Gli ultimi sarnno i primi! 🙂

  • Mattia scrive:

    Ok Franco! mi trovi pienamente d’accordo sul mantenere la “coda lunga” del carnevale!!!

    Ancora complimenti a tutti per gli interventi!

  • annarita scrive:

    Caro Franco, complimenti a te per l’eccellente allestimento e ai partecipanti per gli interessantissimi contributi. Una edizione unificata dei Carnevali Scientifici di indubbio successo, con grande soddisfazione generale.

    Annarita

  • Margherita scrive:

    Bellissimo Carnevale e interessante pomeriggio sanmarinese. Complimenti!

  • Franco Rosso scrive:

    Mi sono accorto che nella concitazione della pubblicazione (che ha coinciso anche con il lancio della 2° edizione del consorso “Parlar di Chimica”) e della preparazione degli interventi da presentare a San Marino mi sono “perso” dei pezzi, alcuni dei quali anche molto interessanti.
    Chiedo scusa a tutti gli interessati: dato che il convegno del’IAA durerà ancora un paio di giorni ed alcuni articoli sono anche arrivati fuori tempo massimo, pensavo a questo di alimentarela “coda lunga” de carnevale, mantenendo aperta questa stimolante discussione ancora qualche giorno, con i contributi finora non riportati… cosa ne pensate?

  • Marco scrive:

    Come studente interessato alle Scienze, voglio ringraziarvi per questa bellissima iniziativa: una doppia edizione dei carnevali scientifici (Chimica e Fisica) in cui vengono sviscerati dubbi, perplessità, ma allo stesso tempo ci si pone in un atteggiamento non di chiusura verso un argomento come quello delle possibili altre vite extraterrestri, rende giustizia alla Curiosità scientifica che ognuno di noi ha. Si possono comprendere i dubbi e le perplessità che una parte della comunità scientifica ha (o ha avuto) verso progetti come quello del SETI, non si possono invece comprendere atteggiamenti di chiusura o addirittura di ostruzionismo. L’argomento extraterrestri è tra i più interessanti per l’utente medio che normalmente non si preoccupa di cercare luoghi scientificamente idonei che lo trattino e si lascia quindi pigramente abbindolare da chi utilizza tali argomenti per fini sicuramente non di divulgazione scientifica. E’ dovere allora di chi fa divulgazione seria (nelle più diverse forme) trattarli certi argomenti, in modo da far sentire anche la campana di chi la scienza la divulga con serietà ed al solo fine di accrescere la reale Conoscenza, e non lasciar “suonare” solo le campane dei sensazionalisti a fini di lucro.
    Complimenti quindi a voi ed a tutti i blogger che hanno partecipato.
    Un saluto.
    Marco.

    PS: visto che le edizioni dei carnevali sono due ed in contemporanea (come voi avete ricordato), credo sia giusto dare la possibilità a chi passa da qui di poter accedere facilmente anche alla versione “Fisica” di questo carnevale, magari inserendo un link nella vostra presentazione verso l’edizione gemella, anche perché credo che sia importante che il tema si possa apprezzare da entrambe le due “visuali” (Chimica e Fisica).

  • Carmine scrive:

    Un’organizzazione e una presentazione degli eventi e dei contributi superba, che ci rende orgogliosi di aver partecipato. Complimenti. Carmine.

  • mattia scrive:

    Complimentoni a tutti! bellissimo carnevale…

    @Franco: ti ho mandato una mail circa il mio contributo che non vedo recensito…

    Ciao a tutti!

  • Franco Rosso scrive:

    Grazie voi: senza di voi, un Carnevale scientifico resterebbe soltanto un tristissimo soliloquio!
    Sto scrivendo in diretta dal centro congressi Kursaal di San Marino, insieme al chimico impertinente Paolo Gifh. Fra poco ci saranno i saluti dell’associazione Chimicare, ed oggi alle 15 un paio d’ore nelle quali parleremo per lungo e per largo dell’esperienza dei carnevali scientifici, ed in particolare del supporto che tutti quanti lavorando insieme siamo riusciti a dare al tema di questo congresso.

    P.S. grazie della segnalazione Leonardo, correggo subito!

    Franco Rosso

  • Complimenti vivissimi al curatore e a tutti i partecipanti per questa superlativa, magnifica, straordinaria edizione del Carnevale chimico!!! Un vero e proprio capolavoro collegato a un altro capolavoro (quello curato dalla prof. Annarita Ruberto su Scientificando) di carattere più fisico.
    Di nuovo Complimenti, Complimenti, Complimenti a tutti!!!

    P.S:

    Devo segnalare che non è presente il link del mio contributo “Chimica extraterrestre: asteroidi, amminoacidi, asimmetria e panspermia” , ovvero non ci si può accedere cliccando sopra il titolo del suddetto post.

  • paopasc scrive:

    Ecco finalmente completato il quadro dei due Carnevali gemelli (nel tema). Formidabile introduzione ed eccellenti lavori. A me sembra che questa edizione unificata sia perfettamente riuscita.

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