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L’Italia unita per una corretta informazione e sensibilizzazione scientifica: intervista a Federico Baglioni

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Dal 18 al 24 maggio, e in generale per tutto il mese, si è tenuta, nelle principali città italiane, la terza edizione della serie di eventi di divulgazione scientifica organizzati dal movimento culturale Italia Unita per la Scienza. “CapiAmo il Pianeta” è stato il nome dell’iniziativa di quest’anno, una serie di incontri, conferenze e workshop che hanno permesso al pubblico di entrare direttamente in contatto con scienziati e ricercatori, per dimostrare quanto viva, appassionante e fondamentale per lo sviluppo del bene comune sia la ricerca scientifica. In concomitanza con l’EXPO di Milano e dopo le battaglie mediatiche che hanno coinvolto il mondo scientifico nell’ultimo anno (si pensi al caso Stamina, alla missione Rosetta, al crollo delle vaccinazioni), far sentire con forza la voce della ragione diventa sempre più importante. Quest’anno anche l’associazione Chimicare parteciperà con alcuni relatori a queste giornate. Iniziamo quindi questa collaborazione con un’intervista a Federico Baglioni, biotecnologo, divulgatore scientifico e coordinatore nazionale di Italia Unita per la Scienza.

Ciao Federico, rompiamo il ghiaccio iniziando a parlare della catena di eventi che ha portato alla nascita di Italia Unita per la Scienza. Perché non ci racconti brevemente le origini e gli scopi della vostra associazione?

Federico Baglioni

Federico Baglioni

Tutto è in realtà nato da un piccolo gruppo di studenti, ricercatori e appassionati di scienza che si sono accorti di quanto la scienza sia poco considerata (o bistrattata) in Italia. Casi come Stamina, gli assalti agli istituti di ricerca dove si fa sperimentazione animale o il crollo delle vaccinazioni per paura di danni mai verificati hanno così smosso gli animi di tante persone. L’8 Giugno 2013, con un’organizzazione lampo, senza alcun budget e gestita quasi esclusivamente su gruppi Facebook, siamo riusciti a organizzare convegni in sedici città italiane, grazie al contributo di studenti, professori e ricercatori di tante Università e Istituti di ricerca. La formazione del movimento culturale Italia Unita per La Scienza nasce proprio al termine della realizzazione di questo evento. Da allora Italia Unita Per La Scienza ha iniziato a muoversi molto sulla sua pagina Facebook (oggi circa 30.000 like), partecipando a incontri e dibattiti e portando avanti un progetto nelle scuole superiori. L’anno scorso l’evento di informazione scientifica nazionale si è ripetuto (19-24 Maggio “La bufala è servita: tra scienza e pseudoscienza”), cercando di puntare maggiormente sull’approccio comunicativo e sul coinvolgimento di giornalisti e divulgatori scientifici. Risultato: quasi 30 città partecipanti e anche più eventi nelle singole località. Ora siamo al terzo anno e abbiamo cercato di costruire gli eventi in modo che siano adatti a un target specifico: scuole superiori, studenti universitari e pubblico generico. Il risultato è stato ancora diverso: anche in questo caso quasi 30 località diverse, argomenti e format più diversificati e soprattutto nuovi contatti e stimoli per fare qualcosa di sempre più srutturato nei prossimi mesi e anni.

Italia Unita per la Scienza è un punto di riferimento per la divulgazione scientifica social, con un agguerrito seguito di quasi 30.000 fan sulla pagina facebook. Dalla sua nascita, anche l’associazione Chimicare ha analogamente scelto di impegnarsi sui social e sul web. Quanto credi sia importante investire nei nuovi media? Qual è (o quale dovrebbe essere) il ruolo dei media tradizionali nella divulgazione scientifica?

Italia Unita per la ScienzaPartiamo dal fatto che la scienza nei secoli è sempre stata qualcosa di “èlite”: solo in pochi avevano mezzi e possibilità di studiare e lo studio era riservato a una cerchia ristretta di popolazione. La scienza, da “accademica” qual era, si è trasformata una prima volta con le industrie e i grandi progetti internazionali. La seconda trasformazione ha riguardato soprattutto il modo in cui era possibile comunicarla: tramite internet. Con la sua nascita e diffusione, infatti, il cittadino si è sentito finalmente partecipe di un mondo nuovo dove anche lui poteva dire la sua, con tutti i rischi di disinformazione che abbiamo accennato prima. Internet quindi rappresenta un canale importantissimo e sempre in crescita, su cui la divulgazione scientifica deve assolutamente puntare, anche perché è lì che si possono costruire nuove strategie di comunicazione, specialmente quella rivolta ai giovani. Ma non va dimenticato che c’è ancora una grande fetta di popolazione che non ha internet e che considera i media tradizionali come uniche fonti dove informarsi. Se su internet si stanno creando nuove (e forse troppe) realtà, nei media tradizionali c’è un vuoto davvero considerevole ed è anche difficile riuscire a dare il proprio contributo, perché, a cominciare dai palinsesti, molto sembra deciso da altre logiche.

vignetta - italia unita per la scienza
Cosa vuol dire oggi fare divulgazione? Quali sono le responsabilità e quali le implicazioni deontologiche a cui va incontro un aspirante divulgatore scientifico?

Fare divulgazione può significare tante cose, perché tanti sono gli aspetti che si devono affrontare. Una prima questione riguarda la percezione della scienza come lontana dalla vita comune: in particolare le scienze “hard” sono ancora viste come inutili o distanti, anche se sono fondamento di tecnologie che usiamo ogni giorno. Una questione legata quindi anche alla mancata passione che sembrano trasmettere certe materie. E invece una delle chiavi è proprio trasmettere interesse per la scienza, per la scoperta, per la curiosità, a cominciare dalla giovane età. C’è poi un discorso che riguarda la capacità di ragionare con la propria testa, in modo logico e critico verso quello che ci circonda. Specie con l’avvento di internet questo è diventato molto complicato, ma al tempo stesso stimolante perché fare proprio il metodo scientifico può anche voler dire riuscire a difendersi da approfittatori, perfino in ambiti che non hanno nulla a che fare con la scienza. C’è poi a mio parere un discorso legato al rispetto delle posizioni, messo in crisi anche dal successo di pseudoscienze e antiscienza. Fare sfoggio della propria conoscenza per umiliare è diventato purtroppo un modo frequente di “difendere la scienza” che non dovrebbe essere proprio dei divulgatori scientifici. Perché non bisogna trasformarsi in difensori della scienza a prescindere, ma in qualche modo accompagnare il lettore o l’ascoltare verso un mondo di solito inesplorato, quale la scienza. Un mondo pieno di dubbi, incertezze e anche problemi. Il divulgatore scientifico non può e non deve dimenticare questi aspetti, pena risultare poco credibile agli occhi delle persone a cui si vuole parlare e pure a parte di quelli che appartengono alla categoria degli scienziati.

Il Decreto del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca del 30 gennaio 2013, n. 47, “decreto autovalutazione, accreditamento iniziale e periodico delle sedi e dei corsi di studio e valutazione periodica” ha inserito la “terza missione” tra le attività istituzionali delle Università. Quanto pensi oggi sia importante il ruolo delle università nella diffusione delle conoscenze verso il grande pubblico?

"La Notte dei Ricercatori" 2014 a Torino

“La Notte dei Ricercatori” 2014 a Torino

Ovviamente è fondamentale ed è spesso poco considerato. Si lavora poco sulla comunicazione negli ambiti scientifici, sia verso il pubblico che tra gli stessi laboratori e dipartimenti. Questo comporta difficoltà di creare punti di condivisione tra scienziati e incapacità di mostrare al grande pubblico cosa si sta studiando. A questo proposito ho notato una cosa: in molte Università la comunicazione scientifica è vista come una categoria di serie B o come qualcosa di opzionale per futuri “Pieri Angela”. Si tratta secondo me di un errore, perché i ragazzi, cioè i futuri ricercatori, non si abituano a spiegare e comunicare, e al termine degli studi, da un lato non sono in grado di spiegare correttamente il proprio lavoro agli “addetti ai lavori”, dall’altro non riescono a descrivere quello che fanno in modo chiaro e semplice a un pubblico che non mastica scienza. Questo significa che avranno più difficoltà a catturare l’attenzione di soggetti potenzialmente interessati ai loro lavori e saranno apprezzati con più difficoltà anche dalla gente comune. Una scienza che non riesce a parlare alla società è una scienza che difficilmente viene capita, viene relegata in un angolo, se non ostacolata.

Una delle polemiche che più spesso investono i nostri politici riguarda la scarsa attenzione verso i problemi della scuola e delle università. Molti si fanno addirittura portavoce di movimenti dalla dubbia onestà intellettuale, quando non chiaramente schierati contro il mondo della ricerca. Credi che queste scelte abbiano in qualche modo minato la credibilità del nostro paese nei confronti dei nostri partner internazionali? Quanto influisce tutto questo sull’idea che i cittadini si fanno del mondo scientifico?

fotomontaggio metaforico di OGMSicuramente il nostro Paese ha un grosso problema di credibilità, basti pensare agli emendamenti proposti per limitare la sperimentazione animale, il bando della ricerca in campi sperimentali sugli OGM o le difficoltà di studio sulle cellule staminali. La politica purtroppo non considera a dovere la scuola, le Università e la ricerca, se non con proposte a parole quasi mai realizzate. Il dramma però secondo me è che quasi nessun politico prende in considerazione gli aspetti scientifici: è rarissimo trovare qualcuno che si distingua per aver dato chiaro sostegno agli scienziati, alla competenza scientifica nel trattare temi come salute, alimentazione, ambiente e via dicendo. A volte si tratta di singoli, ma mai sostenuti da posizioni di partito. Questo significa che la diffusione di una scienza corretta non è un criterio di scelta politica e quindi, automaticamente, la scienza e il mondo scientifico diventano questioni marginali nella vita dei cittadini, specie quando c’è da scegliere a chi dare la propria fiducia.

In Italia ci sono molti movimenti di persone, anche con un peso politico non indifferente, che cercano di far passare per vere delle idee che sono in totale contrasto con l’opinione della comunità scientifica internazionale. Oggi l’Italia ha una delle peggiori leggi sulla sperimentazione animale, per la quale abbiamo pagato all’Europa salatissime multe, abbiamo avuto giudici che hanno tentato di riconoscere in tribunale il legame tra vaccini e autismo, più volte sconfessato da tutta la letteratura scientifica, è proibita la coltivazione di prodotti OGM, con danni economici non indifferenti, e assistiamo a interrogazioni parlamentari sulle scie chimiche, tutto questo senza parlare del polverone alzato da Stamina. Quali sono (se ci sono) le responsabilità degli scienziati e dei media in tutto questo?

manifestazione in strada a favore del metodo Stamina

manifestazione in strada a favore del metodo Stamina

Chi sostiene che le colpe siano solo da una parte, purtroppo, sbaglia. Di sicuro le responsabilità sono di chi ha permesso la diffusione di bufale e “miti” potenzialmente molto pericolosi. Questi sono soprattutto i media (tradizionali e non) che per incompetenza, ingenuità o malafede hanno cavalcato veri e proprio “mostri” mediatici senza curarsi di verificare fonti, attendibilità o altro. Anche personalità di spicco, come cantanti o politici, non hanno perso l’occasione per aumentare la propria notorietà sfruttando polemiche e scandali. Va però detto che la comunità scientifica non è esente da colpe: spesso nel “dopo” si è mossa in maniera scoordinata, confusa, rigida, quasi insensibile e a volte arrogante. Facilmente per cercare di difendersi da attacchi indubbiamente pesanti, infondati e antiscientifici. Ma c’è soprattutto un “prima” che manca e cioè un’incapacità (a volte addirittura voglia) di confrontarsi, di fare un programma di comunicazione efficace e di lasciare un secondo da parte i dati duri e crudi e mettersi nei panni di chi, senza competenze e magari in momenti di estrema difficoltà e disperazione, deve districarsi in un mare di dati. Un caso eclatante è proprio quello di Stamina: si è fatto molto poco, soprattutto prima che scoppiasse la polemica, per mostrare attenzione e vicinanza a chi stava male. Quando poi è arrivato il “guaritore” a dare attenzioni con tanto di cura miracolosa, è stato facile per molti considerare quest’ultimo come un buono.

“Nell’era dell’informazione, l’ignoranza è una scelta”. Quanto pesa questa scelta sulla salute pubblica? Quali sono i diritti e i doveri di un cittadino che si ritrova a dover decidere, con il suo voto o con la sua partecipazione a manifestazioni e dibattiti, di temi legati alla ricerca scientifica?

capiamo la scienza e capiamo il pianeta

locandima di uno degli eventi di “CapiAmo la Scienza” e “CapiAmo il Pianeta”

Sicuramente è essenziale che il cittadino sia partecipe e attivo nelle questioni che riguardano la cosa pubblica, la società e la salute di tutti gli individui; un principio democratico, che sta dietro al concetto stesso di Italia Unita per la Scienza. Per questo è innanzitutto necessario che il cittadino venga adeguatamente informato e abbia gli strumenti corretti per distinguere la buona informazione da quella cattiva. La necessità di approfondire gli argomenti però si scontra con la mancanza di tempo e risorse per poter studiare tutto. Non tutti hanno le stesse competenze, nemmeno all’interno della scienza: non è detto che un biologo possa padroneggiare allo stesso modo l’ecologia agricola, la terapia genica biomedica o l’astrofisica. Diventa improponibile pretendere questo a una persona che non si è formata in materie scientifiche. Come se ne esce?
Non ho la soluzione in tasca, ma credo sia importante che il cittadino non si limiti a seguire acriticamente le indicazioni di una commissione tecnica o una qualsiasi notizia letta su qualche blog in Rete, ma sappia applicare la logica, lo scetticismo, la razionalità. Un metodo (scientifico) che aiuti a valutare con criterio la fondatezza delle notizie anche senza una competenza specifica in materia.
Tuttavia non bisogna cadere nell’errore di considerare la popolazione come semplicemente recipiente di nozioni. Va infatti garantita la libertà di scelta (ad esempio sugli OGM), perché è giusto che ognuno abbia la propria opinione a riguardo. L’importante è garantire che tale opinione si basi su fatti e non su falsità, menzogne o pregiudizi. Sbagliato è anche colpevolizzare la popolazione per la cattiva condotta di alcune figure istituzionali di spicco che prendono decisioni poco sagge, oppure contestare persone sensibili alle promesse che i sostenitori di teorie alternative rivolgono loro. Pensiamo al caso Stamina e alle famiglie che, di fronte alla speranza anche minima di una cura per i loro figli, non hanno esitato a sostenere Davide Vannoni nonostante l’ascientificità del suo metodo. Non si può dire loro, da dietro le pagine di un giornale o da dietro uno schermo su internet, che hanno scelto l’ignoranza. Il messaggio tecnico o di debunking diventa addirittura controproducente, quando in gioco ci sono i sentimenti della popolazione. Anche per questo la comunità scientifica si deve rendere conto che i cittadini non possono essere solo fruitori finali, ma vanno coinvolti. Un esempio sono le vaccinazioni: in alcune zone d’Italia è stato possibile togliere l’obbligo delle vaccinazioni senza che queste ultime calassero, grazie a un programma ragionato e coerente di informazione e contatto con i cittadini.

Sono ormai parecchi anni che serpeggia tra i cittadini una strisciante sfiducia nei confronti del mondo della scienza. Tutto è a portata di click e la conoscenza sembra solo un’illusione, permettendo il propagarsi di idee complottistiche, esagerate e spesso completamente sbagliate. Buona parte dei cittadini, comprese molte persone con buon grado di scolarizzazione, tende a credere con facilità a teorie “alternative” e a complotti mondiali, piuttosto che alla voce delle istituzioni e di chi le rappresenta. Cosa pensi possa essere la causa di questo atteggiamento fortemente prevenuto nei confronti del mondo scientifico?

discutere con un complottistaDa quello che ho potuto personalmente vedere, la sfiducia verso la scienza ha innanzitutto una motivazione storica: rimasta per secoli d’èlite è diventata “grande” con l’internazionalizzazione delle ricerche. Questo ha aumentato spaventosamente la portata e l’influenza della scienza nella società con derive evidenti: dal progetto Manhattan alla tragedia del Thalidomide, fino ai disastri di Seveso e Chernobyl. A causa di questi eventi in molti non si fidano più, non tanto della scienza, quanto degli scienziati e dell’impossibilità di prevedere tutto: per via dell’errore umano, della commistione con industria e politica e anche della malafede. Spesso viene visto più il rischio delle opportunità e si ricordano esempi passati che si sono rivelati tragici, senza considerare magari che si trattava di epoche con una ben diversa sensibilità, ad esempio per i temi ambientali. In altre parole le rassicurazioni che gli scienziati forniscono sui temi più comtroversi non convincono, anche per scottature forti passate. In generale poi vi è uno schema logico che accomuna un po’ tutti i complottismi e la contrarietà a temi come la sperimentazione animale o gli OGM. Solo una piccola parte dello schema riguarda la scienza, come i rischi che non si possono prevedere o l’opinione “alternativa” di singoli scienziati che vanno contro quanto dice la comunità scientifica. Su questo basterebbe verificare la competenza di questi scienziati o vedere se c’è effettivamente o meno una “spaccatura” nella comunità scientifica. Ma il grosso lo fanno però la paura per quello che non si conosce e l’invadenza dell’economia e della politica. la cultura del sospettoLa presenza di una multinazionale, ad esempio, diventa il capro espiatorio, il nemico ideale da combattere che ci fa attivare dal punto di vista sociale, specie se ci sentiamo deficitari da quello scientifico. Perché una multinazionale ci fa pensare a qualcosa di losco, alla vendita dell’anima per i soldi, a qualcosa che si sta nascondendo, a una verità alternativa che è diversa da quella che ci raccontano. E in questa verità alternativa ci possono stare tutte le nostre convinzioni, i nostri pregiudizi e tutto quello che per noi è realtà e che non possiamo accettare sia sbagliato.
In parole povere il vero motivo della “paura” nei confronti della scienza è che quest’ultima coinvolge anche altri aspetti della nostra vita, come quelli socio-economici, che tendiamo a confondere tra loro e che ci fanno ragionare irrazionalmente.

Per concludere, quale pensi dovrebbe essere la via da seguire per ridare credibilità e prestigio al mondo della ricerca? Cosa ti aspetti dal futuro?

Una strategia unica non credo esista, però di sicuro bisogna lavorare tutti. Governi e istituzioni devono ridare voce (e fondi) a scuole e Università e permettere una sana interazione con imprese e industrie, che in Italia sono pressoché assenti. D’altra parte scuole e Università devono essere in grado di riformarsi eliminando le terribili storture che spesso lamentiamo e che non dipendono dai fondi (baroni ecc). Il mondo scientifico deve impegnarsi non solo a fare buona ricerca, ma a raggiungere una capacità di comunicazione verso l’interno e verso l’esterno tale da rendere più facile il lavoro dei media, che a sua volta deve prendersi le sue responsabilità ed essere in grado di veicolare informazioni corrette alla cittadinanza. Non so sinceramente cosa aspettarmi dal futuro, anche se sono convinto che sarebbe già un ottimo segnale se il mondo scientifico, che si fregia di essere la parte “buona” del Paese, riuscisse a fare i suoi passi. D’altra parte come possiamo sperare che gli altri cambino se non abbiamo il coraggio di farlo noi?

Federico Baglioni, biotecnologo, divulgatore scientifico e coordinatore nazionale Italia Unita Per La Scienza (con la collaborazione del team di Italia Unita Per La Scienza)

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