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domande e non-risposte nella divulgazione di base in chimica

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Avete mai notato come nella comunicazione scientifica “on demand”, quella che solitamente risponde a slogan del tipo “il chimico risponde”, accade sovente che più la domanda è semplice, più la risposta diventa complessa?
O meglio: più la domanda appare semplice agli occhi di chi la pone (ma alle orecchie dello specialista risulta nel migliore dei casi mal posta, in altri addirittura un po’ naif), più la risposta tende ad essere una sorta di non-risposta, trasformandosi piuttosto in un vagone più o meno compresso di argomentazioni che avrebbero nel loro insieme la funzione, più che di soddisfare in modo puntuale una domanda che non contempla una vera risposta con queste caratteristiche, di fornire all’interlocutore metodi e strumenti di ragionamento ed interpretazione fondamentali per potergli consentire non soltanto di rispondere da solo al quesito posto, ma soprattutto per aiutarlo a “convincersi” che quella fornita sia proprio la risposta corretta. Perché perdere tempo per convincersi? Sia per accettare meglio la validità ed il significato di una “non-risposta”, quando magari ci saremmo aspettati al suo posto una risposta circostanziata e puntuale, sia per metterci in futuro nelle condizioni di provare ad individuare autonomamente delle risposte in relazione a situazioni solo apparentemente diverse ma che possono essere facilmente ricondotte ad un minimo comune denominatore.
(a titolo di esempio si può vedere un post di non-risposta argomentata tipico: “la madre di caffè per acidificare il terrerno delle orchidee?“)

E’ un po’ come se qualcuno chiedesse: di che colore è la felicità? e si aspettasse da noi una risposta del tipo “blu” o “verde” o magari “rossa”. Il divulgatore più paziente potrebbe iniziare ad intessere un lungo discorso di carattere retorico, probabilmente con riferimenti filosofici, linguistici e letterari: inizierà evidenziando il fatto che il colore e gli stati d’animo appartengono ad ambiti diversi della realtà, il primo di tipo fisico, il secondo psicologico-emozionale; che possono essere sì in relazione fra loro, ma solo dal punto di vista emozionale, con relazioni causa-effetto di valore eventualmente statistico e di sicuro non meccanicistico di tipo causa-effetto, che ci possono essere fattori culturali e fisiologici a mediare il tutto e a creare convergenze o divergenze fra i risultati; che infine è possibile affermare il colore della felicità solo tramite un’operazione retorica detta sinestesia, ma questo significa collocare la risposta su un piano terzo, diverso sia da quello fisico dei colori che da quello psicologico-emozionale delle sensazioni.
Probabilmente già dopo poche parole quel qualcuno che aveva posto la domanda iniziale avrà smesso di ascoltarci, e se la domanda era stata posta in ambiente internet (es. un forum, un gruppo, un blog) avrà semplicemente chiuso la pagina, nel più totale stato di insoddisfazione per non avere ricevuto la risposta che si aspettava.
In realtà quello che il comunicatore ha fatto è stato quello di cercare di supplire con la trasmissione di competenze, una conoscenza che oggettivamente non poteva essere trasmessa. L’alternativa che poteva scegliere era quella di affermare semplicemente “questa è una domanda alla quale non si può rispondere: un’emozione non può avere un colore!”, ma in primo luogo questa istanza, anche posta nel più sereno dei modi, sarebbe risultata implicitamente dura, con connotazioni fra il saccente e l’aggressivo; in secondo luogo l’interlocutore avrebbe potuto benissimo credere che fosse lo specialista ad essere incapace di rispondere alla domanda, probabilmente a causa di una sua specifica ignoranza sull’argomento.
E’ abbastanza consueto nelle mie esperienze di comunicazione orale che, dopo avere affrontato una complessa esposizione sulle ragioni per le quali il quesito posto sia in realtà tutt’altro che banale e non avrebbe senso fornire per esso una risposta precisa e puntuale come quella desiderata, ed avendo avuto fra l’altro l’accortezza di verificare man mano nel corso dell’esposizione che l’interlocutore seguisse il filo del ragionamento per poter valutare se contenuti e forma della comunicazione fossero adeguati alla situazione, mi sentissi dire alla fine: “ok, ho capito. Ma alla fine, stringi stringi: la risposta alla domanda iniziale è sì o è no?”.
A volte temo che alla base del problema oltre che una questione di comprensione vi sia anche una questione di fiducia. Anche comprendendo il messaggio in sé stesso trasmesso, tendiamo ad essere scettici nei confronti di chi vuole mutare le prospettive, l’angolatura attraverso la quale guardiamo la realtà, similmente a come reagiamo quando, volendo semplicemente apprendere notizie oggettive da un mezzo di informazione, intuiamo che l’interlocutore sta in realtà cercando di condizionare le nostre convinzioni politiche, etiche o religiose. Ecco, in certi casi l’interlocutore scettico può avere la sensazione che il divulgatore “glie la conti soave” giusto per raggirarlo, come un imbonitore da fiera di paese dotato di brillante parlantina, per stordirlo fino a fargli perdere quei solidi punti di riferimento che gli provengono dal suo vissuto, dalla sua cultura di base (spesso più di natura tradizionale-popolare che non scolastica) e dagli insegnamenti familiari che costituiscono in qualche modo la sua bussola per orientarsi in una realtà complessa ed insidiosa dove altrimenti rischierebbe di diventare credibile tutto ed il contrario di tutto.

Infine mi sono accorto come l’interlocutore medio, anche quello con conoscenze scientifiche di derivazione scolastica, sottostimi di gran lunga l’ingerenza che la spiegazione scientifica, e nel caso specifico chimica, può avere e di fatto in molti casi ha nei confronti dei fenomeni macroscopici che pure fanno ampiamente parte della sua esperienza quotidiana.
Mi capita spesso di trovarmi in situazioni d’imbarazzo quando più e più volte all’interno della stessa serata a casa di conoscenti mi vengono presentate evidenze, osservazioni, spiegazioni o supposizioni in apparenza del tutto slegate fra loro (es. si passa dalla cucina al giardinaggio, dalla pulizia della casa ai bricolage, dalla salute ai cosmetici, ecc), dove chi espone mai e poi mai si sognerebbe di immaginare che il chimico potrebbe a ragione dire la sua praticamente su tutto. Compreso sul campo sacro dei buoni consigli della nonna. Succede così che dopo il primo o il secondo intervento su argomenti diversi evito di proseguire a commentare le istanze successive, almeno se non direttamente interpellato, giusto per non apparire eccessivamente saputello o peggio ancora saccente. Tutti quelli che mi conoscono sanno che sono un chimico, che negli anni mi sono occupato di argomenti inerenti la chimica diversissimi fra loro e che ultimamente mi interesso anche di divulgazione, eppure lì per lì non viene spontaneo ricollegare la chimica agli aspetti più esperienziali della nostra esistenza. Il chimico per la maggior parte della gente è colui che si occupa di “cose chimiche”, ovvero di sostanze chimiche, di reazioni chimiche e di spiegazioni chimiche: anche dopo l’ennesimo esempio di come la chimica possa fornire una chiave interpretativa o un criterio di scelta nei confronti di fenomeni macroscopici all’apparenza “non chimici” nella vita quotidiana, molti interlocutori non riescono a fare sufficientemente propria, ad interiorizzare questa evidente realtà.
La conseguenza di tutto ciò, nel contesto della divulgazione scientifica sul web, è che non risulta facile intercettare l’attenzione di un pubblico che, per quanto curioso, non è portato a ricercare nella chimica la risposta ai suoi problemi domestici e della vita di tutti i giorni.

Ad esempio è stato notato da alcuni osservatori come la presenza di formule chimiche, fossero anche usate in funzione di cornicette decorative, spaventa il lettore non specialistico e lo dissuade alla lettura, prima ancora che gli sia data la possibilità di scoprire che magari la comprensione di quelle formule era del tutto irrilevante al fine della comprensione del testo.
Questo è a mio parere un vero peccato in quanto un buon testo divulgativo, almeno sul piano ideale, dovrebbe poter essere scritto e quindi letto a più livelli e da più tipologie di persone (alcune potranno comprendere le formule ed altre no, ma se il testo è stato redatto in modo adeguato questo non comprometterà la comprensione almeno basilare del contenuto), ed inoltre è noto a tutti che l’introduzione di intermezzi fotografici, pittorici e grafici “alleggerisce” il peso visivo e quindi anche emotivo di un testo scritto altrimenti fitto fitto (il classico “mattone” che il lettore solitamente rifugge): peccato che quando si parla dei polifenoli contenuti negli alimenti, o faccio vedere gli alimenti o faccio vedere i polifenoli… e non sono così sicuro che sia più piacevole vedere un mucchietto di polverina giallo pallido piuttosto che una formula fatta da esagoni, lettere e trattini che, per quanto incomprensibile, fa comunque “figo” averla lì stampata, e magari chissà che con il tempo si inizi a ricordarla a memoria o addirittura ad aiutarci a comprendere un po’ di chimica almeno per induzione.

Parlare di chimica con un linguaggio non chimico è per taluni una contraddizione in termini, per molti addirittura un fatto inaccettabile, per taluni addirittura deprecabile. Eppure non dobbiamo dimenticare che le convenzioni utilizzate in ogni scienza ma soprattutto nella chimica che sfrutta le formule di struttura in funzione di pittogrammi, dovrebbero essere un ausilio alla comunicazione, non la sua condizione irrinunciabile o addirittura il suo fine. Se un chimico non è in grado di spiegare a parole un fenomeno, una reazione, un comportamento senza fare uso di formule, probabilmente significa che non ha una padronanza effettiva della realtà che si appresta a descrivere.
Purtroppo i più spietati nemici della comunicazione scientifica di base sono proprio i colleghi di scienza, o meglio “taluni” colleghi, quelli che in nome del rigore e dell’ineccepibilità della trattazione, sia nei suoi contenuti che nella sua forma, non sono disposti ad alcun genere o grado di compromesso comunicativo.
Prima ancora di iniziare l’attività su Chimicare ero consapevole del problema, tanto che avevo pubblicato ben in evidenza fra la pagine fisse del sito un comunicato “nota per le professionalità scientifiche in visita”: i timori iniziali si sono purtroppo rivelati del tutto fondati.
Le mail di dissenso che ricevo non sono davvero molte, anzi ad essere sincero sono la minima parte del totale, però tra di esse spiccano in particolare quelle che lasciano intendere come dovrebbe a loro parere essere il non-chimico che si pone domande a mettersi nelle condizioni di accettare, o meglio di imparare, il linguaggio e le convenzioni comunicative (es. formule) proprie della chimica, e non viceversa il chimico a cercare di spiegare realtà complesse senza l’ausilio di termini, formule e concetti specialistici.
Queste posizioni partono dal presupposto che la comunicazione e l’informazione scientifica divulgativa sia una sorta di favore che lo specialista concede al richiedente. In realtà lo scambio di favori, se così si vuol dire, è per lo meno reciproco, in quanto sono dell’idea, come avrò modo di argomentare successivamente, che il maggior beneficiario di questo genere di contatti sia proprio il chimico stesso, probabilmente non come singola persona, ma come figura professionale, ruolo e riferimento, nonché la chimica in senso lato.
La comunicazione scientifica di base diretta alla cittadinanza tutta è in realtà un’esigenza che si sta manifestando con sempre maggiore evidenza proprio fra gli addetti ai lavori, in tutto il mondo tecnologicamente avanzato ma soprattutto in Italia, come ricordano anche le azioni volte in questo senso organizzate dal Consiglio Nazionale dei Chimici e dai relativi ordini territoriali (es. la brochure ampiamente diffusa dal 2009 dal titolo “Il Chimico – professione per costruire il futuro”).
Anche se molti colleghi maggiormente integralisti non hanno ancora focalizzato esattamente la situazione, il chimico non può oggi prescindere dall’opinione pubblica che, in un sistema democratico, determina in un primo momento la selezione della classe politica ed in seconda analisi le scelte economiche e gli sviluppi dell’impianto legislativo vigente. Un’opinione pubblica emotivamente preoccupata, scettica o peggio ancora avversa (spesso per ragioni preconcettuali giustificate da una informazione lacunosa o tendenziosa) alla chimica in quanto applicazione tecnologica fino ad arrivare alla disciplina stessa ed ai suoi referenti, i chimici, può impattare e di fatto impatta, anche in modo determinante, su cosa e come il chimico può operare sul territorio, quali impianti produttivi può realizzare e dove, quali assicurazioni di ecocompatibilità delle emissioni in ambiente deve fornire e quali standard di sicurezza minimi deve adeguarsi, quali analisi devono essere eseguite per monitorare lo stato contaminazione del territorio, dei materiali e degli alimenti, ecc. Molte, sicuramente la maggior parte delle disposizioni vigenti e che saranno stabilite in futuro sono derivate da valutazioni oggettive del legislatore, ma è indubbio che per tante altre sia stata, per lo meno storicamente, determinante la pressione dell’opinione pubblica, magari mediata da pianificazioni di agenda-setting da parte dei media informativi. Ed è un dato di fatto il voto politico di un cittadino di cultura chimica scarsa o inesatta, pesa esattamente come il voto di un professore emerito in chimica, anche nel caso di un ipotetico di un eventuale referendum in tema di accettabilità o meno della costruzione di nuovi impianti chimici.
Per una discussione su come sia cambiata nel tempo la concezione relativa alla chimica da parte dell’opinione pubblica italiana, in particolare relativamente ai significati attribuiti alla parola “chimico”, vi invito a leggere un post precedente: “quando la chimica diventa aggettivo

(continua a leggere il seguito dell’intervento)

Una risposta a domande e non-risposte nella divulgazione di base in chimica

  • giulio scrive:

    Gentili chimici avrei una domanda da porvi èperando che non ricada troppo nella categoria di domande mal poste o dalla risposta troppo complicata. Immaginate di avere la specie chimica H2A . Il suo ione derivante dalla prima dissociazione HA- che reazione darà? in teoria potrebbe darne due: una dove si comporta da acido e strappa un protone all’acqua dando come risultato una reazione basica oppure potrebbe agire da acido rifilando all’acqua il suo protone la quale acqua diventerebbe H3O+ (reazione acida) lasciando senza più protoni la specie chimica A (che per questo si troverebbe ad essere A2-). E possibile dalla conoscenza delle due costanti di dissociazione k1 e k2 prevedere quale di queste due reazioni avverrà?Grazie mille

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