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il chimico impertinente

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ONORI E DOLORI DELLA PANCHIMIA
Non è facile essere chimici a questo mondo.   Soprattutto, non è facile essere un chimico che si occupa di divulgazione, e starsene spesso zitti per il quieto vivere sociale, in un mondo fatto di persone che tirano in ballo la tua materia ad ogni frase, pur senza rendersene conto, e quando provi ad intervenire ti fanno sentire come se avessi detto qualcosa di non pertinente, praticamente fuori luogo.

il chimico“Cosa ne vuoi sapere tu? Stiamo parlando delle pulci del gatto: sei un chimico, mica un veterinario!” o anche “Tu non sai niente di cucina: non sai neanche per quanto tempo deve cuocere un arrosto e vorresti raccontarmi cosa ci devo mettere nel sugo? Ma va…” o addirittura: “Questi sono prodotti erboristici, roba naturale: non stiamo parlando di sostanze chimiche!”
La situazione è pressappoco questa, tanto che in taluni casi, forse in troppi, getto la spugna prima ancora di iniziare, e faccio finta di niente.  Il rischio di fondo è quello di risultare saccenti, di spacciarsi per tuttologi, di quelli che vogliono insegnare ai gatti ad arrampicarsi: in conclusione di riuscire veramente, ma dico veramente antipatici.

Da qui il titolo di questo intervento “Il chimico impertinente”, che mutua il frontespizio da uno dei siti di divulgazione scientifica amatoriali più dinamici sull’argomento.
“Impertinente” in funzione, almeno nel contesto che ho esemplificato in apertura, di due diversi significati del termine, entrambe perfettamente compatibili con il ruolo personificato suo malgrado dal chimico divulgatore: il primo nel senso di irriverente, che manca di riguardo, sfacciato; il secondo nell’accezione di “non pertinente”, in quanto è proprio questa l’accusa che ricorrentemente il chimico che voglia dire la sua in un contesto non professionale ma pur sempre intimamente chimico si sente ripetere: “cosa vuoi saperne tu?  Questo non è il tuo campo.  La chimica qui non c’entra, quindi la tua considerazione non è pertinente”.

E il chimico, per quanto dedito alla divulgazione di base, non è nel più dei casi un missionario, un paladino del sapere, pronto a mettersi alla berlina per il valore intrinseco della conoscenza.  Quindi in molti casi tace, e lascia correre.
Un silenzio il nostro doppiamente colpevole perché, ammesso che l’interlocutore sia a conoscenza della nostra formazione scientifica, non soltanto non corregge, ma implicitamente “legittima” la malainformazione diffusa.
Forse che il chimico dovrebbe fornire il suo parere solo se interpellato?
Nella vita quotidiana, quella extra-lavorativa s’intende, raramente (per usare un eufemismo) vengo interpellato in modo diretto “in quanto chimico”.  La ragione di questo sta essenzialmente nel fatto che per l’uomo della strada (o se volete, l’ormai famosissima casalinga di Voghera) non ha un’idea molto chiara di quale sia effettivamente il campo di pertinenza e di ingerenza del chimico.   Ecco qua il punto.  L’abbiamo detto: “campo di pertinenza”; o se volete ambito di studi, o meglio ancora oggetto della disciplina.   Qual è l’oggetto di studio della chimica?   Vorrei sinceramente evitare di tornare nuovamente su questo argomento, già ampiamente discusso in uno dei primissimi interventi su Chimicare (“i confini della chimica“). Se io in questa sede riportassi pari pari la definizione dei confini della chimica, ovvero del suo ambito di interesse e di pertinenza, molti lettori potrebbero ritenere che esso coincida con le cosiddette “sostanze chimiche”.  Giustissimo, da un lato, assolutamente sbagliato dall’altro.  La differenza sta semplicemente in cosa vogliamo intendere con sostanze chimiche.   Se pensiamo, come molti, oserei direi la maggior parte degli interlocutori, pensano, che le “sostanze chimiche” siano solo quelle prodotte sinteticamente dall’uomo, che se ne stanno ben chiuse in un barattolo in laboratorio o in un fusto o un serbatoio industriale (eventualmente finché qualche incidente o qualche gesto sconsiderato provochi la loro fuoriuscita nell’ambiente), o anche meno cinicamente i prodotti messa a punto per svolgere un’attività specifica, come ad esempio i principi attivi dei medicinali, i detergenti per la pulizia, i materiali plastici e così via…  finche l’idea che la maggior parte della gente conserva di sostanza chimica corrisponde pressappoco a questa, ecco che risulterà in un certo qual modo naturale che il Chimico venga relegato a forza nel suo mondo distaccato fatto di polverine e provette.   Ed è altrettanto ovvio che quando egli proverà a “dire la sua” in un campo apparentemente non di sua competenza, come negli esempi citati all’inizio dell’intervento, egli verrà sonoramente redarguito, vedendo nella sua azione un’indebita ingerenza in un campo che non gli appartiene.

chimica degli alimentiTutt’altra situazione è quella alla quale si arriverebbe se si volesse una buona volta entrare nell’ordine di idee per il quale TUTTO ciò che ci circonda, purché sia fatto di materia (solida, liquida ed aeriforme) è costituito da atomi, solitamente organizzati in molecole: quindi “sostanze chimiche”, per quanto naturali come nel caso di quelle che costituiscono il nostro corpo o gli alimenti, o al contrario per quanto pensate o utilizzate funzionalmente per uno scopo preciso come nel caso, faccio qualch esempio, dei prodotti per la pulizia della casa, quelli per la cura della persona o i colori utilizzati dagli artisti.
Ben difficile, forse impossibile trovare un argomento relativo ad un oggetto o una realtà materiale, per quanto ben contestualizzata in un suo campo specifico, compresi gli stessi esseri viventi, dove il chimico non possa avere voce in capitolo.  Che poi egli abbia qualcosa di significativo da dire, ovvero che le informazioni o le considerazioni da lui riportate possano essere più o meno rilevanti ai fini della descrizione, dell’utilizzo o comunque dell’interazione con l’argomento sul tavolo, bè questo è tutt’altro scenario.   Confido nel fatto che ciascun agronomo, medico, geologo, veterinario o quant’altro abbia già appreso quel tanto di chimica generale e soprattutto applicata, nel corso del suo curriculum di studi specifico, da evitare di dover interpellare un chimico per trovare risposta a quesiti pur di natura chimica che ricadono nell’ambito del suo campo d’azione.  E di solito è proprio così che accade: non per niente la chimica, almeno quella di base, è inserita in tutti i corsi di studi a partire dalle scuole medie superiori, ma soprattutto nelle facoltà universitarie a carattere tecnico-scientifico.
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AMBITI PROFESSIONALI E DISCIPLINE TRASVERSALI

La prospettiva appena descritta, che in questa sede sarei tentato di definire “panchimica”, è un fatto considerato a tal punto “acquisito” da parte dalla comunità scientifica e tecnologica nel suo insieme (dai medici ai geologi, dagli agronomi ai fisici, dai farmacologi agli ingegneri, dai biologi ai veterinari…) da non rappresentare praticamente in nessun caso un argomento di discussione fra colleghi di professionlità diverse.   Il veterinario ritiene del tutto ovvio che il farmaco che va prescrivendo sia per lo meno “considerabile” anche dal punto di vista chimico, sia in ragione della sua composizione che in virtù dei metodi con i quali è stato realizzato industrialmente dalla casa di produzione, per finire al meccanismo di azione nell’animale, in quanto le interazioni di tipo farmaco-essere vivente possono essere lette dapprima in chiave biologica, poi scendendo più nel dettaglio in chiave biochimica, ed infine in chiave chimico-fisica.
professioniQuindi la difficoltà di accettazione del ruolo a suo modo “trasversale” della chimica e del chimico non è racchiusa in senso all’ambiente professionale, bensì piuttosto in quello popolare dove, fra l’altro, risulta a mio avviso molto meno correlata di quanto si possa immaginare al livello di scolarizzazione e di cultura generale.
Ritengo che buona parte di questo malinteso affondi le radici in una visione, ormai così strutturata in noi da risultare ben difficilmente sradicabile, della conoscenza ed ancor più della competenza professionale come di una realtà ben parcellizzata, dove ciascun ambito di pertinenza mostra un contorno chiaramente definito nella sua demarcazione, le varie figure professionali si dividono le mansioni e nessuno per così dire pesta i piedi all’altro.
Pur ammettendo con un certo sforzo che la “conoscenza”, quasi nel senso filosofico del termine, possa essere considerata come una realtà piuttosto fluida e difficilmente imbrigliabile negli scomparti rigidamente distinti delle cosiddette “materie”, ben maggiore resistenza porrebbe probabilmente la maggior parte di noi a declinare tale fluidità di percezione anche agli ambiti delle competenze professionali.  Giusto per dare una nota di colore, probabilmente lo spettro che maggiormente ci terrorizza in questo ambito è quello di poter essere rimbalzati da uno studio professionale all’altro, ognuno dei quali potrebbe scaricare molto volentieri la patata bollente relativa alla natura del caso difficile che gli stiamo portando: nel caso delle varie specialità mediche, per esempio, essere malati e subire il continuo rimbalzo da uno specialista all’altro potrebbe davvero sortire effetti deleteri…  Ma non è di questo che stiamo parlando ora.

Credo che il nodo concettuale sul quale si incentrano queste perplessità circa la problematica delle ingerenze professionali sia quello che deriva dalla rimarcazione della differenza fra discipline settoriali e discipline trasversali.  Le discipline settoriali si affiancano l’un l’altra, ciascuna con il proprio ambito di pertinenza, in modo tale da coprire pressoché tutte le attuali necessità nella vita dell’uomo.  Si noti che ho parlato di “necessità”: si tratta infatti di discipline solitamente applicate, spesso speculative (nel senso più alto del termine) che attingono da un po’ tutte le sfere della conoscenza per sviluppare una competenza applicativa specifica su un certo argomento: l’agronomia, i materiali, la farmacologia, i materiali, le biotecnologie, la veterinaria, la geologia, l’elettronica, la gastronomia, l’aeronautica, ecc.   Questi argomenti corrispondono singolarmente ad un diverso “bisogno” espresso dalla nostra civiltà: quello di abitare, quello di mangiare, quello di curare le malattie, quello di poter utilizzare dispositivi elettronici o meccanici, ecc: nel corso degli anni infatti non è raro assistere alla nascita di nuove discipline e relativi corsi di laurea, talvolta sorprendentemente specifici, ma che rispecchiano in realtà molto bene le mutate esigenze applicative (e parallelamente l’accresciuta disponibilità di conoscenza specifica) della nostra civiltà.  Si consideri a titolo di esempio, solo negli ultimi decenni “la nascita” delle seguenti professionalità distinte: informatica, scienza dei materiali, biotecnologie.

Veniamo invece ora ad esaminare quelle che ho precedentemente definito “discipline trasversali”.  Esse coincidono non tanto con un oggetto d’interesse specifico, quanto con un “modo di vedere le cose”, ovvero con uno specifico angolo di osservazione, dotato della sua indubbia oggettività, ma anche dei suoi criteri e delle sue leggi interne per poter essere applicato un po’ a tutto.
Le scienze pure, dalla matematica alla fisica alla chimica, ad esempio, più che dedicarsi all’approfondimento di un oggetto di interesse, si contraddistinguono per la definizione di un punto di vista con il quale considerare la realtà.  E questo punto di vista risulta applicabile senza grossi sforzi se non a tutti gli aspetti della realtà, per lo meno ad un porzione estremamente ampia di essa.
discipline scientificheMi piace solitamente estendere l’esemplificazione delle discipline trasversali ben oltre quelle scientifiche: la stessa filosofia, l’economia, addirittura la linguistica possono in qualche modo essere considerate dei livelli di trattazione e conoscenza “trasversali” alle altre nicchie del sapere, caratterizzandosi più per criterio che per oggetto di pertinenza.
Se solitamente non abbiamo problemi ad immaginare ed accettare che un matematico, uno statistico o un economista possano fare valutazioni numeriche un po’ su qualsiasi cosa che riguarda il nostro mondo (dalla compravendita degli alimenti alle cave di granito, dai pannolini per l’infanzia alle casse da morto, dall’aria che respiriamo ai farmaci salvavita, dalla demografia di una nazione al computer che state usando in questo momento), perché mai dovremmo guardare per lo meno con sospetto l’adozione di un punto di vista chimico nella considerazione del nostro mondo materiale, che è pur sempre fatto di atomi e di molecole?

Da quanto esposto finora risulta una chiara evidenza: la chimica è sulla bocca, o meglio ancora “fra le mani” di tutti.  Volenti o nolenti che siano.
C’è però una differenza sostanziale tra i diversi livelli di coinvolgimento in termini di consapevolezza, conoscenza e competenza fra le diverse figure professionali e, anche al di fuori della professione, fra le diverse persone.  Una differenza che, come è già evidente dalla premessa, non è basata affatto sulla natura, sul numero o sulla quantità delle sostanze chimiche che ciascuno di noi utilizza nella sua attività quotidiana.  Cercando di esprimere il concetto con termini stringati potrei indicare tre possibili tipologie di coinvolgimento: c’è chi “fa chimica”, chi “usa la chimica” ed infine chi “usa i prodotti chimici”.

La chimica “la fanno” chiaramente i chimici, e se vogliamo altre figure professionali in grado di fornire il proprio contributo per la crescita della conoscenza in questo campo: chimici industriali, chimici farmaceutici, biochimici, ingegneri chimici e periti chimici.  Il concetto chiave di questo livello di coinvolgimento è la competenza critica che consente loro di argomentare, affrontare o confutare con cognizione di causa una certa visione o prassi di tipo chimico, o che consenta loro, se è necessario, di definirne una nuova (su base sperimentale, ma non soltanto).

La chimica invece “la usano” in modo più o meno esplicito un po’ tutte le figure tecniche e scientifiche, che infatti nel loro percorso di studi hanno avuto modo di ricevere una formazione chimica di base, con eventuali successivi richiami relativi agli aspetti della chimica più direttamente legati alla loro professione, ad es. la geochimica per i geologi, la chimica agraria per gli agronomi, la biochimica clinica per i medici, ecc.   E’ normale che questi professionisti (che in un capitolo precedente avevo definito “settoriali”) maturino una competenza della chimica relativa al loro specifico settore ben superiore rispetto a quella che potrebbe avere un chimico puro, con la conseguente possibilità di muoversi agevolmente nella loro disciplina anche quando dovesse presentarsi la necessità di considerazioni di natura chimica fra le più tipiche in relazione all’attività svolta.  Quando invece la problematica, seppur in un contesto specialistico, dovesse risultare meno “consueta” potrebbe risultare nuovamente necessario il coinvolgimento diretto di un chimico che, seppur non competente nel settore specifico, lavorando auspicabilmente in equipe con lo specialista, potrebbe arrivare ad una soluzione congiunta del problema.

fusti stoccaggio prodotti chimiciInfine, quelli che semplicemente “usano i prodotti chimici”.  Stiamo parlando un po’ di tutti noi, non solo nella professione ma anche e soprattutto nella nostra vita quotidiana, proprio ad iniziare dalle quattro mura di casa.  A questo proposito, giusto per creare la percezione anche empatica di quanti prodotti chimici (nel senso più buono del termine) ci siano intorno a noi e quanti ne usiamo ogni giorno, in modo specifico nella nostra vita domestica, vi suggerisco di dare un’occhiata al seguente video: “vivere senza chimica?”
Assai preoccupante è invece il fatto che molto spesso le persone che per lavoro usano le quantità maggiori di sostanze chimiche, e talvolta anche fra le più problematiche sul piano tossicologico ed ambientale, non siano dei chimici e talvolta neppure persone con una sufficiente competenza chimica di base, ma semplicemente persone che sanno fare molto bene il proprio lavoro, un lavoro che comporta fra le altre cose l’impiego di queste sostanze, ma che in molti casi faticano per superficialità ma più spesso per cultura a comprendere fino in fondo le implicazioni più profonde del loro operare, come ad esempio le conseguenze che una variazione in apparenza innocente di una formulazione o di un processo possono portare al prodotto, alla salute ed all’ambiente.
Ecco, comprenderete a questo punto anche voi come un po’ di ingerenza chimica, della scienza chimica intendo e della sua educazione, in taluni settori dominati da “praticoni” che comunque le sostanze chimiche le manipolano eccome, potrebbe davvero fare la differenza, e forse persino aiutare a rendere migliore il mondo dove viviamo.
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CAMBIARE PUNTO DI OSSERVAZIONE

Le grandi invenzioni e le scoperte che hanno segnato una svolta nella storia della nostra civiltà sono spesso derivate dalla capacità, vorrei dire “dal coraggio intellettuale” che qualcuno ha avuto nel provare a guardare una realtà, magari già nota e a suo modo ben consolidata, con occhi diversi, ovvero cercando di uscire almeno per un momento dalla forma mentis e dal modus operandi (mi si perdonino le due espressioni latine una di seguito all’altra) tipiche del contesto disciplinare a cui viene solitamente ascritta quella problematica.

il punto di vista chimicoSe avessimo continuato a vedere il corpo umano “soltanto” come custodia dell’anima, in accordo con la concezione teologica medievale, ovvero del tutto al di fuori del contesto organico-biologico che ha invece caratterizzato lo studio delle altre forme di vita, la medicina, la chirurgia e la scienza farmaceutica, così come oggi le conosciamo, non sarebbero neppure decollate.
Allo stesso modo, se non si fosse iniziato a considerare gli aspetti chimico-composizionali degli alimenti, prima a livello di intuizione e poi di sviluppo di tecniche analitiche appropriate, riterremmo probabilmente ancora valida la teorizzazione di Lombroso per la quale la pellagra era da considerarsi una sorta di intossicazione e quindi non uno stato carenziale vitaminico prevenibile ed eventualmente curabile tramite opportune correzioni nella dieta.

Quando guardo il mio gatto, vedo un compagno affettuoso che mi intrattiene e mi rilassa con le sue fusa, ma vedo anche un animale della famiglia dei felidi, ordine carnivori, classe mammiferi; vedo anche gli aspetti etologici del nostro rapporto e mi domando al di là di ogni possibile sovrastruttura culturale cosa rappresenti di fatto io per lui in relazione alla struttura sociale in natura. Vedo inoltre la sua natura biologica ed inizio a pensare al piano di vaccinazioni, ai suoi disturbi intestinali, alla nutrizione ricca in fibre, al problema di ispessimento delle pareti cardiache, fortunatamente non grave, che il veterinario mi gli ha diagnosticato tramite un’ecografia.  Vedo infine la sua natura chimica, la cheratina del suo pelo, il nepetalattone del quale fa così pazzo e che ritrova abbondante nell’erba gatta, le molecole che rendono così odorosa la sua urina, che ancora non conosco ma già per il fatto di essere odorose e di essere presenti in un urina dovrebbero avere una struttura chimica fatta in un certo e non in un certo altro modo.   E mai penserei per un solo istante che il fatto di vederlo “anche” in termini di composizione chimica possa inficiare o rendere meno prezioso il nostro rapporto.   Al contrario, sono dell’idea che questa molteplicità di visioni, o meglio di punti di osservazione per una stessa realtà non possano fare altro che accrescere il valore della realtà stessa, della profondità del nostro rapporto con essa, nonché della possibilità di tornare utile per risolvere eventuali problematiche che possono insorgere ad essa su uno qualsiasi dei suoi piani di esistenza.

Tutto questo non deve però essere frainteso con eventuali indebite ingerenze fra “ambiti”, distinti non tanto per punto di osservazione, livello di trattazione o oggetto di interesse (come sono fra loro le diverse discipline scientifiche e tecniche), ma piuttosto sulla base di “valori” fondanti.   La contrapposizione fra divino-spirituale e biologico-materiale è stata sostituita negli ultimi anni con una contrapposizione non meno assiomatica fra naturale e sintetico, creando in questo modo un ostacolo culturale, ovviamente a livello di opinione pubblica, giammai nel mondo scientifico, nell’utilizzo di strumenti di studio e considerazione trasversali, che utilizzino pertanto gli stessi criteri e lo stesso linguaggio per esaminare entrambe le realtà.   A distanza di quasi due secoli la dimostrazione di Friedrich Wöhler che ha abbattuto in modo inequivocabile, almeno sul piano chimico e fisico, la concezione vitalistica che assumeva una distinzione assiomatica di merito fra materia inanimata e facente parte (o prodotta) dagli esseri viventi, troviamo oggi forme ridigerite e variamente camuffate di questa concezione ad infarcire le posizioni più oltranziste dei sostenitori del naturale come scelta dicotomica a prescindere.   Una prospettiva che, se non più di natura teologica, potremmo oggi definire laicamente come etico-filosofica: del tutto rispettabile e volendolo anche perseguibile, fintanto che essa permane nell’ambito dell’etica e delle scelte individuali per il proprio stile di vita.  Del tutto inaccettabile è invece l’ingerenza di questa visione nel contesto scientifico, ed in particolare l’inserimento di istanze memetiche di natura etica o addirittura morale all’interno del flusso informativo proprio della divulgazione scientifica, frapponendosi fra il formatore ed il formando, con risposte semplici da capire ed accettare e fin troppo accattivanti nel merito, ma non per questo veridiche.
(circa Wöhler e la confutazione della visione vitalistica si veda anche: “il concetto di identità chimica“; circa la descrizione chimica della realtà materiale e delle sue trasformazioni si veda invece: “i confini della chimica

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A PORTATA D’INTUITO

Se è vero che la chimica non rappresenta ancora il livello più basilare, il ground-zero primigenio per descrivere l’essenza stessa della realtà materiale e delle sue trasformazioni (vedasi per questo l’articolo “la chimica nella fisica: considerazioni sparse sul rapporto fra due scienze pure”), è altrettanto vero che la trattazione chimica a differenza di quella fisica (alla quale viene invece riconosciuto il livello più profondo di trattazione attualmente pensabile) gode ancora di prerogative di intuitività e di rappresentabilità metaforica tali da consentirne una efficace divulgazione con finalità formative, un po’ per tutti gli argomenti del suo ambito disciplinare.
Parlando di oggetti chimici, ovvero di molecole, infatti il grado di approssimazione che si introduce nel considerarli alla stregua della fisica classica e della geometria euclidea, in altre parole descrivendoli come oggetti certamente molto piccoli, talmente piccoli da non poter essere osservati neppure al microscopio, ma in fondo di natura non molto dissimile da quella degli oggetti macroscopici che siamo abituati a trattare nella nostra esperienza quotidiana…  questa prospettiva, dicevamo, non introduce di solito inesattezze intollerabili nella descrizione della realtà, almeno finché il discorso si muove su di un piano qualitativo, descrittivo appunto, tanto più se con finalità essenzialmente divulgative.
micelle di sali di acidi grassi in acqua Ecco così giustificato il fiorire di metafore e similitudini che facilitano di non poco l’azione non soltanto del chimico divulgatore, ma anche dello stesso professionista che trova ad esempio molto comodo ragionare nei suoi modelli atomici tridimensionali in termini di palline e barrette per rappresentare “in scala” atomi e legami chimici.  O anche la metafora chiave-serratura per descrivere l’azione di un enzima specifico su di un certo substrato.  O ancora la rappresentazione dei sali degli acidi grassi nell’acqua saponata, schematizzati come tanti serpentelli dotati di una piccola testa idrofila ed una lunga coda apolare, che nel caso della formazione delle micelle sferiche a partire da un gran numero di questi acidi grassi vengono rivolti all’interno della pallina in formazione, tenendo intrappolate fra esse “le molecole dello sporco”, mentre le testoline polari tutte sulla superficie della micella sferica consentono alla stessa di rimanere se non proprio in soluzione per lo meno ben dispersa nel mezzo acquoso.   O infine tutte quelle proprietà macroscopiche dei materiali che possono essere spiegate in realtà molto bene dalla struttura su scala microscopica e dal comportamento delle loro molecole: ecco perché il diamante è così duro mentre la grafite, costituita anch’essa da carbonio e basta, risulta facilmente sfaldabile, e guarda un po’ sfaldabile solo secondo certi piani fra loro paralleli; ecco perché i metalli conducono bene sia il calore che l’elettricità; ecco perché il ghiaccio è meno denso e galleggia sull’acqua, e così via.

Molte realtà chimiche, soprattutto quelle supramolecolari, sono talmente ben rappresentabili, anche nella nostra mente, che ci sembra talvolta di poterle toccare con mano, ed anche la rievocazione delle loro reminescenze scolastiche ricorda un po’ quella di un vecchio amico che non vedevamo da tempo ma che ci è comunque rimasto ben impresso nella memoria.
Quando anche non vi siano metafore o similitudini per poter ricollegare le osservazioni chimiche con la nostra vita di tutti i giorni, la chimica offre la possibilità, attraverso un numero molto limitato di concetti di base trasmessi “come dato di fatto” (ma che in realtà affondano le radici nella fisica subatomica e quantistica) di poter agevolmente comprendere in modo intuitivo fenomeni via via più complessi.  L’antico motto de “il simile scioglie il simile” (riferito di solito ai solventi polari che sciolgono bene soluti polari, mentre i solventi apolari sciolgono sicuramente meglio soluti apolari), ad esempio, può essere declinato in una molteplicità di modi, tutti con ricadute notevoli in svariati rami della chimica: eppure a ben pensarci questo concetto non risulta affatto sostenuto né trova comunemente riscontro dalla nostra esperienza quotidiana.   Anzi, in accordo con il fatto, questo sì ampiamente sperimentabile in molti settori della nostra vita, che “gli opposti si attraggono, gli uguali si respingono”, saremmo probabilmente inclini ad immaginare per le sostanze polari ed apolari una regola opposta a quella che i chimici ci insegnano.   Invece una volta imparato il criterio, sottolineo sempre ad un livello qualitativo e divulgativo, siamo poi in grado di interiorizzarlo con facilità, utilizzandolo in mille possibili applicazioni, sia in seno alla chimica in sé, sia in funzione delle sue ripercussioni sulla nostra vita quotidiana, quando ad esempio cerchiamo di escogitare il modo migliore per rimuovere una macchia da una superficie.

fisica quantisticaLa trattazione più intima e profonda della realtà della materia e delle sue trasformazioni, ovvero quella che ci viene dalla fisica delle particelle e dalla fisica quantistica, per quanto ancora più “fondante” nel descrivere la natura ultima del nostro mondo, risulta tuttavia ben difficilmente rappresentabile (salvo poche splendide eccezioni) con similitudini e metafore.  I suoi concetti e metodi, inoltre, non sono facilmente trasmissibili con l’ausilio di piccole regole comunicabili verbalmente così da rendersi facilmente utilizzabili da parte del neo-formato, ma richiedono invece in modo necessario l’adozione di un complesso formalismo matematico che tuttavia ha l’effetto negativo di rendere tutta la trattazione per lo meno non intuitiva, se non addirittura contro-intuitiva per la stragrande maggioranza dei non specialisti.

In conclusione il chimico, per quanto “impertinente”, saccente o malato di panchimia come qualcuno lo vorrebbe dipingere, ha in realtà un ruolo assolutamente primario ed insostituibile nell’ambito della divulgazione scientifica a scopo formativo ed educativo, non solo nei riguardi della comprensione degli oggetti descritti nella sua specifica disciplina, ma in senso lato a beneficio dell’interpretazione scientifica della realtà nella sua genuina e grandiosa complessità.

5 risposte a il chimico impertinente

  • eli scrive:

    ho scoperto oggi questo blog, e spero di trovarvi spunti di riflessione per me e per i miei studenti, sul ruolo (e le responsabilità) della chimica nella nostra società.

  • Luana scrive:

    Sito molto interessante…in particolare la competenza dei chimici in questo caso in varie discipline è un tasto dolente: il chimico per sua stessa natura è versatile e nel modno del lavoro credo che questo suo ruolo peculiare dovrebbe essere enfatizzato…
    Grazie per la creazione di questo blog…da una chimica impertinente!!

  • GiP scrive:

    “Questi sono prodotti erboristici, roba naturale: non stiamo parlando di sostanze chimiche!” e così l'ignoranza avanza a grandi passi…
    Ho scoperto solo ora il sito e lo trovo molto interessante. Congratulazioni. Speriamo che lo leggano anche i non chimici.
    Bella l'"analisi" del gatto: impariamo a cambiare il punto di vista, anzi troviamone molteplici, che aiuterà a capire meglio anche i fenomeni sociali, non solo quelli scientifici.
    Ora vado a scoprire il resto del sito. Continuate così.

  • mordenkainen scrive:

    ho appena scoperto questo magnifico sito: gran bel lavoro e gran bel post, che descrive molto bene la condizione di noi chimici nell'interfacciarci col resto del mondo profano!

  • Gifh scrive:

    Che bella lettura! Sono davvero onorato per aver ispirato una digressione così magnificamente pertinente a quella che è la considerazione della chimica da parte dei non chimici, ed è forse superfluo aggiungere che condivido ogni singola parola!

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