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La Chimica intorno a noi: come scienza naturale e come applicazione tecnologica. Una realtà da (ri)scoprire

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(2° parte) Dall’inserto speciale “La chimica: una scienza naturale per uno sviluppo sostenibile” a cura di Caterina Vittori, Franco Rosso ed Annarita Ruberto, pubblicato sulla rivista Scuola e Didattica (n. 8, 1 dicembre 2011, anno LVII, Editrice La Scuola).   Leggi al 1° parte.

CHIMICA COME SCIENZA E COME TECNOLOGIA

Copertina inserto speciale dedicato alla chimica nella rivista "Scuola e Didattica" (dic. 2011; Editrice La Scuola)

Copertina inserto speciale dedicato alla chimica nella rivista “Scuola e Didattica” (dic. 2011; Editrice La Scuola)

Il progresso nella conoscenza in campo chimico, e quindi lo sviluppo della stessa chimica in quanto disciplina scientifica, è storicamente avvenuto, molto più che per altre scienze quali l’astronomia e più in generale la fisica, o la medicina e la biologia, sulla spinta di un interesse pratico.

Volendo anche considerare le finalità del processo alchemico, esse potevano essere descritte come inerenti nel migliore dei casi alla crescita spirituale dello stesso alchimista, fino ad arrivare a speculazioni relative ad applicazioni volte a migliorare gli aspetti relativi alla vita biologica o economica della persona. In fondo, c’è molta più affinità fra gli studi finalizzati a scoprire l’elisir della giovinezza e l’attuale ricerca farmacologica sull’intercettazione dei radicali liberi nel nostro organismo, piuttosto che fra queste finalità e lo sviluppo della chimica in quanto disciplina scientifica, al pari della fisica o della matematica.
Non c’è quindi da stupirsi se ancora oggi la chimica tenda ad essere identificata con le sue applicazioni tecnologiche, ed in particolare con i processi di trasformazione industriali che, passando attraverso stadi di reazione e stadi di separazione fra le sostanze coinvolte, consentono di modificare la composizione di materie prime, in vista dell’ottenimento di prodotti utili alla nostra esistenza quotidiana.

E’ molto più di una curiosità il fatto che siano in molti ad ignorare l’esistenza del corso di laurea in “Chimica”, senza ulteriori specifiche o specializzazioni dichiarate già nel titolo. La domanda che tipicamente viene posta da chi, pur non egli stesso chimico, ha comunque una certa dimestichezza con la denominazione dei corsi di laurea, quando si annuncia il conseguimento o il possesso di un titolo in chimica è del tipo: “chimica come? Industriale? Farmaceutica? …Ingegneria chimica?”.
Fortunatamente anche in tempi di ultraspecializzazione delle professioni e, seppur in modo meno marcato, anche degli indirizzi di studi, la “Chimica” propriamente detta, proprio lei, tout court, esiste e resiste ancora come corso di laurea autonomo, al pari della fisica e della matematica. Stiamo parlando della chimica come disciplina scientifica, generale, essenziale, fondante, quella che sta alla base di ogni possibile applicazione o approfondimento di settore, costituendone la base culturale e paradigmatica.

campionario di immagini di chimica industrialeGli studenti della scuola secondaria di secondo grado, al momento di scegliere il corso di laurea al quale iscriversi, optano con sempre maggiore frequenza per declinazioni specialistiche o settoriali della chimica, adducendo, come ragione della propria scelta, a un timore per certi versi reverenziale verso la Scienza pura, timore composto a sua volta da un misto di diffidenza verso la spendibilità concreta del titolo nel mondo del lavoro e dalla convinzione che le declinazioni specialistiche, ad iniziare da quelle tecnologiche, risultino di più facile approccio.
Sembra superfluo evidenziare la ragione preconcetta di tali convinzioni che, lungi dal trovare riscontro oggettivo nel mondo del lavoro o nel tasso di abbandono scolastico, affondano le radici prevalentemente in una carenza di cultura scientifica precedente all’istruzione secondaria di secondo grado, e non solo, per colmare la quale gli insegnanti di matematica, fisica, chimica e biologia, con la loro didattica finalizzata per lo più alla trasmissione di conoscenze piuttosto che alla formazione di coscienze, riescono a fare ben poco.

Da un certo punto di vista, l’assenza di una diversificazione dei termini, praticamente in tutte le lingue, fra quello utilizzato per indicare gli aspetti scientifici e conoscitivi e quello che indica invece le applicazioni tecnologiche e produttive, entrambi contenenti semplicemente la parola “chimica”, non aiuta certo in questo senso. Mentre fanno parte del nostro patrimonio culturale la differenza fra botanica ed agronomia, fra biologia umana e medicina, fra architettura ed ingegneria civile, fra pedagogia ed insegnamento, la parola “chimica” accomuna, al limite con l’aggiunta di una qualifica che spesso si perde nella fretta, la scienza e la sua applicazione tecnologica.

 

SCOPRIRE LA CHIMICA INTORNO A NOI

Circa il 14% del valore di un’automobile o di una moto è imputabile direttamente o indirettamente alla chimica incorporata in essa come beni o servizi. La percentuale sale considerando altre categorie di oggetti di comune uso quotidiano: 26% per le calzature, 30% per gli elettrodomestici, 37% per i pannolini, 65% per i servizi di veterinaria e addirittura il 100% quando si considera il mercato delle vernici.

la chimica incorporata nei consumi e nei servizi

E’ veramente difficile individuare una categoria di oggetti, e di riflesso un settore della nostra economia, nel quale la chimica non rientri in modo più o meno determinante, tramite materie prime, coadiuvanti o servizi (ad esempio di analisi), incidendo sulla qualità del prodotto, fino a costituire in molti casi un presupposto irrinunciabile per la sua realizzazione. In molti casi la chimica contenuta in un prodotto non risulta immediatamente percepibile, oltre che dal consumatore finale, neanche dal produttore medesimo dell’oggetto in quanto la filiera complessiva, che porta dalle commodities primarie naturali (es. petrolio, prodotti agro-forestali, risorse minerarie) al manufatto finale, può contare anche decine di passaggi, che coinvolgono soggetti e comparti differenti della nostra realtà industriale, tanto da rendere quello della chimica il corpo logistico probabilmente più complesso dell’economia globalizzata. Un elemento chiave di questa logica, che rompe più di ogni altro ogni ipotesi di una filiera in caduta “dalla materia prima al prodotto finito”, è quello per cui un certo intermedio chimico potrebbe, almeno potenzialmente, essere impiegato in settori del tutto differenti fra loro: per la preparazione di un farmaco come per la sintesi di una materia plastica da utilizzare in un giocattolo o in un prodotto per la pulizia delle superfici, così come negli inchiostri colorati di una stampante. Rappresentata su un grafico bidimensionale, ad esempio su di un planisfero, l’industria chimica e quella che fa uso dei suoi prodotti può essere visualizzata come un intricata ragnatela di scambi, movimenti, trasformazioni e servizi dei quali il consumatore finale riesce a percepire a malapena la punta dell’iceberg rappresentata dal prodotto finito.

Paradossalmente è proprio la sua pervasività praticamente in ogni campo della nostra esistenza e della realtà che ci circonda a costituire una delle ragioni per cui la chimica risulta così poco percepita da coloro che non hanno avuto la possibilità di usufruire di una formazione scientifica di base. La necessità irrinunciabile di riportare l’ambito di competenza di una disciplina ad un settore circoscritto e specifico del nostro mondo esperibile, costituisce probabilmente uno dei fattori di gap culturale più significativi fra persone di scolarità fra loro molto differenti. La conseguenza di questo immaginario fortemente improntato alla concretezza empirica sarà la difficoltà a comprendere ed accettare la trasversalità di alcuni approcci disciplinari, come quello chimico appunto, quando essi incidono sulle fondamenta stesse della nostra civiltà o, in una prospettiva scientifico-descrittiva, addirittura sui fondamenti stessi della realtà che ci circonda.

Cosa può ottenere l'industria chimica a partire da un "barile" di petrolio? (Fonte ACC, 2005; elaborazione Federchimica)

Cosa può ottenere l’industria chimica a partire da un “barile” di petrolio? (Fonte ACC, 2005; elaborazione Federchimica)

Insieme ad altre scienze pure, la chimica è da considerarsi a tutti gli effetti come una disciplina trasversale, che interseca una quantità straordinariamente elevata di ambiti e di settori, contrapponendosi in questo alle cosiddette discipline specialistiche che invece fanno uso di conoscenze e strumenti culturali provenienti da altre scienze pure o da discipline a loro volta specialistiche per descrivere ed intervenire su di un ambito specifico. Un veterinario utilizza per esempio nozioni e paradigmi provenienti dalla zoologia, dalla farmacologia, dalla psicologia, dalla stessa chimica e dalla statistica, finalizzando tutto questo al benessere ed alla produttività dell’animale. Si tratta quindi di un approccio convergente, ovvero che attinge ad ampio spettro dal patrimonio culturale dell’umanità, per focalizzare l’attenzione su un abito specifico.
Le discipline trasversali come la chimica, invece, procedono in senso opposto e possono pertanto essere indicate come di tipo diffusivo: a partire da studi molto specialistici e di nicchia, generano risultati che possono avere ricadute su un numero molto grande di ambiti applicativi, nella maggior parte dei casi non prevedibile a priori e spesso anche dopo molto tempo.
Riportata sul piano della percezione della presenza e del ruolo della chimica e, a questo punto, anche del chimico professionista, il paradosso è ulteriormente perfezionato, in quanto si accusa da un lato il chimico di eccessiva ingerenza in campi che con gli appartengono (fino a dipingerlo, in contesti caricaturali, come un soggetto saccente, ficcanaso o impertinente), dall’altro alla rarefazione fino all’inconsistenza del campo di pertinenza specifico della chimica.

 

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