le Schede di Sicurezza dei prodotti chimici: luci e ombre fra buone intenzioni e cattivi esiti

Accade piuttosto di frequente nell’ambito dell’attività professionale che svolgo quotidianamente, ed anche qui su Chimicare nel mio ruolo di referente tecnico “informale”, che io sia interpellato dai potenziali utilizzatori in merito alle problematiche legate alla manipolazione in sicurezza di specifici prodotti chimici nell’ambito delle attività di laboratorio.
un segnale di pericolo per un prodotto chimico, nei nuovi colori e formati previsti dal regolamento REACH E’ difficile e per certi versi “rischioso” disgiungere il dovere di un’informazione ufficiale e per forza di cose garantista che deriva dall’etica professionale del proprio gruppo di appartenenza (nel caso specifico i Chimici), dall’opinione personale solitamente più critica e smaliziata, ma non per questo meno razionale e ponderata, che in taluni casi potrebbe trovarsi in parziale antitesi con la prima posizione.   Fortunatamente la giurisdizione in materia lascia al professionista in possesso dei necessari requisiti e titoli uno spazio di discrezionalità ancora adeguato nell’applicazione di talune norme che spesso assumono più il significato di linee guida che non di prescrizioni assolute, incoraggiando anzi il dialogo fra tutti i soggetti coinvolti, in primo luogo del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) nominato presso la propria struttura operativa di appartenenza.

NORMATIVE ED APPLICAZIONI
Quando si parla di sicurezza, ovvero di “prevenzione & protezione” dai rischi, nell’ambito della manipolazione dei prodotti chimici gli strumenti informativi e prescrittivi ufficialmente riconosciuti sono l’etichetta del prodotto e la scheda di sicurezza che lo accompagna.     Per entrambe i documenti si è assistito negli ultimi decenni ad un processo di continuo affinamento, di arricchimento informativo ma soprattutto di convergenza contenutistica e formale fra i criteri di compilazione dapprima su base volontaria da parte dei singoli produttori, in seguito sulla base di normative nazionali e solo a partire dal 2007 sotto la disciplina di un regolamento internazionale, nelle specifico valido su tutto il territorio dell’Unione Europea.
Nello specifico i due capisaldi che nell’ultimo mezzo secolo hanno dipinto le linee fondamentali del quadro normativo nazionale ed europeo in materia di schede di sicurezza dei prodotti chimici sono stati, nell’ordine:

1) Direttiva 67/548/CEE del Consiglio, del 27 giugno 1967, concernente il ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative relative alla classificazione, all’imballaggio e all’etichettatura delle sostanze pericolose, nota nell’ambiente anche come “Direttiva Madre”.
Ad essa sono seguite nel tempo 7 modifiche e 28 adeguamenti: la modifica più significativa è sicuramente la Direttiva del Consiglio 79/831/CEE nota come EINECS (European Invenory of Existing Commercial Substances) dove fra le altre cose viene definito un elenco di 14 classi di pericolo ed un elenco delle sostanze pericolose, che sarà aggiornato più volte negli anni a seguire.

2) REGOLAMENTO (CE) N. 1907/2006 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 18 dicembre 2006
concernente la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche (REACH), che istituisce un’agenzia europea per le sostanze chimiche, che modifica la direttiva 1999/45/CE e che abroga il regolamento (CEE) n. 793/93 del Consiglio e il regolamento (CE) n. 1488/94 della Commissione, nonché la direttiva 76/769/CEE del Consiglio e le direttive della Commissione 91/155/CEE, 93/67/CEE, 93/105/CE e 2000/21/CE
logo REACH - acronimo di Registration, Evaluation, Authorisation of Chemicals

Il regolamento REACH (acronimo per: Registration, Evaluation, Authorization of Chemicals) è considerato il più grosso corpo normativo messo insieme ad oggi dall’UE: esso è entrato in vigore dal 01/07/2007 con decorrenza immediata, trattandosi per l’appunto di un regolamento e non di una direttiva soggetta a recepimento da parte delle singole realtà nazionali.
Maggiori informazioni sul regolamento REACH sono disponibili nel sito di presentazione al tempo stesso ufficiale, esplicativo e divulgativo destinato agli utilizzatori di lingua italiana:
HelpDesk-REACH

Sono esclusi dal regolamento REACH, essendo trattati da normative separate: medicinali per uso umano e veterinario, additivi alimentari, biocidi e pesticidi, rifiuti, prodotti in transito. Sono inoltre escluse le sostanze di origine naturale, purchè sia dimostrabile che il processo utilizzato per il loro ottenimento sia di tipo esclusivamente estrattivo, senza modifica della struttura delle molecole presenti nel prodotto naturale di partenza.

Le considerazioni sulle quali si articola il mio intervento a seguire, articolato in 4 punti, non intendono nel modo più assoluto assolvere alla funzione di presentazione o spiegazione delle normative abrogata e vigente in materia di schede di sicurezza ed etichettature, per le quali si rimanda ai testi originali precedentemente descritti, tanto meno affronteranno il problema sul piano giuridico, non essendo certamente io il soggetto per competenze e conoscenze più idoneo per questo tipo di approccio.     Al contrario, è mia intenzione evidenziare dal punto di vista dell’utilizzatore (o meglio ancora del gestore all’utilizzo, ad esempio come responsabile di laboratorio) alcune criticità concrete che, riscontrate in modo drammatico nella vecchia normativa, risultano certamente meglio affrontate secondo il nuovo regolamento REACH, rivelandosi tuttavia passibili di eventuali ed auspicabili ulteriori miglioramenti.

PERICOLOSITA’ INTRINSECA DELLA SOSTANZA
L’approccio che ha caratterizzato le schede di sicurezza “vecchia maniera”, in parte rivisto secondo il regolamento REACH, è quello di considerare la pericolosità come una caratteristica intrinseca del prodotto descritto. In pratica vi era una relazione univoca fra numero CAS della specie chimica e relativa scheda di sicurezza.   Il rischio in qualche modo definibile “spurio” che derivava da questa pericolosità intrinseca non poteva essere messo in discussione in alcun modo, neppure a fronte di scenari d’uso totalmente diversi, non e poteva (anzi doveva) solo essere affrontato con gli opportuni dispositivi di protezione, individuali (DPI, come guanti, occhiali protettivi, schermi, respiratori, ecc) o collettivi (cappe aspiranti, estintori, ecc).
stoccaggio di prodotti chimici: industriale in silos per grandi quantità ed in laboratorio all'interno di armadi di sicurezza adatti per bottiglie e barattoli Questo ha portato in passato a tralasciare ogni possibile “distinguo” fra situazioni d’impiego, trasporto e maneggiamento in genere, completamente differenti fra loro: un prodotto scaricato quotidianamente a tonnellate da un camion cisterna da parte di personale non qualificato, anche solo intuitivamente è ben altra cosa rispetto allo stesso prodotto acquistato in confezioni da un milligrammo ed utilizzato una tantum nell’ambito di un laboratorio chimico di ricerca da personale qualificato.    Eppure le vecchie schede di sicurezza non avrebbero fatto alcuna distinzione fra le due situazioni estreme: non soltanto la pericolosità veniva considerato una caratteristica intrinseca del prodotto ma, per esplicitare meglio le conseguenze di questa prospettiva, la pericolosità derivante dalla manipolazione di un prodotto chimico era determinata essenzialmente solo dalla natura dello stesso prodotto.
Invece sappiamo bene che anche una sostanza ritenibile da tutti poco pericolosa può creare situazioni rischiose in funzione della quantità gestita, della frequenza del suo impiego, delle finalità dello stesso, dell’ambiente circostante, della tipologia dell’ente coinvolto e delle competenze tecniche del personale addetto.     E non solo.    Nel concetto di “scenario d’uso” introdotto dal REACH diventa fondamentale il chiarimento della destinazione d’uso del prodotto chimico trattato: se lo stesso viene utilizzato come additivo alimentare, come farmaco o come intermedio di reazione per la sintesi di altri prodotti chimici, si ricade addirittura in tre quadri legislativi completamente diversi, solo l’ultimo in campo REACH.   Rimanendo nell’ambito di competenza di questo regolamento, l’impiego del prodotto come reagente di laboratorio, come intermedio o catalizzatore di sintesi industriale oppure come ingrediente per una miscela da destinarsi alla vendita al dettaglio (es. un preparato per la pulizia delle superfici domestiche) darebbe origine a tre scenari d’impiego da parte dell’utilizzatore completamente diversi fra loro.
Un produttore, importatore o rivenditore può essere autorizzato a rivendere il proprio prodotto sono a clienti che ne dichiarino un o alcuni usi, e non magari altri, e lo stesso prodotto chimico (basato sulla stessa specie chimica) può essere accompagnato da schede di sicurezza differenti a seconda dello scenario d’uso al quale è destinato.
Questa diversificazione nelle schede di sicurezza tiene conto implicitamente delle caratteristiche più tipiche di ciascuno scenario d’impiego: l’ordine di grandezza delle quantità utilizzate, la tipologia di locali nei quali si svolgono determinate attività (a loro volta, solitamente normati nelle loro caratteristiche), la qualifica professionale e la perizia degli operatori coinvolti, e così via.

CRITERI DI VALUTAZIONE DELLA PERICOLOSITA’
Le schede di sicurezza pre-REACH erano sostanzialmente incapaci di descrivere i rischi “specifici” connessi al prodotto chimico al quale facevano riferimento a causa di criteri di interrogazione eccessivamente rigidi ed immutabili per qualsiasi tipologia di prodotto chimico.    Nello specifico erano previste una serie di motivazioni predeterminate per le quali una sostanza chimica poteva essere ritenuta pericolosa (es. causticità per la pelle, tossicità per ingestione, infiammabilità, rischio di polimerizzazioni pericolose, ecc), e questo elenco di potenziali rischi di traduceva pari pari in un elenco di paragrafetti sulla scheda di sicurezza, ovvero un titolo (es. tossicità per ingestione) seguito da un responso descrittivo di tipo qualitativo o quantitativo del dato disponibile.     Nella pratica quello che succedeva era che la maggior parte di questi campi-dati riportava diciture, riferite al rischio descritto, del tipo “non applicabile” o “non si verificherà” o più spesso “dato non disponibile”, mentre per contro la stessa scheda finiva per tacere in molti casi rischi magari inusuali e veramente specifici per la sostanza in questione, semplicemente perché queste tipologie di effetti non erano state incluse dal legislatore nell’elenco dei criteri di interrogazione.
Le schede di sicurezza risultanti dall’applicazione più pedestre di questo criterio di compilazione delle schede di sicurezza, hanno portato taluni addetti ai lavori a definire questi strumenti come una sorta di “campionario del nulla”.
Eppure già osservando con occhio critico la struttura molecolare di una sostanza (vedi intervento “come la struttura diventa proprietà”) un chimico esperto dovrebbe essere in grado di giudicare se essa può almeno potenzialmente essere infiammabile o per lo meno combustibile, corrosiva nei confronti dei materiali, soggetta a polimerizzazione pericolosa e così via, nonché almeno entro certi limiti, se la stessa può già sulla carta essere sospettata di manifestare poi in vivo proprietà mutagene, teratogene o cancerogene.

Secondo quanto prescritto dal regolamento REACH, le nuove schede di sicurezza sono certamente più personalizzate e realizzate con l’intenzione di descrivere più possibile nel dettaglio i rischi connessi con il prodotto specifico al quale si riferiscono: i criteri di interrogazione e quindi i titoletti sulla scheda non sono più fissi ed immutabili ma scelti o scartati caso per caso, a ragion veduta.
Per le sostanze chimiche realmente prodotte a livello industriale, ovvero introdotte sul mercato in quantità pari o superiori ad 1 tonnellata/anno la mole di informazioni che il produttore o l’importatore deve mettere a disposizione dell’utilizzatore (ricavandole con studi a proprie spese nel caso si tratti di una “nuova” sostanza chimica che sta per essere introdotta sul mercato) supera ampiamente quella presente sulle vecchie schede di sicurezza per gli stessi prodotti.
ricerca sulle nuove sostanze chimiche precedente alla loro commercializzazione su larga scala In linea con la filosofia del REACH tuttavia le sostanze chimiche introdotte sul mercato in quantità davvero minimali (<1t/anno), ovvero quasi per antonomasia quelle impiegate a sole finalità di ricerca, talvolta in tagli da meno di un milligrammo a confezione, se non già note ed esplicitamente introdotte negli elenchi delle sostanze classificate come “molto pericolose”, non richiedono la stesura di una scheda di sicurezza.    Personalmente ritengo fondamentale questo distinguo al fine di non “congelare” le attività di ricerca, spessissimo incentrate sullo studio proprio di queste sostanze innovative, rendendo di fatto impossibile anche per gli stessi ricercatori portare avanti uno studio sperimentale inerente qualcosa su cui non è loro possibile mettere le mani: da dove arriverebbero oltretutto le informazioni necessarie per compilare una nuova scheda di sicurezza destinata magari al grande pubblico, se questi prodotti chimici non fossero di fatto accessibili neppure agli stessi ricercatori per ragioni autorizzative?
Anche per le sostanze introdotte sul mercato in quantità superiori a 1 t/anno ma per sole finalità di ricerca, viene compreso ed accettato dal legislatore il fatto che la conoscenza relativa agli effettivi rischi e alle misure di sicurezza da adottare possano per le stesse ragioni già descritte essere assenti o incomplete: per questo è prevista una autorizzazione specifica quinquennale per la commercializzazione di queste sostanze chimiche per lo specifico scenario descritto, ottenibile tramite apposita notifica all’Autorità competente, eventualmente rinnovabile, in deroga a quanto previsto per le sostanze introdotte sul mercato sempre nella stessa quantità ma per destinazioni diverse da quella di ricerca.

COESISTENZA DI DISPOSIZIONI GENERALI E SPECIFICHE
Una caratteristica delle vecchie schede di sicurezza, in parte ma non completamente ovviata da quelle redatte secondo l’attuale regolamento, è quella di voler in qualche modo assolvere, seppur implicitamente e sottotraccia, anche ad una funzione per certi versi formativa sul personale coinvolto nella loro manipolazione.
Questa mia osservazione è senz’altro provocatoria, ma a chi fosse toccato qualche anno or sono di leggere un set di schede di sicurezza relativo a sostanze realmente pericolose insieme ad altre che da un punto di vista pratico non lo sono affatto, fino al punto che esse vengono consumate regolarmene e in grande quantità con l’alimentazione (es. saccarosio, cloruro di sodio, amido, ecc) o ce le spalmiamo sulla pelle o ancora le utilizziamo per la pulizia domestica, avrà senz’altro notato, non senza un filo di perplessità, come queste schede risultavano imbarazzantemente simili fra loro.   Per meglio dire: insieme a ovvie diversità relative a specifici pericoli e prescrizioni per la protezione, fianco a fianco, coesistevano “porzioni” molto consistenti di testo redatte almeno all’apparenza con una modalità di copia-incolla da una scheda all’altra.
Si trattava di solito di norme comportamentali basilari che in linea di principio dovrebbero far parte del bagaglio culturale di base di tutti coloro che si trovano a maneggiare prodotti chimici, specie se pericolosi.
Purtroppo non potendo conoscere a priori destinazione d’uso, approccio alla manipolazione, quantità impiegate e tipologia di personale addetto, in pratica il già citato scenario d’impiego nel quale il prodotto chimico sarebbe stato collocato dal venditore, le schede dovevano per forza di cose abbracciare il caso più sfavorevole fra quelli immaginabili: l’impiego di una elevata quantità di prodotto, nell’ambito di una realtà che non operasse già di per sé stessa, come standard procedurale, con l’adozione dei più elementari dispositivi di prevenzione e protezione, e soprattutto da parte di personale sostanzialmente privo di una cultura chimica di base.
Quando ho parlato provocatoriamente di intento formativo infatti ho inteso questo termine nella sua accezione linguistica più ampia possibile, estendendolo non soltanto al personale, ma anche e forse più ancora alla struttura medesima nella quale egli opera.   Molte delle indicazioni, queste nello specifico rimaste anche nelle nuove schede di derivazione REACH, riguardano ad esempio le caratteristiche che devono avere gli specifici DPI ed i dispositivi di prevenzione e protezione collettivi, se non addirittura i locali medesimi, con ricorrenti rimandi alle normative specifiche che descrivono ed impongono gli standard realizzativi degli stessi dispositivi e strutture citati.
L’effetto collaterale di questo approccio generalista e garantista è stato negli anni passati quello di generare schede di sicurezza che, oltre a risultare come già citato carenti di informazioni davvero utili e specifiche per il prodotto al quale si riferivano, risultavano all’operatore professionale ridondanti e dispersive, fino al limite dell’inutilità.

acetone e altri tipi di remover per uso domestico Fortunatamente oggi lo scenario d’uso di laboratorio si è differenziato in modo sufficiente da quello domestico anche nell’immaginario del legislatore, permettendo alla parte veramente qualificante e specifica delle schede di sicurezza dei prodotti chimici di essere adeguatamente valorizzata.
Che senso avrebbe ancora “oggi” scrivere, riferito alla chiamata di un medico in caso di malore per l’ingestione/inalazione/contatto con la pelle della sostanza “mostrare l’etichetta al medico?”   Quando poi magari l’etichetta è praticamente vuota, o peggio ancora riempita solo di informazioni generiche, nella maggior parte dei casi non diverse da quelle che qualunque medico avrebbe già adottato a prescindere dal tipo di sostanza chimica coinvolta.   O altre espressioni come: “tenere lontano dalla portata dei bambini”, “non mangiare, bere e fumare durante l’uso”, “l’uso scorretto può essere nocivo”?. Non mi si taccia di superbia se ritengo che questa fiera delle ovvietà potrebbe ragionevolmente essere rimossa persino dai prodotti destinati all’uso domestico, tenuto conto che l’istruzione scolastica è diventata obbligatoria nel nostro Paese da decenni e non credo di essere nel torto nel ritenere che chi sa leggere un’etichetta dovrebbe anche conoscere quelle tre o quattro cose da non fare con i prodotti chimici acquistati in genere.

IL RISCHIO DI GRIDARE “AL LUPO”
Ormai si tratta di scene quasi ricorrenti nell’ambito dei laboratori chimici: quando ci si ritrova insieme per ricavare le giuste misure di prevenzione e protezione a partire dalla scheda di sicurezza di un prodotto chimico (non parliamo poi del caso in cui la lettura e la valutazione siano il frutto di un lavoro autonomo, “in solitaria”), sono due gli atteggiamenti più frequenti che possiamo riscontrare nei nostri colleghi e collaboratori.    Due atteggiamenti diametralmente opposti.
Da un lato incontreremo l’iper-apprensivo che leggendo, anche sui prodotti poco pericolosi, espressioni verbose che in realtà sappiamo essere estremamente generiche per l’impiego di qualsiasi sostanza chimica e, come già spiegato, hanno più una funzione formativa che informativa specifica sul prodotto in questione, mostrerà una certa resistenza psicologica se non addirittura operativa verso l’utilizzo della sostanza specifica, ovvero per estensione verso praticamente tutte le sostanze chimiche utilizzate presso un comune laboratorio.
Dall’altro avremo invece il facilone che, facendoci notare come buona parte delle espressioni risultano in comune trasversalmente fra schede di prodotti realmente pericolosi e non pericolosi, giungerà ad una relativizzazione del pericolo anche per quei prodotti che invece richiederebbero l’adozione rigorosa di alcuni DPI ed altre attenzioni ben specifiche.
oggetti simbolo della formazione scolastica Ho vissuto entrambe le situazioni in laboratorio e vi posso assicurare che si tratta di due estremi entrambe intollerabili: il primo perché porta inevitabilmente al blocco di fatto dell’attività, il secondo perché espone l’operatore e di conseguenza anche il suo responsabile a rischi fisici e legali quanto mai concreti.
E’ un po’ come la storiella di “al lupo, al lupo”: le buone intenzioni della prudenza, portate all’eccesso, possono sortire il risultato opposto a quello desiderato.
Ancora una volta, se mai ce ne fosse ancora bisogno, l’indicazione che ne traggo è la necessità di investire sulla formazione per personale, nel caso specifico di quello addetto all’impiego dei prodotti chimici presso i laboratori, fino all’individuazione di criteri di verifica e di certificazione delle competenze di base (leggasi scuola ed abilitazione professionale) prima ancora delle conoscenze specifiche acquisite (leggasi applicazione pedestre della singola scheda di sicurezza).   Assodato questo, non sarà più necessario diluire e confondere le informazioni veramente “utili” e specifiche contenute nelle schede di sicurezza e nelle etichette dei prodotti con informazioni superflue, migliorando da un lato l’accessibilità alle prime e dall’altro l’atteggiamento degli stessi operatori nei confronti della necessità di conoscere, prevenire e proteggersi dai rischi derivanti dall’impiego dei prodotti chimici di volta in volta utilizzati nell’ambito della realtà nella quale si opera.

Una risposta a le Schede di Sicurezza dei prodotti chimici: luci e ombre fra buone intenzioni e cattivi esiti

  • Aldo scrive:

    Sono pienamente d’accordo su quanto scrivi nel tuo articolo, e riconosco perfettamente gli scenari che descrivi, perchè li vivo anche io quasi tutti i giorni.

    Purtroppo la situazione in cui ci troviamo oggi (e l’esempio delle schede di sicurezza del sale da cucina che somigliano troppo a quelle di prodotti molto più pericolosi è appropriato) è soprattutto figlia dell’impostazione “legalese” della nostra società occidentale: un pezzo di carta stracolmo di informazioni poco fruibili purtroppo conta di più (e costa di meno) della reale diffusione della cultura e della conoscenza.

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