quando la chimica diventa aggettivo

Quando il termine utilizzato per definire una disciplina, una scienza o un ambito del sapere viene utilizzato fuori del suo contesto in funzione di aggettivo per meglio definire qualcos’altro, di solito si tratta dell’inizio della fine.

Si pensi al destino al quale sono andati incontro, in ordine di tempo, i termini “igiene”, “ecologia” e “biologia”. Si provi ad accostare il significato dei tre termini, non solo etimologicamente originale ma tutt’ora valido, attuale ed ufficiale, con quello effettivo e concreto dei loro rispettivi aggettivi: “igienico”, “ecologico” e “biologico”.
dizionario2 Leggo dal grande dizionario Garzanti (1987) che ho qui di fianco:

igiene: “disciplina medica che studia i mezzi atti a conservare la salute fisica e mentale dell’individuo e della collettività”

ecologia: “scienza che studia le relazioni tra gli esseri viventi e l’ambiente in cui vivono, con particolare riferimento all’influenza che le variazioni climentiche, ambientali, ecc. (comprese quelle indotte dall’uomo) esercitano sull’uomo, sugli animali e sulle piante”
ecologico: “”

biologia: “scienza che studia le caratteristiche degli organismi viventi nei loro diversi aspetti (morfologico, fisiologico, anatomico, ecologico)”

Vado successivamente alla ricerca dei relativi aggettivi: igienico, ecologico e biologico. La mia delusione però è grande nell’appurare uno scollamento fra quello che ho in testa, ed ho la presunzione di credere sia in testa alla maggior parte della gente, e le definizioni formali che ritrovo pubblicate sui dizionari.

lavare_mani igienico
: non ho trovato né sul dizionario citato né sui dizionari ondine aggiornati una descrizione del temine che avesse “il coraggio” di rendere veramente il senso di quello che la parola “igienico” sta ormai a significare per la maggior parete di noi, ovvero: “pulito; asettico o comunque con ridotta carica batterica; tale da non presentare rischio di sporcarsi con facilità”

disastro_ecologico ecologico: anche in questo caso non ho trovato una descrizione a tal punto smaliziata da rendere l’ovvio significato di: “di prodotto, pratica o ente che non inquina o inquina in modo ridotto a confronto con il settore di appartenenza; pratica o ente preposti al contenimento e/o alla riduzione dell’inquinamento potenzialmente prodotto da altri”

alimento_biologico biologico: (significato esteso, dal suddetto dizionario) “naturale, che rispetta l’ambiente”

Ovviamente, trovandoci su Chimicare, è normale che voglia portare l’attenzione sul fatto che qualcosa di simile sia capitato anche alla chimica, con la creazione del relativo aggettivo decontestualizzato “chimico”. Qualcosa di simile? No, molto peggio! ed ora vi spiego anche il perché.

Nei casi di prima (igiene, ecologia, biologia) è capitato che un’istanza più o meno precisa sviluppatasi nel campo di quella disciplina sia entrata fortemente ad impattare l’ambito dell’opinione e della sensibilità del grande pubblico, spesso sotto la cassa di risonanza dei media. Fra le tante cose che gli esperti di igiene hanno argomentato e sostenuto, per esempio, vi è stata “anche” l’opportunità e talvolta la necessità di tenere ben pulito il proprio corpo e l’ambiente nel quale viviamo; allo stesso modo è capitato e succede tutt’oggi che gli ecologi portino faldoni di prove inconfutabili a dimostrazione che l’inquinamento di origine umana sia uno dei principali responsabili del deterioramento dell’ambiente nel quale viviamo; infine alcuni biologi hanno negli ultimi anni dimostrato la possibilità di coltivare frutta e verdura limitando o eliminando del tutto l’impiego degli antiparassitari tradizionali, ricorrendo eventualmente all’introduzione di organismi animali, vegetali o batterici nemici naturali dei parasiti delle coltivazioni.
Ecco, tutto questo è vero, ma si tratta pur sempre di “eventi”, di studi e/o dimostrazioni, di battaglie sostenute dai relativi scienziati: per quanto importanti, basilari e giustissime, esse “non sono” la disciplina in sé stessa. E’ quasi un caso di retorica metonimia fra la scienza ed una sua istanza.
Ma nonostante tutto questo, nonostante questa grossolana e per certi versi svilente approssimazione, non abbiamo introdotto concetti radicalmente nuovi, tanto meno idee implicitamente avverse alla disciplina di volta in volta interessata.

Il caso della chimica e del suo aggettivo “chimico”, inteso ovviamente in senso esteso, segna un ulteriore e decisivo passo più in là sulla strada della mistificazione.
In primo luogo “chimico” assume i significati, tutti molto discutibili di: non naturale, artificiale, artefatto, manipolato dall’uomo, prodotto industrialmente, ecc. In secondo luogo, cosa più grave, alla parola “chimico” sono attribuiti giudizi di merito, se non addirittura, indirettamente, implicazioni etiche.

farmacia chimica porta susa Sono passati un bel po’ di decenni da quando in Italia molte farmacie portavano nell’insegna l’iscrizione “farmacia chimica”: pur vendendo prodotti non meno “chimici” di quelli di un tempo, anzi molto di più se si usa come metro di valutazione il numero di anni di studio impiegato dai chimici per la loro messa a punto, la complessità degli impianti richiesti per prepararli, e così via, oggi nessuna farmacia si sognerebbe di affiggere un cartello dl genere, pena la perdita della maggior parte dei clienti, sicuramente più rassicurati dai negozi e dai marchi che inseriscono fiori e piante nei loro claim.
Quando assaggiamo qualcosa che non ci ricorda nessun prodotto vegetale o animale assaggiato prima, diciamo “è chimico”. E nel dirlo non esprimiamo un semplice giudizio organolettico: non è come dire “è dolce” o “è amaro” o “è acerbo”.
chimico_google_20091019 L’immagine qui a lato, non propriamente rassicurante, è quella che il motore di ricerca Google indicizza al primo posto, in data odierna, quando si digita nel settore immagini la parola “chimico”.

Quella che si è sviluppata a livello popolare intorno alla chimica a partire dagli anni ’80 di questo secolo è, a torto o a ragione, una cultura del sospetto: dello stesso periodo sono infatti i più grandi e noti scandali ecologici, nonché quelli farmacologici noti a tutti, o per lo meno (cosa ancora più grave) entrati nel nostro subconscio senza che neppure ne sappiamo menzionare gli estremi corretti. Dato che però “sappiamo” che la chimica è una scienza, ce lo hanno insegnato a scuola, ed abbiamo imparto il precetto che una scienza in sé stessa non può essere né buona né cattiva, ecco che allora abbiamo rivolto le nostre attenzioni ai suoi prodotti, al frutto delle sue azioni, soprattutto a quelle dei suoi adepti, a tutto cosa in altre parole può fregiarsi, o meglio dovremo dire “può essere tacciato” di essere “chimico”.

Forse è persino più semplice capire i significati attribuiti alla parola chimico considerando i suoi contrari comunemente accettati: naturale, genuino, biologico, tradizionale, artigianale, incontaminato, puro, sano.
Dopo avere scritto questa serie di aggettivi, io stesso resto basito e mi sembra di avere scritto un post sull’essenza stessa del male.

ordine_chimici_piemonte La cultura del sospetto si spinge a tutti i livelli e raggiunge strati talvolta “insospettabili” della nostra società. Al convegno “La Chimica nel Piatto” tenutosi presso l’Università del Gusto di Pollenzo (Bra, CN) alcuni mesi or sono a cura dell’Ordine dei Chimici dl Piemonte e della Valle d’Aosta, il presidente Geda ci raccontò di essere stato interrogato in sede di intervista da uno dei giornisti intervenuti con la domanda, ironica forse solo in apparenza “allora, questa chimica è buona oppure no?”. Ho apprezzato molto la risposta del presidente, che ha posto l’accento sul fatto che al limite sono stati i chimici, alcuni chimici, e non la chimica in sé ad essere stati talvolta “cattivi”; ma forse più ancora le azioni nefaste sono state perpetrate da individui che la chimica la conoscevano ben poco, ovvero non dai chimici.
Un sospetto che molto facilmente si trasforma in paura dal momento che alla maggior parte di noi non è data la possibilità di entrare nel merito di questioni talvolta molto specifiche, non ultima l’impossibilità di analizzare in prima persona ogni prodotto, ogni rimedio, ogni formulato che può essere portato alla nostra attenzione, ad iniziare dagli stessi alimenti. La domanda per certi versi innocente e un pò infantile “chissà cosa c’è dentro” si tinge in questo modo inevitabilmente di connotati sinistri: quello che un tempo era vissuto come una sorta di atto di fede, quando ad esempio la chimica era vista come portatrice di benessere e le farmacie chimiche portavano alto il nome della scienza, ora è vissuto con un livello di diffidenza che non potendosi tradurre in un rifiuto coerente (la nostra civilità, finchè resterà tale, non potrà obiettivamente fare a meno dei prodotti della chimica) genera semplicemente un inalienabile senso di ansia ed apprensione.

Credo non sarà facile sradicare questa cultura diffusa e a ben pensarci non saprei neppure da che parte iniziare, non potendo di sicuro fare della censura e non essendo, in ultima analisi, neppure la coscienza della nostra professione scevra di ogni macchia
Alle industrie ed agli enti preposti non è sembrato importare poi molto di tutto questo fino a pochi, a pochissimi anni fa, quando ci si è resi finalmente conto che molte persone erano disposte a scendere in piazza per organizzarsi contro i progetti che ritenevano lesivi del loro diritto a godere di un’esistenza sana, riuscendo sempre più spesso a fermarli, e questi progetti in molti moltissimi casi riguardavano qualcosa di “chimico”.
BASF Sono poche le industrie chimiche che in Italia hanno investito in comunicazione di base, ad esempio sui principali network televisivi: una fra tutte la Basf “the chemicl company”, con uno spot a mio parere particolarmente riuscito, che purtroppo non mi è stato possibile ritrovare in rete.
Il Consiglio Nazionale dei Chimici ha diffuso da poco un fascicolo illustrato di grande formato che, pagine per pagina, in poche chiare parole, descrive il ruolo della chimica o meglio “del chimico” nei diversi aspetti della nostra vita quotidiana: l’alimentazione, il controllo clinico, la salvaguardia ambientale, la ricerca e così via.
Sì, credo che più che prove e dimostrazioni, delle quali non siamo certamente privi ma che tutte insieme non si dimostrano in grado di sradicare le paure, quella alla quale la comunicazione del chimico dovrebbe puntare è una contro-azione emozionale, che parli “alla pancia” del cittadino, sullo stesso piano sul quale si muovono le sue paure più profonde.

Una risposta a quando la chimica diventa aggettivo

  • NICOLA SPANO' scrive:

    La Chimica e le altre scienze un Italia fanno fatica ad affermarsi come discipline culturali alla stregua della letteratura o della storia. Nei salotti “bene” non credo che prevalga la cultura scientifica. Questo retaggio del passato paradossalmente è lo stesso fattore che impedisce alla nostra economia di crescere.
    Ancora peggio è la questione dei dirigenti scolastici delle scuole superiori che sono staticamente fermi su livelli burocratici della conoscenza e fanno pochi sforzi per favorire una vera cultura scientifica. Alcuni passaggi dell’articolo del collega Palazzi sono interessanti, come “l’ottusità” di alcuni chimici di non voler capire che la chimica non ha bisogno di magiche formule per farsi comprendere. La formula è una convenzione universale che consente a tutta la comunità scientifica di comunicare rapidamente.
    Capire la realtà è molto più complesso che capire solo la parte formale della chimica.
    Così per esempio un pezzo di sapone per un chimico implica non solo la reazione di saponificazione ma anche tutte le interazioni molecolari all’interno del sapone che derivano da una struttura micellare del sapone stesso.
    Quindi volendo discutere di un pezzo di sapone NON ci si può soltanto limitarci all’effetto della reazione chimica , ma dobbiamo anche ragionare sull’assetto strutturale del materiale formato.

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