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soggetti e criteri nella divulgazione chimica di base

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( continua come seguito del post precedente: “domande e non risposte nella divulgazione di base in chimica“)

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Il rischio al quale si va incontro, a danno tanto del fruitore quanto del chimico, è che l’attenzione del cittadino navigatore nella rete internet venga intercettata, prima che da realtà serie, “di prima mano” o comunque gestite e controllate da professionisti competenti, da siti-strilloni di ampio richiamo, generalisti o che comunque raccolgono e girano senza particolari filtri o giudizi di merito l’informazione disponibile sul web o anche al di fuori di esso.
logo di Wikipedia, realtà fondamentale e di riferimento nella divulgazione scientifica di base Come è noto, salvo alcune rare strutture ben controllate da un’organizzazione superiore competente (es. i siti web dei dipartimenti universitari o di altri enti di ricerca) o da un elaborato sistema di auto-controllo reciproco fra gli autori (es. Wikipedia), in internet non esiste controllo né tantomeno censura relativamente alla veridicità dei contenuti di ciascun sito web, almeno fino al punto che essi non ledano in modo grave i diritti di singole persone fisiche o giuridiche.   Nel caso specifico dell’informazione e della divulgazione scientifica, il risultato all’atto pratico è che ciascuno è libero di scrivere e pubblicare cosa desidera, giusto o sbagliato che sia: è sufficiente essere in possesso di quel minimo di capacità informatiche per mettere oline una pagina scritta (e sono probabilmente decine di migliaia gli italiani con questa capacità). Il fatto che l’utente che cerca una determinata informazione o chiarimento di natura chimica mediante un motore di ricerca sia raggiunto “prima” (ovvero come primo hit di una lista di siti proposti da un motore di ricerca) da un contenuto poco affidabile non ha nulla a che fare con la veridicità del contenuto del testo riportato sul sito stesso, ma semplicemente dal suo piazzamento nelle cosiddette SERP dei motori di ricerca.   Queste tengono conto di un’infinità di parametri, come ad esempio da quanto tempo esiste il sito (come se il fatto di ripetere da molto tempo un’affermazione sbagliata la facesse diventare corretta!), il numero e la qualità degli altri siti che lo linkano, ecc. Nessun riferimento alla veridicità dei contenuti: e d’altronde non sarebbe attualmente pensabile che l’organizzazione di un motore di ricerca si dotasse di esperti e specialisti in ogni settore per scandagliare e recensire singolarmente ogni sito web ed ogni contenuto caricato su di esso!   Qualcosa di simile hanno iniziato a fare in passato alcune delle più importanti directory sul piano globale, come ad esempio dmoz.org, ma come risulta di fatto questa realtà appare ferma su molti settori del sapere, muovendosi con intollerabile ritardo rispetto alla creazione di nuovi siti web.
Il divulgatore scientifico serio che voglia operare su internet si trova quindi a confrontarsi con questa sorta di concorrenza sleale, premiata per ragioni non di merito, sia essa sobillata da ragioni commerciali come nel caso di operazioni di informazione pilotata indirettamente pianificate da aziende a chiari fini utilitaristici, fino al caso fin troppo comune sulla rete di siti realizzati con poco investimento di risorse e di tempo mediante operazioni di collage fra notizie prese qua e là, con il risultato di diffondere come virus informazioni e concetti spesso inesatti, distorti o fuorvianti.
Concorrenza ancora più nefasta questa se si tiene conto che in moltissimi casi il navigatore rischia di accontentarsi della prima risposta o spiegazione trovata, tanto più se la vede ripetuta più volte nelle prime posizioni fra i risultati della ricerca, senza far troppo caso al fatto che queste possano costituire la semplice fotocopia telematica l’una dell’altra, con il risultato di vanificare ogni residua volontà di approfondimento o di ricerca di ulteriori conferme.
segnale di punto informazione - divulgazione scientifica di base Una ragione di più per incoraggiare l’utente ad evitare di cercare qua e là le informazioni spicciole e puntuali delle quale ha di volta in volta bisogno, ma di iniziare a prendere in considerazione, seppur con tutte le cautele del caso, la possibilità di intraprendere un sano percorso auto-formativo di base, che prende magari proprio spunto dalle singole domande del giorno, ma che non chiuda la porta alla possibilità di imparare via via a fare propri nuovi metodi, criteri e strumenti di interpretazione della realtà circostante.

Quindi i criteri che il chimico che voglia fare della buona divulgazione di base potrebbe ragionevolmente seguire, in relazione alle argomentazioni finora esposte, dovrebbero essere quelle di realizzare degli interventi in primo luogo “non dannosamente scorretti”, in secondo luogo comprensibili, in terzo luogo accattivanti.
“Non dannosamente scorretti” significa che è ragionevole pensare che ogni cosa, dai concetti alle definizioni per esempio, così come le spiegazioni e le motivazioni, potrebbero essere ovviamente espresse in modo maggiormente corretto, utilizzando termini specialistici, formule, citazioni o facendo riferimento a concetti complessi facenti parte della cultura scientifica di base del lettore, condizione quest’ultima tutt’altro che accertata. Se questo approccio maggiormente rigoroso non risulta assolutamente indispensabile per la comprensione del messaggio che lo scritto intende trasmettere, è lecito anzi è auspicabile che il chimico semplifichi, renda in metafora o in altra figura retorica i concetti, contestualizzi il più possibile l’intervento, avendo cura essenzialmente di evitare di trasmettere delle conoscenze o delle competenze non corrette al punto tale da superare il beneficio informativo e formativo derivanti dall’intervento nel suo insieme.
C’è una differenza fra il dire che la scala di pH è inversamente proporzionale a quanti H+ sono disciolti in acqua ed affermare che il pH misura la solubilità di un acido in un solvente organico.   O fra il dire che a parità di peso molecolare le molecole ioniche sono solitamente meno volatili di quelle covalenti rispetto a dire che le specie ioniche hanno un peso molecolare solitamente maggiore di quelle covalenti.   O ancora fra il dire che il cloruro di sodio si scioglie in acqua rispetto a dire che lo zinco si solubilizza nell’acido cloridrico.

In secondo luogo la “comprensibilità” che, come accennato precedentemente, dovrebbe essere affrontata a più livelli: formule, definizioni e digressioni su concetti un po’ più complessi rispetto al tono generale dell’intervento possono sì essere inseriti, ma bisognerebbe avere in ogni caso l’accortezza di assicurarsi che il lettore meno formato comprenda fin da subito che può continuare proficuamente la lettura anche senza comprendere quel “di più” inserito lì lungo la trattazione e che magari un giorno anche lui potrà comprendere appieno.   Un articolo a più livelli, oltre che rivolgersi potenzialmente a fasce differenti di utenza, è un testo sul quale lo stesso lettore può tornare più volte nel tempo, specie se è alle prese con un processo formativo o auto-formativo in progressione.

Parlando di contenuti o meglio ancora di argomenti “accattivanti” invece si fa riferimento alla scelta operata dal redattore relativamente a quali soggetti privilegiare, ovvero su quale tematica sviluppare l’intervento ed eventualmente una volta stabilito il soggetto su quali aspetti della trattazione approfondire in particolare.   ricerca delle informazioni scientifiche di base sulla rete internet generalista E’ chiaro che qui entrerebbe in gioco un conflitto di priorità, fra il chimico da un lato che vorrebbe approfittare del contatto per sviluppare argomenti di alto valore formativo, di interesse generale e a suo parere “altamente stimolanti” ed il non chimico dall’altro lato che magari accede al servizio unicamente per trovare risposta ad una sua domanda ben precisa ed altamente circoscritta.    A parte gli studenti, categoria pur sempre numericamente nutrita e da non trascurare in alcun modo (anche se oggi sono numerosi i portali appositamente allestiti per rispondere alle loro specifiche esigenze) è ben difficile che una persona senta l’irrefrenabile desiderio di sapere qualcosa in più sulle implicazioni derivanti dalla polarità nelle proprietà solventi delle molecole organiche allo stato liquido: è molto più probabile che possa formulare invece una domanda ben più circostanziata del tipo “quali solventi mi suggerite per togliere le macchie di grasso?”, che in un motore di ricerca sul web potrebbe ad esempio tradursi in “solvente togliere macchie grasso”.   I l divulgatore potrà quindi utilizzare il pretesto di una risposta di dettaglio, molto operativa e concreta, per cercare di introdurre concetti e criteri man mano più universali, che possano arricchire il bagaglio di conoscenze e perché no con il tempo anche le competenze del lettore, ma a condizione di non tradire le sue aspettative originali: i solventi migliori per togliere le macchie di grasso alla fine glie li dovrà indicare, con tutte le referenze e le specificazioni del caso ma glie li dovrà pur sempre indicare, e se proprio non gli sarà possibile farlo perché la domanda era una di quelle che non prevedono una risposta sensata (vedi il primo paragrafo di questo post), è suo dovere giustificare ed argomentare ampiamente le ragioni di tutto questo, evitando di lasciare al lettore l’impressione che la promessa iniziale sia stata disattesa, ovvero l’argomento del titolo sia stato dimenticato o lasciato cadere nel vuoto.

Un altro genere di mail di dissenso che ricevo occasionalmente, questa rigorosamente da parte di altri “addetti ai lavori”, è infine quella semplicemente denigratoria o dispregiativa, dove la semplificazione dei contenuti, del linguaggio e dello stesso livello di approfondimento della tematica viene scambiata per una superficialità o per una scarsa competenza del comunicatore relativamente alla tematica trattata.   A parte il discorso, che ormai tutti penso abbiano compreso ed eventualmente accettato, relativo alle scelte delle strategie di comunicazione, vorrei a questo proposito riportare una istanza personale, questa sì destinata a dividere in modo forte l’uditorio professionale, sulla quale ho verificato convergere pareri professionali molteplici, ben al di là della mia personale opinione:
il grande specialista non è nella maggior parte dei casi il comunicatore più efficace.
blocco degli appunti e matita - giornalismo scientifico Nella divulgazione scientifica, quasi per definizione, i soggetti maggiormente coinvolti almeno in Italia sono da un lato giornalisti specializzati (esistono diversi master e corsi di specializzazione, nonché un’associazione specifica che riunisce i giornalisti scientifici), dall’altra docenti universitari.    Per la prima categoria l’handicap risulta così ovvio che non varrebbe neppure la pena di menzionarlo: per inciso è legato all’estrazione non scientifica della formazione degli stessi comunicatori, che esclude ogni forma di esperienza personale e diretta con gli argomenti trattati: la bravura del giornalista consisterà quindi nel recepire e traslare per il grande pubblico una informazione o una argomentazione originale presentata in prima persona dallo specialista di riferimento nei suoi termini più corretti, confrontare eventuali versioni diverse e trasporre il tutto in una forma comprensibile ed accattivante per il grande pubblico.    Questo ruolo non contempla per lo più l’intervento personale e critico del giornalista nel merito tecnico della questione trattata, non avendo egli né le competenze né la missione di sostituirsi agli specialisti nel formulare nuove spiegazioni, definizioni, teorie o più in generale per “dire la propria” sul merito tecnico di una questione scientifica aperta.
Sul versante opposto ci sono i professori universitari, che nell’organizzazione universitaria italiana si muovono contemporaneamente su due livelli: il primo (solitamente minoritario) relativo alla docenza stessa ed ai corsi tenuti agli studenti presso gli atenei, il secondo relativo ai progetti di ricerca seguiti presso il proprio dipartimento universitario. Anche se esistono brillanti e meritevoli eccezioni, entrambe queste linee d’azione non si possono dire esattamente centrate sul tipo di comunicazione “di base” di cui stiamo discutendo in questa sede.
docenti universitari nel ruolo di comunicatori scientifici di base? Sul pianto della linea d’insegnamento, l’approccio tipico è ovviamente quello didattico: l’insegnante trasmette un contenuto esplicitamente formativo, altamente organizzato, secondo una pianificazione dell’esposizione programmata su un periodo medio-lungo ad un uditorio fisicamente presente, in linea di massima attento (se non altro per poter superare l’esame!) e con una formazione di base adeguata per poter ricevere e sfruttare adeguatamente i contenuti trasmessi. Una situazione completamente diversa rispetto a quella che si incontra nel caso di divulgazione di base via web su di un uditorio variopinto nel suo livello formativo, mediamente curioso ma piuttosto distratto dalle infinite e più accattivanti attrazioni offerte dal web alla portata un semplice click, e per di più interessato a rispondere a domande puntuali e ben circostanziate piuttosto che a seguire un percorso formativo vero e proprio.
Sul pianto della linea di ricerca, ogni docente universitario segue con il suo gruppo dipartimentale di lavoro uno o più filoni di attività, per definizione molto, talvolta estremamente specialistici.   Sugli specifici argomenti trattati, il professore in questione sarà con tutta probabilità un’autentica Autorità sul piano internazionale, con esperienza personale diretta e visione critica sull’argomento, mentre è probabile che per le altre specialità, pure interne alla stessa scienza della quale è esponente (es. gli altri rami della chimica), la sua preparazione non superi in modo significativo quella di un altro laureato parivoto nella stessa disciplina che non ha seguito il percorso della ricerca e dell’insegnamento universitario.

Personalmente ho invece notato che in una certa misura i migliori interlocutori scientifici che ho avuto modo di incontrare, quelli che veramente sono riusciti a trasmettermi conoscenze e competenze su argomenti che talvolta neppure i corsi universitari dedicati, al di là dell’eventuale bel voto ottenuto, erano riusciti a trasmettermi in maniera profonda e quasi empatica, non erano probabilmente i soggetti istituzionalmente deputati alla divulgazione scientifica.
Fra questi ho trovato semplici rappresentanti tecnico-commerciali di aziende fornitrici, consulenti, professionisti, anche professori universitari, certo, ma soprattutto persone accomunate da due fondamentali ed irrinunciabili caratteristiche: l’esperienza interdisciplinare e la precisa volontà, quasi la tensione a comunicare.
Non si tratta in molti casi di qualità celestiali magicamente infuse in soggetti particolarmente predisposti dalla nascita a diffondere il Verbo, ma di circostanze anche molto contingenti nelle quali un laureato può venire a trovarsi in modo più o meno casuale nel corso della sua attività: l’esperienza interdisciplinare ad esempio potrebbe essere banalmente motivata da numerosi cambiamenti nell’ambito lavorativo, nella mansione, nell’azienda di appartenenza o nella tipologia di clientela, mentre la spiccata volontà di trasmettere e far comprendere un contenuto scientifico potrebbe altrettanto banalmente essere giustificata da un fine ultimo di tipo commerciale.
La figura del giornalista scientifico è irrinunciabile ed insostituibile in tutti i casi nei quali si voglia trasferire un contenuto realmente specialistico, magari una novità d’avanguardia scientifica, dal suo referente ufficiale (es. il Responsabile dell’istituto di ricerca coinvolto), fino alla redazione di un media che, più o meno generalista che sia, risulta comunque organizzato per affrontare e riportare “casi” con un particolare rilievo alla contestualizzazione, ovvero al “dove e quando” sono collocati i fatti riportati, fino ad arrivare all’applicazione delle famose 5 W (What, Who, Where, When, Why) anche al contesto della realtà scientifica da presentare.
In pratica, ancora una volta, un intento essenzialmente ed onestamente informativo.

La divulgazione scientifica che qui definisco di base è invece sostanzialmente estranea ad una logica giornalistica.
Chimicare.org ha scelto di adottare lo strumento del mini-saggio divulgativo, del quale lo stesso Primo Levi ci ha fornito numerosi e pregevoli esempi non soltanto in campo chimico, pubblicati su vari quotidiani e periodi dal 1964 al 1984 e poi raccolti sotto forma di antologia nell’opera “L’altrui mestiere” (Giulio Einaudi Editore, 1985).
logo di chimicare: la chimica per i non chimici Crescendo numericamente, di mese in mese, i mini-saggi che compongono Chimicare.org hanno iniziato ad essere linkati fra loro con richiami, citazioni, spunti di approfondimento, venendo a delineare nei suoi tratti essenziali un ampio ipertesto in continua crescita, navigabile secondo varie modalità. Si può partire dalla lettura di un testo dedicato ad un certo argomento e quando si trova un termine o un’espressione linkata seguirne l’approfondimento su un articolo precedente, oppure è possibile esplorare gli articoli accomunati dallo stesso soggetto (es. la chimica delle piante, oppure la chimica dei materiali, oppure la filosofia chimica, ecc), o anche digitare una parola chiave all’interno di un apposito spazio di ricerca, per visualizzare titolo e riassunto delle pubblicazioni interne a Chimicare.org dove questa parole è stata utilizzata.
Due linee di dialogo, chimiSPIEGA e chimiCOMPRENDE, diversificate non solo per target (persone con una buona formazione scientifica di base nel primo, persone che ne sono prive nel secondo) ma anche per soggetto: argomenti che hanno al centro la chimica stessa, i suoi metodi, i suoi oggetti, le sue questioni ed i suoi punti di vista in chimiCOMPRENDE… le curiosità, le spiegazioni, le interpretazioni ed i consigli relativi a quella chimica che, anche senza che ce ne rendiamo conto, fa largamente parte della nostra vita quotidiana e domestica: tutto questo in chimiSPIEGA.

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