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Quo Vadis Chimica? Dalla chimica del futuro al futuro della chimica

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Risulta ormai chiaro da almeno cent’anni: i princìpi primi – o le verità ultime, dipende dai punti di vista – sulle quali si fonda la nostra realtà tangibile non potranno essere più spiegati in ambito scientifico dalla chimica, bensì dalla fisica.
il futuro della chimica e della fisicaMagari dalla fisica delle particelle, o da qualche altra disciplina ancora più elementare di questa che di comune accordo gli scienziati potrebbero decidere di fondare nel prossimo futuro, magari proponendone una sorta di emancipazione persino dalla tradizione sperimentale, tanto il ruolo della matematica sarà passato da quello di linguaggio e di metodo di scienza a quello di ente in grado di autodeterminarsi.
chimica nel futuroForse in futuro alla chimica toccheranno le briciole, obiettivi pragmatici di poco conto come per esempio riprodurre o creare la vita, oppure dare base all’intelligenza – sia essa biologica o artificiale – ed infine fornire la vile materia, per quanto innovativa nella sua composizione, con la quale saranno costituiti gli umili strumenti scientifici che ci consentiranno di avvicinarci sempre di più ai limiti della conoscenza, quasi in una tensione asintotica verso un assoluto dal sapore chiaramente teologico.

Ma facciamo un doveroso passo indietro, torniamo a prendere la questione dall’inizio…

 

UNA SCIENZA CHE HA ESAURITO LE FRONTIERE?

Giovanni BigmaniSi è fatto notare più volte negli ultimi anni come ben pochi dei grandi interrogativi ai quali la scienza non è ancora riuscita a dare risposta siano in ambito chimico (Cosa resta da scoprire? – di Giovanni Bignami, Mondadori, 2011), fino ad arrivare alla provocazione secondo la quale la chimica già da alcuni decenni si presenta come una scienza “più” che matura: con la sua ossatura già completamente sviluppata nelle sue branche e sottobranche, nei suoi principi fondanti perfettamente descritti ed interrelazionati fra loro, in tutto e per tutto spiegabile (almeno nei suoi aspetti teorici) dalle discipline più fondanti – leggi: la fisica – e in tutto e per tutto motivo causale delle leggi che governano le discipline derivate a maggior grado di complessità – leggi per esempio la biologia.  Un edificio complesso ed assai strutturato, ancora in larghissima parte da riempire con la mobilia, gli infissi e talvolta persino le pareti, ma la cui struttura risulta evidente e priva di incognite di entità tale da rischiare di rimettere in discussione la struttura medesima. Una scienza, ma forse in generale un campo della conoscenza per la quale non si ammetta possibile una scoperta tale da modificarne l’impianto gnoseologico, forse si appresta a diventare tecnologia.
A questo proposito è anche interessante consultare l’ordine cronologico delle scoperte e più in generale dei campi di attività che hanno portato al conferimento dei Premi Nobel per la chimica, dal loro primo conferimento (1901) ai giorni nostri.

teoria dell'unificazione delle forze

teoria dell’unificazione delle forze

La ricerca della fisica teorica, tesa ad unificare le forze esistenti in natura così come ad individuare i minimi comuni denominatori assoluti che accomunano le particelle elementari, punta oggi innegabilmente ad una convergenza della complessità verso il numero minimo possibile di fattori generanti. Anche se sono certo che nessun fisico lo ammetterà mai esplicitamente, questa fascinazione verso la convergenza, nella sua tendenza asintotica verso un solo Principio, avrà sicuramente un inestimabile peso sul piano filosofico e teologico, ma rischierà di incappare nella stessa inadeguatezza della quale queste prospettive soffrono: quella che segna il passo fra la conoscenza e la sua metabolizzazione in forma di cultura.

cosa c'è dentro un protone?Quello di perdere di vista la foresta a favore di una “conoscenza” sempre più ab initio dei suoi principi costitutivi primordiali è un rischio tutt’altro che da trascurare, non tanto per gli specialisti nelle discipline di frontiera, ai quali non si può certo chiedere di continuare a mantenere la rotondità intellettuale e la visione d’insieme dello scienziato rinascimentale, quanto da parte di chi per una ragione o per l’altra si occupa di divulgazione scientifica.

immagini dell'acceleratore di particelle del CERN di Ginevra

immagini dell’acceleratore di particelle del CERN di Ginevra

 

I PUNTI DI FORZA DELLA CHIMICA

Centralità, connettività e tangibilità (tanto nei suoi oggetti quanto nei suoi paradigmi) sono probabilmente i tre punti di forza più chiaramente riconoscibili alla chimica, tali da sostenerne un ruolo culturale di assoluta preminenza nella formazione dello studente e nel cittadino. In aggiunta a questi valori, l’assottigliamento – quasi l’evanescenza – che fin dalle sue origini ha caratterizzato la divisione fra la chimica in quanto disciplina scientifica pura e le sue applicazioni tecnologiche più speculative, fa sì che oggi la chimica ed i suoi oggetti possano essere guardati non soltanto come realtà “utilizzabili” ai fini pratici, ma addirittura per certi versi come entità plasmabili, con una innegabile analogia con gli oggetti dell’arte e dell’artigianato.

interconnessione tra le discipline scientifiche

interconnessione tra le discipline scientifiche

Uno dei punti di forza innegabili ed insostituibili della chimica è la sua centralità ed il suo ruolo di legante ed interconnettente fra i più disparati comparti non soltanto relativi alle scienze ma alla realtà umana nel senso più generale.

In realtà si può essere leganti ed interconnettenti anche banalmente dal momento che si sta alla base, o meglio a fondamento di tutti gli argomenti – corpi o fenomeni che essi siano – che nel loro insieme definiscono la realtà. Dire che è la fisica delle particelle o la natura delle stringhe a rendere possibile ed al tempo stesso a spiegare – seppur nel modo più profondo – come avviene lo sviluppo di un embrione di pulcino, non è molto diverso dall’insinuare come sia la geologia la disciplina che meglio di tutte può fornirci indicazioni profonde sulle relazioni tra gli esseri viventi, per il semplice fatto che tutti vivono sulla terra, si sono sviluppati e traggono ancora oggi il loro necessario sostentamento, direttamente o indirettamente, da comparti ambientali di innegabile pertinenza dei geologi.

Secondo una prospettiva olistica – per quanto questo termine, spesso abusato in contesti che di scientifico hanno ben poco, fino a diventare avverso per la maggior parte degli scienziati – un sistema complesso ha per così dire “qualcosa in più” che non la semplice somma delle sue parti. Qualche proprietà in più, per esempio.
Il fenomeno della vita, oggetto di studio della biologia, può essere espresso e supportato solo da sistemi chimici altamente complessi, che beninteso continuano ad essere descrivibili e prevedibili in chiave chimica: semplicemente in talune condizioni un sistema chimico particolarmente “evoluto” da adito a proprietà e comportamenti che tracimano l’ambito di pertinenza della chimica. Così come la vita, qualora si evolva in forme complesse, dotate di apparati tali da poterne supportare le funzioni, può costituire il substrato per fenomenologie di ordine ancora superiore, quali quella intellettuale e quella sociale.

albero della conoscenza - uno degli approcci proposti per affrontare i limiti della prospettiva riduzionista nella scienza

albero della conoscenza – uno degli approcci proposti per affrontare i limiti della prospettiva riduzionista nella scienza

All’opposto di questa prospettiva vi è notoriamente quella del riduzionismo scientifico.
E’ chiaro che nessuna delle due – faccio notare che ho parlato di “prospettive” o punti di vista, non di ipotesi tantomeno di teorie – può dirsi vera in senso assoluto, trascinando di conseguenza quella ad essa complementare nel campo dell’errore.
Passare dall’una all’altra prospettiva è a mio parere un esercizio utile per ciascuno di noi, indipendentemente dal fatto che la nostra formazione sia più di tipo scientifico o umanistico, ed aiuta a sviluppare valori quali l’obiettività, la poliedricità ma anche l’umiltà.
In conclusione, personalmente credo che per quanto risulti affascinante e per certi versi anche doverosa la tensione alla ricerca in chiave riduzionistica dei principi primi della nostra realtà, questo non dovrà mai invalidare la necessità, l’utilità e la dignità – anche intellettuale – degli approcci scientifici trasversali e fra loro annidati nella descrizione stratificata della nostra realtà tangibile.

 

LA CHIMICA DEL DOMANI PIU’ PROSSIMO

Alla luce di quanto evidenziato finora vedo per la chimica del XXI secolo – in pratica quella che vivranno i nostri figli e i nostri nipoti e, almeno per una certa misura, anche noi stessi – rafforzare fino al parossismo il suo ruolo di interconnessione tra le discipline i cui oggetti e fenomeni possono (o potrebbero in un ragionevole futuro) essere trattate ab initio – leggasi in pratica la fisica – e quelle che già oggi, anzi addirittura “ieri” basavano la loro esistenza sulle sostanze chimiche e sulla loro trasformazione… se fino ad ora il ruolo della chimica è stato per lo più di tipo descrittivo, con piccole incursioni “ad hoc”, qua e là, per intervenire in modo il più possibile puntuale laddove necessitava all’interno di un contesto preesistente (ad es. in un sistema biologico, da un ciclo biochimico ed una ultrastruttura cellulare, dalla modifica di una sequenza genica all’interazione con un recettore).

nanostrutture chimice - modello pittografico ed immagine microscopica

nanostrutture chimice – modello pittografico ed immagine microscopica

Sulla stregua di questo approccio, con il supporto dell’evoluzione dei sistemi di calcolo – tanto su base hardware che in relazione ai nuovi algoritmi sviluppati – diventerà possibile affrontare con gli strumenti computazionali della chimica teorica molecole sempre più complesse, fino a superare il limite della “specie chimica” così come la intendiamo oggi, per raggiungere l’addotto supramolecolare e la nanostruttura.
relazioni tra struttura e proprietà di una molecolaQueste strutture diventeranno via via meglio descrivibili e modellizzabili in termini teorici, con la possibilità di prevedere in silico le proprietà di strutture complesse anche in assenza di una conoscenza pregressa su molecole strutturalmente simili e/o riportabili agli stessi frammenti costitutivi: in altre parole le relazioni struttura/proprietà (QSPR) potranno gradualmente emanciparsi dal dato sperimentale, non sempre disponibile e comunque oneroso da acquisire, offrendo la possibilità di un calcolo sempre più preciso – e non di una semplice “stima” – ab initio di proprietà chimico-fisiche “e di conseguenza” anche biologiche e tecnologiche di oggetti ed in ambienti sempre più complessi.
Lo stesso approccio di progettazione ad hoc di strutture molecolari sotto la guida delle suddette relazioni con le proprietà richieste – ad oggi confinato per lo più al drug design – potrà ragionevolmente trovare sbocco un po’ in tutti i settori, non solo in ambito biologico ma anche nei settori più tradizionalmente ingegneristici: dall’elettronica alla meccanica, dall’impiantistica alle costruzioni, ovunque sia richiesta la disponibilità di materiali altamente performanti su funzionalità specifiche, superando in questo modo la circoscrizione posta dal limite di quel numero di specie chimiche, pure ampissimo, delle quali già si dispone.

La chimica delle strutture biologiche “ex novo” – questo il futuro che mi sentirei di preconizzare per la chimica del domani più prossimo – dovrà fare in primo luogo i conti con i problemi di assemblaggio.
E’ chiaro da tempo che la sintesi organica tradizionale, quella basata su reazioni guidate in modo tale che – metti la scelta dei giusti reagenti, dei catalizzatori, delle condizioni di temperatura e del solvente – “non potrebbero andare diversamente”, al limite con la co-produzione di alcuni sottoprodotti indesiderati, non potrà essere applicata tout court alla creazione di strutture altamente complesse ed estremamente minute, dove si rasenta spesso la necessità del monostrato molecolare e dove le diverse combinazioni conformazionali dei reagenti o dei prodotti potrebbero portare a situazioni d’arrivo totalmente diverse fra loro.

strategie di deposizione per la preparazione di strutture molecolari magneticheVista la, diciamo… “difficoltà” nell’individuare operatori o strumenti di tipo meccanico per realizzare edifici molecolari così complessi e soprattutto così in piccolo, già in questi ultimi anni gli scienziati stanno cercando di imitare la natura, puntando su sistemi in grado di autoassemblarsi. Sembrerebbe la parola magica, ma un approccio del genere – per quanto mirato e specifico – tutto è fuorché semplice da realizzare, specie se è nelle nostre intenzioni non semplicemente far autoassemblare “delle” nanostrutture (come le prime pubblicazioni in materia, che sembravano quasi voler dire “guarda un po’che bella strutturina mi è venuta fuori!”), ma ottenere esattamente le nanostrutture che desideravamo.  La difficoltà viene quindi traslata dalla realizzazione alle nanostrutture all’idea stessa dell’autoassemblamento che, salvo casi fortuiti nei quasi ci si può imbattere in essa quasi inaspettatamente, richiede solitamente una conoscenza straordinariamente profonda delle proprietà reattive delle molecole.

Il passo successivo dell’autoassemblamento, prendendo sempre spunto dalla biologia molecolare, potrebbe essere rappresentato dall’auto-replicazione delle stesse strutture. Dal momento in cui l’uomo sarà arrivato nelle condizioni di compiere – o meglio “di far compiere” ciò alla materia inanimata – la creazione della vita per mano dell’uomo non apparterrà più al regno delle utopie.

ciclo di replicazione accoppiato di ribozimi

ciclo di replicazione accoppiato di ribozimi

Ovviamente i concetti di autoassemblamento e di autoreplicazione sono da intendere come gli unici requisiti essenziali di questa sfida, dalla quale è esclusa invece ogni possibile limitazione in merito alle strategie ed ai mezzi per perseguire questi obiettivi: in altre parole la messa a punto di sistemi in grado di autoassemblarsi e di autoreplicarsi non comporta necessariamente l’imitazione della natura anche nelle strategie e quindi l’adozione di un sistema basato su DNA/RNA e relativa trascrizione proteica è da intendersi come soltanto uno degli infiniti modi attraverso i quali può essere implementata e trasmessa la vita.  “Dato” che è innegabile come negli ultimi decenni ci si stia avvicinando a grandi passi a questa situazione, nei tempi più recenti il dibattito intorno al concetto stesso di vita ed ai requisiti per riconoscerla tale si sono fatti più intensi: a questo proposito non posso fare a meno di citare l’antologia di articoli ed in generale la discussione – tanto in sede telematica quanto congressuale – sviluppatasi nel mese di settembre 2012 intorno al pretesto del IV Congresso dell’International Academy of Astronautics (IAA), tenutosi nella Repubblica di San Marino dal 21 al 23 settembre e che ha visto il sostegno scientifico-divulgativo della nostra associazione culturale e la partecipazione di diverse decine di blog scientifici italiani, tramite il coordinamento dei carnevali scientifici della Fisica e della Chimica.

lo stand Chimicare al IV Congresso IAA nel 2011 a San Marino

lo stand Chimicare al IV Congresso IAA nel 2011 a San Marino

Anche in questo ambito è stata ribadita l’evolvibilità come condizione indispensabile affinchè una forma di organizzazione della materia caratterizzata da autoassemblamento ed autoreplicazione possa dirsi vivente. In pratica devono poter avvenire delle mutazioni nelle nanostrutture primitive (e non soltanto delle ricombinazioni) che devono poter essere trasmesse alle strutture da queste prodotte e, se queste variazioni costituiscono un vantaggio per la salvaguardia dell’integrità di queste nuove strutture rispetto alle strutture che non contengono in esse i prodotti della mutazione, tale mutazione sarà trasmessa ad un numero elevato di discendenti.
Anche su questo, me la sentirei di dire: nessun impedimento di principio, solo qualche complicazione in più, che ci potrà occupare qualche centinaio di anni in ulteriori messe a punto.
Resta soltanto da domandarci, prima che sia ormai troppo tardi, se ne vale veramente la pena.

uno dei meccanismi proposti per la catalisi di Ziegler-Natta delle olefine

uno dei meccanismi proposti per la catalisi di Ziegler-Natta delle olefine

Facendo un doveroso passo indietro verso il futuro più prossimo, non possiamo fare a meno di ipotizzare un proseguimento della già fruttuosissima ricerca e messa a punto di catalizzatori sempre più efficienti e sempre più specifici.  Efficienza soprattutto nel senso di riuscire ad abbassare l’energia di attivazione di un processo tanto da consentirgli di svolgersi in condizioni particolarmente “miti”, ad esempio a temperatura e pressioni ambientali, con un’altissima resa, tempi di semitrasformazione particolarmente rapidi e magari giusto per non farci mancare niente anche con una quota residua di reagenti non trasformata davvero trascurabile. Specificità – o selettività – nel senso di portare alla formazione di prodotti perfettamente ed univocamente definiti nella loro isomeria (ovviamente anche in quella stereochimica) e magari anche nelle loro caratteristiche conformazionali, come potrebbe essere richiesto nel caso dei conformeri bloccati di talune grandi molecole.
Ma non soltanto. Un catalizzatore ideale potrebbe essere desiderato quanto mai “di bocca buona”, ma anche altamente selettivo nel suo substrato, come capita regolarmente per tantissimi catalizzatori enzimatici, quindi in grado di operare le trasformazioni per le quali è stato pensato anche all’interno di un ambiente complesso e mutevole, quale potrebbe essere un ecosistema ambientale oppure il nostro stesso organismo.

uno dei tanti logo associati alla green chemistryLa green chemistry potrebbe benissimo perdere la sua identità ideologica, anzi credo che sotto certi punti di vista abbia già iniziato a farlo all’indomani della sua definizione, nella consapevolezza che, al di là di qualsiasi valutazione etica, l’inquinare ed far ammalare – tanto i dipendenti dell’azienda quanto la popolazione civile – costa, ed i costi ricadono in un modo o nell’altro per lo meno “anche” su chi ha inquinato.
La storia della chimica, specie di quella industriale, parallelamente alla ricerca (ed alla scoperta) di metodi per fare qualcosa di nuovo è costellata di scoperte (o per essere meno enfatici “di messe a punto”) di metodi per fare meglio, e soprattutto più economicamente, qualcosa che era possibile in un modo o nell’altro ottenere anche prima di allora. Gli esempi sono innumerevoli, ed i più illustri come quello dell’acido solforico non mancano di essere ricordati sui nostri libri di testo della scuola secondaria, come capisaldi del progresso industriale in senso lato.
In questo contesto si comprende bene come i criteri della green chemistry siano destinati a divenire sempre più parte integrante della cosiddetta chimica industriale; una parte integrante estremamente gravosa, per quanto necessaria, che richiederà la convergenza a ciclo continuo di tutte le conoscenze man mano sviluppate in ambito chimico e non soltanto, dal momento che – volendo fare gli avvocati del diavolo – un po’ tutte le sostanze chimiche, chi più chi meno, possono diventare un problema per la salute dell’uomo e per quella dell’ambiente qualora vengano gestite in grande quantità e concentrazione. Il processo di “inverdimento” della chimica può quindi essere inteso come senza fine, un work-in-progress del quale è sicuramente noto il punto di arrivo ideale (il costo zero e la non pericolosità), sempre meglio approssimato ma asintoticamente mai definitivamente raggiunto nel futuro prossimo dell’uomo, con la possibilità di vedere e rivedere più volte tecnologie di produzione, magari le stesse che in un’epoca precedente erano state accolte con il plauso della sostenibilità.

il futuro della chimica supramolecolareLa chimica supramolecolare, nel suo esame delle interazioni – pure di tipo chimico – tra molecole e/o ioni pure caratterizzati da una loro identità individuale, rappresenta quasi certamente uno dei settori nei quali è maggiormente prevedibile uno sviluppo nei prossimi decenni, sia in termini di conoscenza che di applicazioni tecnologiche.
In pratica quello della chimica supramolecolare rappresenta “il limite superiore”, dal punto di vista organizzativo, della descrizione chimica, con la possibilità di essere declinato in svariate discipline, dalla biologia cellulare alla scienza dei materiali alla geologia. La missione della chimica sarà quindi quella di non abbandonare le specie chimiche appena terminata la loro preparazione, isolamento e descrizione, ma di seguirne le vicissitudini (morfologiche, reattive, interattive…) anche quando queste si troveranno ad interagire con altre molecole della stessa specie, di specie chimiche diverse o con sistemi a più alto grado di complessità.

Sarebbe inutile comunque, oltre che ingiustificato, fingere di ignorare l’importanza – ed anzi in progressivo consolidamento – del ruolo di supporto della chimica alle discipline tecnologiche.  Già negli ultimi anni si è giunti di fatto ad una situazione per la quale, indipendentemente dall’esistenza di un dipartimento con tale nome presso gli istituti politecnici, esiste una “chimica” a supporto di ciascuna applicazione tecnologica che si possa immaginare, dall’elettronica alle biotecnologie, dai materiali alla meccanica, dall’ambiente al biomedico, dall’edilizia all’aeronautica.

catalogo materiali innovativi

catalogo materiali innovativi

Superata lo scopo originale e per certi versi più semplice di descrivere la composizione e le proprietà – sia in termini chimico-fisici che funzionali-applicativi – dei materiali sui quali gli oggetti e gli strumenti di queste tecnologie si basano, in linea con gli sviluppi su base computazionale la cui progressione procede sempre più partire dalla base (la famosa molecola biatomica di idrogeno, della quale tutti noi abbiamo iniziato a studiare le caratteristiche degli orbitali molecolari) fino alle nanostrutture supramolecolari e morfo-funzionali più complesse, diventerà sempre più normale pensare ad una progettazione ad hoc di materiali per le più svariate applicazioni tecnologiche.

In fondo potrebbe essere vero che la chimica non abbia più nulla di assolutamente sensazionale da scoprire, o almeno di sensazionale a tal punto da mettere in discussione parti importanti del suo impianto gnoseologico. La verifica del comportamento e delle proprietà, ad iniziare da quelle reattive, in condizioni estreme o esotiche, ovvero al di là di quelle solitamente riprodotte nei nostri laboratori (es. per pressione, temperatura, campi elettromagnetici, ecc) potrebbe condurci poco per volta ad un’estensione del campo delle regole e, indirettamente, della nostra visione della chimica stessa, fino a farci comprendere come la chimica così come l’abbiamo intesa fino ad oggi possa essere considerata un ambito tutto sommato ristretto, come dire “una provincia con leggi locali” all’interno del dominio delle proprietà degli elementi.  Qualcosa di molto simile a quanto è accaduto con l’estensione in senso quantistico della fisica, all’interno della quale i fenomeni macroscopici – pure gli unici osservabili e quindi studiati fino ad un secolo fa – costituisco una sorta di sotto-caso. Come è accaduto per la fisica, anche la scoperta di una chimica ben più estesa rispetto alle condizioni attualmente indagate non porterà di sicuro ad invalidare una conoscenza vecchia di millenni e strabordante di conferme, ma piuttosto consentirà di trovare per questa chimica la giusta collocazione all’interno del quadro multidimensionale della conoscenza dell’universo e delle sue regole.

 

LA SFIDA DELLA CHIMICA PERCEPITA

Ben altra cosa sarà invece la sfida che si affronterà tra le strade, dal popolo, lontano dai riflettori puntati sulle stanze della Ricerca. Un sfida che coinvolgerà schiere di ignari “civili”, impegnati a sopravvivere tra mille pensieri, divisi tra criticità e diversivi: chi impegnato a scuola a studiare, chi al supermercato a fare la spesa, chi in ufficio a gestire la contabilità, chi in automobile fra il traffico, chi in corsia in ospedale, chi a navigare nel mare del web…
Ma in fondo è forse questa la sfida che interessa più da vicino noi di Chimicare.
percezione popolare della chimicaCosa ne sarà nel prossimo futuro della percezione della chimica da parte del grande popolo dei “non addetti ai lavori”? La situazione ancora oggi non è delle migliori (giusto per non apparire come i soliti pessimisti), soprattutto se si tiene conto di quanto la chimica rivesta un ruolo centrale, quasi di perno intorno al quale ruota la nostra esistenza – dalla struttura e funzionamenti stessi del nostro corpo, fino agli oggetti della nostra quotidianità – e di quanto per contro questo ruolo, anzi lasciatemi osare, questa “presenza” stessa passi per lo più inosservata. Non si percepisce la chimica che si ha intorno, forse proprio perché è ovunque e risulterebbe pressoché impossibile concepire un mondo senza di essa.  L’escamotage adottato allora da molti – la nostra cultura spesso rimedia con arraffazzonature di questo tipo, che a non provarci si facevano meno danni – è stato allora quello di chiamare chimica solo una certa parte di questa disciplina, quella dei prodotti di sintesi, dell’industria, dell’attività creativa dell’uomo che – specchio del suo creatore – mostra sempre la sua doppia faccia, una benefica ed una nefasta.

Anno Internazionale della Chimica - logoIl momento attuale è sicuramente quello ottimale per provare a fare il punto della situazione in merito alla percezione della chimica, alla diffusione della cultura (che non è sinonimo di conoscenze) della chimica fra il grande pubblico dei cosiddetti “non addetti ai lavori”, per approdare infine ad una valutazione relativa ai sentimenti prevalenti con i quali il grande pubblico si rapporta alla chimica: indifferenza, speranza, curiosità, diffidenza, fiducia, , scetticismo, paura…
Sotto la spinta dell’appena concluso 2011, proclamato dall’ONU “Anno Internazionale della Chimica”, si sono moltiplicate infatti iniziative territoriali volte a ravvicinare il grande pubblico con specialistico con la chimica, come l’investimento di risorse organizzative verso studi, tavole rotonde ed indagini finalizzate ad aiutare a comprendere come la gente la fuori percepisca, senta ed intenda la Chimica.
La stessa nascita dell’Associazione Cuturale Chimicare, in ambito italiano e delle iniziative da essa condotte fino ad oggi per provare a colmare il divario esistente tra la presenza oggettiva della chimica nella nostra esistenza – sia nella sua accezione biologica che in quella tecnologica legata alla nostra quotidianità moderna – e la sua percezione – nel migliore dei casi fortemente ridotta, fino ad arrivare ad un pieno fraintendimento di ruolo e di responsabilità – ha portato alla riconferma di un quadro decisamente poco confortante, purtroppo ben in linea con le aspettative meno ottimistiche che già avevano giustificato la creazione dello stesso soggetto associativo.
prof. Alberto Breccia FratadocchiIn modo analogo si è espresso anche il prof. Breccia Fratadocchi, uno dei più eminenti studiosi italiani relativamente alle interazioni tra chimica e società, in un’intervista in esclusiva per Chimicare, del 30 giugno 2012 a cura di Silvia Caruso:  “[…] manca completamente l’insegnamento dei principi etici della chimica nelle scuole.  Si è mai studiata la carta dell’ ONU nelle scuole?  Si sono mai studiati i principi etici della scienza, della professione e dell’informazione? No!  Questo è di grande importanza, ma manca completamente sia a livello di scuola secondaria di secondo grado e ancora meno all’Università. Con IUPAC  sto portando avanti un progetto per l’istruzione sui principi etici della chimica.  Nelle scuole dimostriamo che la chimica ha molti principi etici: il miglioramento della vita con i farmaci, la salvaguardia dell’ambiente, la cura delle piante, le azioni di ripristino ambientale e molto altro ancora. Solo portando avanti questo progetto di divulgazione dell’ etica con le scuole si arriverà a sensibilizzare correttamente la società sul significato della chimica.  Anche il Ministero degli Affari Esteri, con una lettera inviatami dal Direttore Generale Sandro De Bernardin, ha riconosciuto l’ importanza di questo progetto e ci ha confermato il supporto istituzionale per promuoverlo e portarlo avanti.  Si legge nella lettera: “[…] l’Italia si adopera affinché venga confermata la promozione delle scienze chimiche quali fonte di conoscenza da utilizzare ai fini pacifici, come strumento morale e materiale dei popoli.”  Questo è per noi un riconoscimento importante, che rende merito al nostro lavoro, in cui crediamo e che stiamo portando avanti da anni.”

DB eventi e soggetti della divulgazione della chimicaDell’ultimo mese è il completamento – seppur nella sua versione preliminare – di un database relativo ai soggetti ed agli interventi a supporto della divulgazione della chimica nel nostro Paese, dalle origini ai giorni nostri, realizzato da Francesca di Monte, Chimico e Tecnologo Farmaceutico e Giornalista Scientifico, per conto dell’associazione Chimicare.  Nel commento conclusivo allo studio, si legge nel resoconto si legge: “Il complesso lavoro di raccolta dati che ha condotto alla creazione del database ha confermato le principali criticità della divulgazione scientifica: la grande dispersività dei dati e l’inadeguatezza di alcuni soggetti istituzionali preposti nello svolgimento di un’azione scientifico-divulgativa realmente efficace (spesso troppo autoreferenziali nei loro percorsi comunicativi).”

Forse già in queste poche righe, specie se lette in confronto con i documenti che hanno accompagnato la nascita dell’Associazione Culturale Chimicare proprio all’inizio dell’Anno Internazionale della Chimica (Scenario, Missione, Scopi e modalità di perseguimento dei medesimi) si intuisce quale potrebbe essere il futuro più ragionevole per la divulgazione della chimica:
quello di cessare di essere portata avanti secondo progetti ed interventi che, pur nel loro pregio individuale, risultano fra loro essenzialmente scoordinati, sotto la spinta di un marketing culturale che di tutto riesce a tenere conto tranne che del reale valore di una pianificazione programmatica anche di argomenti poco appetibili ma pure irrinunciabili dal punto di vista culturale, da parte di soggetti che pur nella loro indiscutibile autorevolezza, non annoverano la diffusione della cultura della chimica nei primi posti della loro ragion d’essere.

Certamente, non essendo noi neutrali su questa problematica, rischiamo di confondere fra loro speranza e previsione. Per far sì che la prima si traduca nella seconda, al riparo da ogni eccessivo ed in questo momento direi anche poco giustificato ottimismo, le strade per quanto diverse fra loro dovranno necessariamente passare attraverso la conoscenza e successivamente la collaborazione fra i soggetti coinvolti (tanto gli Enti e le Istituzioni quanto le Associazioni, fino ai singoli professionisti), la condivisione delle linee guida più generali nella pianificazione delle strategie d’intervento, tanto relativamente ai metodi adottati quanto relativamente ai contenuti.

 

 

Una risposta a Quo Vadis Chimica? Dalla chimica del futuro al futuro della chimica

  • Maurizio Mamoli scrive:

    Benssimo, ma al di là di quanto attiene all’estensione delle frontiere della ricerca, c’è uno spazio immenso per l’applicazione delle conoscenze ad oggi acquisite, in tutte le aree di frontiera della sostenibilità economica e ambientale.
    Faccio solo un esempio, che ho visto sulla rivista per tablet Scienza 2.0 (gratis da App Store o da Google Play):c’è chi in Germania ha integrato il ciclo di generaione dell’energia con la produzione di nuovi materiali plastici, riciclando l’anidride carbonica generata ed evitandone la dispersione (da rifiuto problematico, a materia prima). E’ fantastico!
    So di toccare solo uno degli aspetti evocati: ma a me questo sembra importante. E se la chimica va in direzioni come queste, il suo futuro è fulgido..

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