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Research Blogging: cos’è e quali funzioni assolve nel panorama del blogging scientifico?

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Peppe Liberti

Peppe Liberti

Abbiamo il piacere di intervistare Peppe Liberti, fisico, che è stato ricercatore e professore universitario a contratto ed ora si dedica alla comunicazione scientifica e alla divulgazione della fisica.
Peppe è editor dell’edizione in lingua italiana di Research Blogging.

Chimicare – Che cos’è Research Blogging? Più precisamente: come e dove nasce, quando, per quale ragione, rivolgendosi a chi? Di che tipo di organizzazione si tratta (Editore)?

P.L. – ResearchBlogging.org è una piattaforma web in cui vengono aggregati i post dei blog che commentano la ricerca scientifica oggetto di revisione paritaria (quella che viene pubblicata sulle riviste specializzate) e permette ai blogger di citare le loro fonti in maniera appropriata. L’idea di trovare un modo per identificare e catalogare questo tipo di post risale al 2007 e venne in mente a Dave e Greta Munger che la sperimentarono su Cognitive Daily (http://scienceblogs.com/cognitivedaily/) segnalando quel tipo di post con un’icona specifica. La cosa suscitò l’interesse di altri ricercatori/blogger e case editrici accademiche che permisero lo sviluppo di un prototipo che divenne, all’inizio del 2008, l’attuale piattaforma gestita da Seed Media Group (http://seedmediagroup.com/).

Chimicare – Possiamo in qualche modo vedere in Research Blogging una sorta di tentativo di “accreditamento”, in uno scenario come quello del web2.0 dove la democraticità nella generazione e nella diffusione di contenuti finisce di fatto per abbattere i tradizionali criteri di autorevolezza del comunicatore scientifico?

research bloggingP.L. – No, è semplicemente un tentativo di fare ordine, di promuovere l’informazione e la discussione su certi argomenti senza dover perdere troppo tempo a cercarli o inseguirli nel traffico.  Non è “accreditamento” ma “selezione”. Il comunicatore scientifico che aggrega su Research Blogging è (o dovrebbe essere) un ricercatore, attivo o meno, che cerca un pubblico in grado di comprendere e commentare quello che scrive. Il problema lo abbiamo in Italia, con chi scrive e con chi legge.

Chimicare – Research Blogging in Italia.  Com’è avvenuta la penetrazione e quali sono stati i riscontri, anche in termini numerici, fino ad ora?

P.L. – ResearchBlogging in Italiano parte il 24 dicembre del 2010.  Avevo chiesto a Dave Munger, qualche mese prima, come fare a lanciarlo – volevo aggregare i miei post e in lingua italiana non erano accettati – e mi rispose che ci sarei riuscito se avessi fatto aderire all’iniziativa una decina di blog. Ne trovai di più e non ci furono problemi, partimmo. In questo momento i blog iscritti sono più di 50 ma attivi, purtroppo, molti meno. In Italia i ricercatori che si dedicano alla scrittura delle cose di scienza sul web sono davvero pochi e comunque nessuno lo fa con regolarità.  Siamo pieni di siti che propongono news e che hanno un taglio più “giornalistico” o divulgativo, manca il resto.
Research Blogging in ItaliaLa nostra ambizione, non ancora realizzata, è quella di fornire materiale di riflessione e di “lavoro” che possa essere sfruttato anche in questi ambiti.  Siamo su twitter (https://twitter.com/ResearchBlogsIT) e, da pochissimo, su facebook (https://www.facebook.com/ResearchBloggingIt).

Chimicare – Qual è il meccanismo attraverso il quale un blog scientifico può aderire al progetto Research Blogging?

P.L. – Bisogna iscrivere blog ed autore al sito.  Per ogni lingua ci sono tre editor (in Italia oltre a me ci sono Amedeo Balbi e Moreno Colaiacovo e tutti offriamo la nostra opera in maniera completamente gratuita) che esaminano la richiesta, visitano il blog e stabiliscono se risponde ai requisiti della piattaforma: ci deve essere almeno un post che commenta in maniera originale la ricerca peer-reviewed, non basta riportare una news o ricopiare un abstract.  Una volta che la richiesta è accettata possono pubblicare qualunque cosa sul loro blog, come d’abitudine, ma quando scrivono un post che è in accordo con le nostre Linee Guida si collegano al sito, usano un generatore automatico di citazioni per crearne una dell’articolo che stanno commentando ed incollano nel loro post il codice che gli forniamo.  L’aggregatore identifica in maniera automatica il post e lo pubblica in prima pagina.  Mi preme sottolineare che ci teniamo molto alla qualità di quello che ospitiamo, i post Research Blogging contribuiscono a determinare l’impatto sulla ricerca degli articoli di molte riviste scientifiche (Nature e PLOS one ad esempio li utilizzano per costruire le loro metriche) e sono tracciati da Altmetric, il sistema – ancora tutto da “tarare” secondo me – che raccoglie tutte le citazioni di tali articoli sul web.

Keplero e My Gennomics, i blog rispettivamente di Amedeo Balbi e Moreno Colaiacovo

Keplero e My Gennomics, i blog rispettivamente di Amedeo Balbi e Moreno Colaiacovo

Chimicare – Credi che la famosa Casalinga di Voghera, che più spesso di quanto non crediamo ricerca ormai in rete la risposta ai suoi interrogativi nei quali intravvede una seppur vaga connotazione di scienza, riuscirà a comprendere il significato ed il valore del bollino di Research Blogging apposto su di un articolo online in un blog scientifico? Cosa è stato fatto a questo proposito in merito ad interventi di sensibilizzazione sugli utenti finali del prodotto comunicativo?

P.L. – Non lo so e non mi interessa neanche, francamente. Non ci rivolgiamo a chi è digiuno di conoscenze scientifiche, vogliamo invece fornire un servizio alla comunità scientifica e a chi informa sulla scienza, sia stimolando la discussione tra ricercatori e tra questi e gli appassionati con un minimo di competenza che fornendo materiali pronti per essere ulteriormente diffusi e divulgati.

Chimicare – L’ultima domanda conteneva sicuramente una piccola provocazione: in realtà credo che lo scenario all’interno del quale Research Blogging sia stato pensato non sia quello della divulgazione scientifica nel senso più “di base” e quasi pedagogico del termine, ma piuttosto della circolazione di pareri, commenti ed in genere di contenuti tra persone già piuttosto addentro agli argomenti trattati, per non dire proprio di professionisti del settore. Quanto mi sto discostando dalla realtà esprimendo questa visione del quadro?

logo di blog scientifici italiani

logo di blog scientifici italiani

P.L. – È proprio così anche se lo sforzo di spiegare al maggior numero di persone possibili i metodi e i risultati di un lavoro di ricerca va benissimo lo stesso, l’importante, ripeto, è che chi aggrega su Research Blogging usi parole sue e non quelle del comunicato dell’ufficio stampa di qualche Università o Centro di ricerca.

Chimicare – Proprio valorizzando questo ruolo nel contesto di una circolazione di contenuti scientifici di qualità ed anche “di livello”, possiamo parlare invece di quali sono le ragioni più frequenti per le quali gli addetti ai lavori, magari gli stessi ricercatori, scelgono di scrivere su di un blog invece di affidarsi unicamente alle tradizionali riviste scientifiche oggetto di referaggio e di revisione da parte dei pari?
(es. E’ una questione relativa al contenuto opinionistico dei blog? Oppure dipende dalla volontà di mantenere un linguaggio informale e discorsivo? Magari si sfrutta la pervasività della rete internet, o anche l’immediatezza della pubblicazione? O ancora è un modo di scavalcare la possibile censura della peer review?)

P.L. – Son due piani diversi, i blog scientifici e le riviste. Quando si sente l’urgenza di commentare un articolo, per sottolineare un problema, per criticarlo, si invia una specie di “commento firmato” alla medesima rivista che lo ha pubblicato. Gli editor ne valutano la portata e spesso lo inviavano agli autori oggetto della critica che hanno la possibilità di replicare. Un tempo, il tempo della carta, questa era l’unica possibilità (a parte le comunicazioni private o le discussioni ai congressi) e commento e replica venivano pubblicati nel primo numero disponibile. In questo tempo, il tempo degli elettroni, le possibilità di discussione si sono moltiplicate, il copyright non si sente tanto bene e proliferano riviste ad accesso aperto (vero o fasullo, buono e cattivo) che, come dicevo prima, accolgono commenti che sono esterni al sistema delle riviste. Research Blogging, in qualche maniera, sicuramente imperfetta, vuole fornire un filtro a questi commenti per renderli il più possibile adeguati all’oggetto del commento, il lavoro che ha passato l’altro filtro, quello della peer review. Ritengo che le potenzialità di questo sistema siano ampiamente sottovalutate e bisognerebbe smetterla di evocare ogni volta il peccato originale che ancora scontano i blog, quello di esser nati come luogo dove poter sfogare qualunque questione.
il ricercatore visibile - strumenti per  comunicare la scienzaIn ogni caso, per quello che riguarda i blog di scienza in generale, non posso che ribadire quello che ho scritto per la 7a Scuola Nazionale Scienza, Comunicazione, Società (Il ricercatore visibile, Strumenti per comunicare la scienza, organizzata da Agorà Scienza) e cioè nella comunicazione scientifica quello che conta è la capacità di gestire le approssimazioni (c’è più rigore in una buona approssimazione che in chi pretende il dettaglio).  Non bisogna perder troppo tempo a cercar lettori ma uno stile ed un senso e questa cosa qua, lo stile ed il senso, non appartiene a tutti, non c’è nulla da fare.

Chimicare – Una perla di saggezza che da sola varrebbe l’intervista: sono pienamente in accordo con te Peppe.   Ti ringrazio per la disponibilità da parte di tutti i lettori e…   chissà che un giorno anche nella famiglia Chimicare non nasca un blog con le caratteristiche adatte per poter entrare a far parte di Research Blogging!

 

 

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