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Possiamo davvero fidarci della Scienza? Se sì, come e perchè

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IL SOSPETTO DI MARTIN MYSTERE

Ricordo ancora un episodio del fumetto Martin Mystere, pubblicato dall’editore italiano Bonelli già anni prima del ben più conosciuto Dylan Dog.  Un mio amico, allora ragazzo, grande appassionato della scienza specie di quella più “anomala”, collezionava e leggeva avidamente questo fumetto alla ricerca di qualcosa che andasse oltre a quanto la cosiddetta scienza ufficiale ci raccontava: qualche spunto, qualche elemento di riflessione… Non che si potesse prendere la fantasia di un fumetto come una fonte di informazione scientifica, ovviamente questo lo si sapeva, ma in fondo in cuor nostro si percepiva già il ruolo di quelle che lo stesso Popper definiva “metafisiche”, assegnando loro il ruolo di potenziali precursori intuitivi, di tipo pre-scientifico.  Un po’ come la visione atomista di Democrito, per intenderci.

i grandi enigmi di Martin Mystere - n° 84 (marzo 1989) - assurdi universi

i grandi enigmi di Martin Mystere – n° 84 (marzo 1989) – “Assurdi Universi”

Dell’episodio in questione, ricordo comunque una sola scena, quella che ormai è diventata un “must” paradigmatico nelle discussioni da pub scientifico con i miei amici.
Il protagonista, Martin Mystere appunto, riesce a mettere le mani su un microscopio potentissimo, uno di quelli con un grado di risoluzione sull’ordine di grandezza delle molecole: ve ne sono pochi nel mondo (ovviamente stiamo parlando del mondo di fantasia descritto nella vicenda) e sono tutti strettamente sotto controllo di importanti enti ed organizzazioni direttamente o indirettamente controllati dai governi o da qualche altra diabolica istituzione ideata ad hoc… Eh già, il complottismo è sempre un ingrediente essenziale per ogni buona storia che comporti una scienza anomala, o per lo meno celata!
Tornando all’episodio il protagonista, il solito “cane sciolto” che rappresenta il prototipo dello scienziato senza pregiudizi né condizionamenti, riesce in modo presumibilmente fraudolento a mettere le mani su uno di questi microscopi, e con esso si appresta ad esaminare, al massimo ingrandimento, un oggetto. Non ricordo quale, ma come si comprenderà questo “particolare” non avrà alcuna importanza.

Immagine a risoluzione atomica ottenuta con microscopio STEM e detector ad alto angolo. SI possono vedere singoli atomi di silicio diversamente legati in un piano di grafite

Immagine a risoluzione atomica ottenuta con microscopio STEM e detector ad alto angolo. SI possono vedere singoli atomi di silicio diversamente legati in un piano di grafite

Martin prende l’oggetto, ad esempio un fermacarte in granito, e lo piazza sotto, diciamo… la lente del microscopio. Con gli ingrandimenti più bassi riesce a distinguere distintamente i cristalli dei diversi minerali che costituiscono la roccia, poi passa ad ingrandimenti maggiori e riconosce i fogli di silice che costituiscono uno di essi, il quarzo appunto. Al ché, conoscendo la struttura della materia, egli sa bene che ingrandendo ulteriormente – cosa che quello straordinario microscopio è in grado di fare – dovrebbe riuscire a vedere i singoli atomi di silicio, circondati ognuno da quattro atomi di ossigeno, posti a notevole distanza da esso a formare un tetraedro tutto intorno. Lo spazio fra gli atomi, o meglio fra i loro nuclei, è spazio vuoto, occupato solo in modo minimale dagli elettroni: la materia che ci circonda, costituita da atomi e molecole, è per la stragrande maggioranza spazio vuoto, anche se i nuclei degli atomi, ed anche gli elettroni stessi, non si possono avvicinare fra loro più di tanto per precise ragioni di repulsione elettrostatica.  Questo ci viene spiegato all’inizio di ogni corso di chimica, qualsiasi sia il nostro percorso scolastico, tanto che questo è uno dei pochi insegnamenti entrati a ragione a far parte del nostro bagaglio culturale di base.
E invece Martin Mystere, pur ingrandendo sulla cosiddetta scala atomica, ed anche oltre, non vede alcun atomo, o meglio: non vede discontinuità, non trova spazio vuoto.  Per quanto ingrandisca, e la risoluzione del microscopio glie lo consente di fare, quella che vede è materia compatta: una realtà ben diversa da quella che lui, come del resto tutti là fuori si aspettavano di trovare. Un’anomalia solo della silice? Prova con altri materiali: con un foglio di carta, con un astuccio di metallo, con la sua stessa mano: la materia, anche a livello microscopico, risulta inesorabilmente compatta. La struttura atomica, così come veniva descritta nelle scuole, non era altro che un’invenzione, una menzogna, una frottola, e la cosa più sorprendente era che tutti i più grandi scienziati del mondo ne erano consapevoli.
fobie complottisticheUn complotto in piena regola del quale sinceramente non ricordo – o forse non ho mai saputo – le ragioni e lo scopo, per antonomasia disonesto, ovvero come ogni buon complotto che si rispetti, destinato a mantenere lo status quo dei privilegi di una piccola casta. Ovviamente non di quella degli scienziati.
Da Martin Mystere a Matrix, dal Truman Show al complotto piezonucleare, il sospetto che il mondo non sia esattamente quello che ci stanno raccontando, a volte addirittura facendocelo vedere, sta diventando un tema sempre più ricorrente sia nelle letterature fantascientifiche che nelle ansie più o meno controllate di varie frange di popolazione.
Dai negazionisti delle più grandi conquiste della scienza e della tecnologia ai previsori di catastrofi scolpite nella pietra, dai complottisti delle scie chimiche ai neo-creazionisti: sembra in qualche modo che, specie tra le fasce culturalmente meno preparate (chi ne è coinvolto direbbe “meno condizionate”) sia più affascinante, e certamente più facile, buttare alle ortiche secoli e secoli di edificazione culturale condivisa, piuttosto che comprenderla a fondo. Essere consapevoli e dimostrare al mondo l’anomalia, il complotto, l’uovo di Colombo (così ovvio da non venire in mente a nessuno) riesce a restituire a molti di noi – schiacciati in un angolo di una società che non comprendono e dalla quale non si sentono valorizzati – quel riflesso di notorietà che spetta – purtroppo – a tutte le istanze, proporzionalmente non tanto alla loro veridicità, quanto piuttosto al loro potenziale emotivo.

 

LA SCIENZA INSEGNATA, TRA STORIA E DIMOSTRAZIONI

La gestione del dubbio critico in ambito scientifico trova solitamente risposta nella valorizzazione della prospettiva storica all’interno dei programmi di insegnamento delle discipline scientifiche.  Questo è valido in particolare all’interno dei programmi scolastici dell’attuale scuola secondaria di primo e, soprattutto, di secondo grado e più in generale laddove della disciplina scientifica interessi più il valore formativo e culturale piuttosto che la trasmissione della conoscenza specialistica per un suo utilizzo diretto nel mondo del lavoro.
insegnamento delle scienzeSe lo studente si domanda fin troppo spesso per quale ragione “si perda tempo” a descrivere come una scoperta è stata fatta o come una certa equazione sia dimostrabile, piuttosto che passare ai suoi aspetti concreti ed applicativi, forse non gli si spiega con sufficiente pazienza ed onestà che questo in fondo in fondo servirà per ridurre il rischio che un domani egli possa arrogarsi la presunzione di contestare per principio un impianto conoscitivo del quale ignora o comunque sottovaluta la portata, le ragioni ed i meriti.
In aggiunta alla prospettiva storica, un altro aspetto delle scienze di base che è solito mandare in visibilio gli insegnanti, anche di fronte a studenti che li osservano come altrettante mucche di fronte al nuovo treno Freccia Rossa, è la possibilità di pervenire alle stesse conclusioni scientifiche pur seguendo percorso fra loro del tutto diversi svincolati.  Si dimostra in questo modo che la scienza, almeno quella consolidata ed insegnata, non si contraddice, ma al contrario ma mano che cresce o la sia apprende evidenzia nuovi legami al suo interno, nuove interrelazioni tali da renderla un edificio altamente solido, coeso ed in questo modo “sicuro”.
Pensate per esempio a quanto risulta appagante e rassicurante la possibilità di giungere a risultati analoghi, almeno dal punto di vista pratico, e sicuramente non in contraddizione fra loro, affrontando la termodinamica dal punto di vista classico e statistico, come anche giungere allo stesso valore numerico della costante di Avogadro attraverso metodi di misurazione che si basano su fenomeni chimico-fisici di tipo diverso, come ad esempio metodi coulometrici e metodi cristallografici, per non parlare della prevedibilità “calcolabile” delle relazioni struttura/proprietà delle diverse specie chimiche, sia utilizzando metodi basati sulla meccanica quantistica che metodi che prendono le mosse dalla meccanica tradizionale.
costanti fisiche in una loro interpretazione molto particolareAlcune grandezze utilizzate si in chimica che in fisica, ad iniziare dallo stesso numero di Avogadro alla temperatura corrispondente allo zero assoluto, dalla costante di Plank a quella di Boltzmann possono essere agevolmente ricavate non soltanto seguendo procedimenti di calcolo matematico differenti, ma chiamando in causa esperimenti fra loro diversi, che seguono per così dire punti di vista scientifici e disciplinari fra loro sostanzialmente indipendenti.
Per non parlare della descrizione quantistica della realtà – ad esempio dei fenomeni e degli oggetti della chimica e della fisica – che, ben lungi dal cestinare la storia plurimillenaria della fisica classica, l’ha al contrario ampliata, portandola a diventare parte di un quadro descrittivo più ampio e generale.
D’altra parte le derive in chiave polemica del pensiero critico rispetto alla main stream sono in qualche modo lo scotto da pagare in un contesto di libero pensiero ove la creatività e la pluralità dei punti di vista è non soltanto consentita ma anche incoraggiata quale valore arricchente della società.
L’importante è forse distinguere tra l’esercizio del dubbio – intellettuale e potenziale – e la sua applicazione sistematica e pecoreccia, proprio da parte di coloro che, guarda caso, agiscono con l’intento primario di non lasciarsi infinocchiare.
Sul fronte opposto dell’insegnamento scolastico delle discipline scientifiche teso a valorizzarne il percorso storico e dimostrativo vi è l’apprendimento autodidattico, che prende le mosse e viene alimentato per lo più da ragioni di ordine pratico legate all’esigenza pressante di “utilizzare” concretamente le conoscenze in questione e, secondariamente, da una spinta basata sulla curiosità personale.
Tra i numerosi ed innegabili pericoli che l’apprendimento autodidattico di una disciplina porta con sé, è difficile tuttavia non riconoscere un vantaggio, anzi due.
In primo luogo il maggior coinvolgimento personale, esperienziale e razionale nel processo di apprendimento, che si riflette inevitabilmente in una maggiore vicinanza empatica nei confronti dell’argomento imparato da soli e sulla propria pelle, fino nel migliore dei casi all’acquisizione di una migliore padronanza della materia.  In secondo luogo la possibilità di pervenire alla conoscenza della disciplina attraverso un percorso individuale e per certi versi inedito che, insieme al rischio di aver lasciato indietro fondamenta importanti, ci solleva per lo meno dalla paranoia dell’omologazione sul pensiero unico.

Tutti noi abbiamo avuto in un modo o nell’altro a che fare con quella interminabile sequenza di perché, annidati gli uni negli altri, con i quali i bambini intorno ai 5 o 6 anni sperimentano al tempo stesso i confini del mondo e quelli della pazienza del genitore.
prendere il sole nel cielo“Perché il sole sta in cielo?”
Guai a rispondere “per fornirci luce, calore ed energia”.  Uno scienziato non si sognerebbe mai di rispondere una cosa del genere. Questa sarebbe piuttosto la spiegazione di tipo causalistico di un religioso, per il quale ogni elemento dell’universo è stato messo lì per uno scopo e per quanto la Terra non sia più al centro dell’universo da qualche secolo, l’uomo continua a restarci ben ancorato e con esso tutti i servizi dei quali il buon Dio lo ha dotato, ad iniziare da luce, calore ed energia.
Una prima distinzione tra scienza e fede è per esempio già nei termini: se interpreto il “perché” nel senso finalistico, ovvero “con che scopo” sono in un contesto, mentre ben altra cosa se lo interpreto in un senso del tipo “come fa”, oppure “sulla base di cosa”.
Spiegare ad un bambino di quell’età le ragioni fisiche per il quale Terra e Sole non sono fra loro a contatto, per quanto ci si sforzi di semplificare il discorso, supera tuttavia non soltanto le capacità di apprendimento del bambino, ma anche quelle di spiegazione della maggior parte degli adulti.
Si preferisce per tanto imboccare la strada della motivazione, certamente più semplice, perché i benefici del sole per la vita dell’uomo – spesso quando esso sta là, nella sua posizione nel cielo – sono sotto gli occhi di tutti ed in fondo – suvvia confessiamolo – perché a noi è stata raccontata la stessa cosa da bambini, ed in fondo siamo cresciuti felici e robusti ugualmente!
Eppure questo, chiamiamolo, “gioco” infantile può insegnarci e farci scoprire molte cose. Per esempio dopo quanti pochi cicli di domande annidate si inizia a rasentare il confine con la metafisica, o molto meno prosaicamente quando tocchiamo il fondo della nostra preparazione personale.  Con la loro incrollabile fiducia nella nostra sapienza, i bambini sono i giudici più spietati nel farci comprendere i suoi limiti, fino ad indurci a “bluffare”, di solito in piena consapevolezza, trincerandoci verso spiegazioni di natura morale o religiosa. “Tanto è piccolo” – pensiamo fra noi – “Cosa volete che gli spieghi di più che tanto non può comprendere? Quando sarà grande sarà pronto ad una spiegazione migliore”  …che intanto non arriverà da noi!

 

IL RISCHIO DELL’AUTOREFERENZIALITA’

Eppure anche in un sistema di conoscenze fra loro perfettamente correlate, ricche di rimandi molteplici e ridondanti, ben rodato nelle teoria e nella pratica, il rischio dell’autoreferenzialità non può mai essere del tutto eliminato.

M.C. Escher - ascending and descending

M.C. Escher – ascending and descending

Non fosse altro che per il fatto – sempre davanti agli occhi dei filosofi della conoscenza – che quanto sappiamo della realtà giunge a noi tramite i nostri sensi, e quindi anche il nostro ragionare, sperimentare, verificare e dimostrare resta comunque in tutto e per tutto subordinato a questa severa condizione.
Fino ad arrivare al limite di concepire la nostra descrizione della realtà come un sistema a suo modo inerziale, assolutamente coerente al suo interno ad ogni possibilità di riprova… fino a provo contraria!
Certo, era molto più immediato pensare che fossimo noi sul punto fermo terrestre e che l’intera volta celeste ci ruotasse intorno. Non ci impegnava in sforzi concettuali di immaginazione – e di umiltà – ma impegnava alquanto gli astronomi nei calcoli di orbite quanto mai astruse dei corpi celesti.
Un po’ come un quadro di Escher, che osservato nelle sue singole parti risulta razionale e coerente, eppure man mano che il contesto si allarga, emergono le incongruenze, fino all’evidente paradosso.
O guardare il mondo fuori dalla finestra, stando seduti sulla sedia: se proviamo non dico ad uscire fuori, ma talvolta anche soltanto a muoverci nella stanza, potremmo scoprire che non si tratta di una finestra, bensì di un quadro appeso alla parete.

E. A. Abbott - Flatlandia, racconto fantastico a più dimensioni

E. A. Abbott – Flatlandia, racconto fantastico a più dimensioni

Ma forse la metafora più nota e meglio rifinita è quella descritta da Edwin Abbott Abbott nel mondo di Flatlandia (sottotitolo: racconto fantastico a più dimensioni, pubblicato ad Oxford nel 1884).
La prova contraria solitamente arriva da un elemento estraneo al sistema inerziale, o più genericamente “autoreferenziale”: un oggetto, un comportamento, un fenomeno, o anche semplicemente dalla consapevolezza che “c’è qualcosa in più” oltre la buccia della nostra mela. E’ successo un certo numero di volte finora, e sicuramente continuerà a succedere.
A differenza di quanto non si creda, la grandezza della Scienza è anche la disponibilità la capacità di poter modificare sé stessa molto più a fondo e soprattutto molto più coscientemente di qualsiasi altra forma di cultura o di organizzazione messa in piedi dall’uomo, non “subendo” passivamente questa trasformazione bensì vivendola positivamente come suo stesso motivo di esistere.
Questo ci porta ancor meglio a comprendere come la Scienza non possa e non debba essere intesa come un insieme di conoscenze e/o di competenze ma come un metodo.
In modo specifico come il metodo che costruisce ed organizza la conoscenza in forma di spiegazioni testabili e prevedibili riguardanti l’universo.

Nota dell’Autore
Attualmente (15/01/2013) la pagina Wikpedia italiana riporta per Scienza la seguente definizione, in parziale divergenza con quanto argomentato poco innanzi:
“Per scienza si intende un sistema di conoscenze, ottenute con procedimenti metodici e rigorosi e attraverso un’attività di ricerca prevalentemente organizzata, allo scopo di giungere a una descrizione, verosimile e oggettiva, della realtà e delle leggi che regolano l’occorrenza dei fenomeni.”
Al contrario, sempre in data odierna, la pagina in inglese di Wikipedia riporta per lo stesso termine:
“Science (from Latin scientia, meaning “knowledge”) is a systematic enterprise that builds and organizes knowledge in the form of testable explanations and predictions about the universe.” – ovvero – “Scienza (dal Latino scientia, che significa “conoscenza”) è un ….. che costruisce ed organizza la conoscenza in forma di spiegazioni testabili e prevedibili riguardanti l’universo”.
Da notare come la definizione in lingua inglese, che corrisponde molto più da vicino al mio pensiero, non descrive la scienza come “un insieme di conoscenze” ma come qualcosa che “costruisce ed organizza” la conoscenza, ponendosi quindi al di sopra di essa.  Circa il sostantivo che sostituisce l’espressione italiana “sistema di conoscenze”, l’inglese utilizza l’espressione “enterprise” i cui molteplici significati evocano in qualche modo lo spirito partecipativo insito nella scienza stessa: impresa, azienda, iniziativa, avventura.

 

DALLA DELEGA DELLA CONOSCENZA ALLA CULTURA DEL DUBBIO

Uno dei compromessi ai quali ciascuno di noi suo malgrado deve acconsentire al fine di vivere in un una società civile, qualsiasi tipologia di organizzazione essa preveda, è quello di demandare ad altri alcune funzioni, compiti o decisioni.
necessità di delegare sulla base del tempo delle proprie capacità, priorità e tempo disponibileSe in una realtà rurale non risulta più indispensabile demandare ai produttori agricoli ed alla grande distribuzione la produzione degli ingredienti alimentare, potendoli con uno sforzo minimo coltivarli o allevarli noi stessi, diventa ad esempio certamente più difficile realizzarci da soli gli oggetti materiali della nostra vita quotidiana: si potrebbe ancora tentare di lavorare il legno ed il ferro battuto per realizzare qualche mobile o qualche utensile da cucina, ma già spostandoci su un’automobile le difficoltà crescono, per non parlare poi di prodotti che richiedono una conoscenza o anche più semplicemente una logistica di filiera a monte di straordinaria complessità (sia nella fase di ricerca che in quella della produzione) come ad esempio i farmaci. Anche nel contesto della decisionalità ai più alti livelli siamo soliti incaricare altre persone, persone che – almeno in una società democratica – sono elette dai cittadini, i quali si fidano di loro e della loro capacità ed onestà nel tener conto delle esigenze della base elettorale nell’intraprendere le decisioni sulla scena politica più ampia.
Il mondo del sapere, ed in modo specifico del sapere scientifico, non fa di sicuro eccezione.  Al contrario, rappresentando una delle vette più alte dell’umanità, intesa nell’accezione più nobili del termine, il sapere scientifico costituisce in qualche modo la summa delle conoscenze, delle competenze e delle esperienze messe insieme da una civiltà nel corso della sua storia, con un progresso temporale di tipo esponenziale.
scienza ed arte di Leonardo da VinciSolo ai primordi della storia della conoscenza scientifica era pensabile che singoli uomini, per quanto di eccezionali doti intellettuali (giusto per intenderci persone del calibro di Leonardo da Vinci) potessero estendere la loro conoscenza personale a tutto lo scibile scientifico del loro periodo.
Se l’esperienza diretta di ciascun uomo, e nel caso specifico di ciascun ricercatore, compresi i suoi errori, non potesse essere registrata e quindi fissata nella memoria storica di quella civiltà – ad esempio sotto forma di documenti scritti, di file informatici, ma anche più semplicemente in forme di teorie e di dimostrazioni – la conoscenza della civiltà stessa non potrebbe progredire nel tempo per il fatto stesso che ciascun ricercatore dovrebbe ridimostrare tutto da sé. Può sembrare da un certo punto di vista puerile ed inutile spendere parole su questo concetto assolutamente scontato, eppure mi accorgo con inquietante frequenza di come le persone di limitata cultura scientifica (o meglio di limitata cultura in generale) non abbiano ancora assimilato ed in cuor loro accettato le condizioni stesse della costruzione della cultura di civiltà, che è cosa ben diversa dalla somma delle conoscenze e delle competenze delle singole persone a noi coeve.
Possiamo, ed anzi “dobbiamo” discutere finché lo riteniamo necessario dei regolamenti di controllo, dei protocolli di sperimentazione, dei criteri di verifica e così via, ed allo stesso modo risulta doveroso rimettere in discussione ciascuna teoria non appena vi siano specifiche e giustificate ragioni per farlo. Tutt’altra cosa è quella di alimentare la cultura del dubbio – ahimè non comune soltanto al campo scientifico – per la quale ogni informazione, per quanto consolidata, può essere messa in dubbio per principio da parte di coloro che… per una semplice questione di sfiducia soggettiva nei confronti delle persone o nel più dei casi del contesto organizzativo nel quale gli studi in questione sono stati condotti.
il dubbio di Homer Simpson sulle scienzeLa cultura del dubbio o, come si potrebbe meglio definire, del sospetto sistematico non può essere rassicurata da singole dimostrazioni di conferma sulla validità dei dati raccolti, fino al punto che diventerebbe virtualmente impossibile concepire una “dimostrazione ideale” tale da rassicurare i detrattori della scienza ufficiale.  Le teorie complottiste, anche nel campo scientifico, hanno per l’appunto in comune il fatto di risultare di fatto non inficiabili, andando così a collocarsi sicuramente più nell’ambito delle questioni di fede, o se volete di coscienza, piuttosto che nell’ambito della scienza.
Tornando al campo delle deleghe, una delle prime cose che l’uomo ha imparato a delegare a qualcun altro è stata proprio la responsabilità di descrivere, interpretare e giudicare gli aspetti del mondo dei quali non gli era possibile (o facile, o conveniente) avere esperienza diretta. Lo sciamano o le stregone delle civiltà più primitive riuniva in sé la sapienza proto-scientifica, ancora in buona parte legata all’esperienza diretta, con il ruolo di media nei confronti di una realtà al di fuori della portata dell’uomo comune: solo in seguito, con la differenziazione tra la figura del sacerdote e quella dello scienziato si imparerà gradualmente a distinguere ruoli, linguaggi e metodi dei due grandi mediatori delegati.
In un contesto democratico dove a tutti è concesso il diritto di esprimere e sostenere le proprie idee, con la complicità negli ultimi anni di un supporto mediatico di massa attualmente alla portata di tutti, diventa tuttavia sempre meno facile, specie per i soggetti più marginali della gerarchia culturale, saper distinguere e quindi valorizzare opportunamente le figure di riferimento, depositarie di un ruolo, di una competenza e di una storia che costituisce in sé stessa la summa della nostra civiltà.  Si rischia troppo facilmente di cedere alle fascinazioni di chi grida più forte, o con voce più suadente, di chi trasmette il messaggio più intrigante o ci fa sentire personalmente parte di una piccola schiera di eletti. E quando ci si accorge che la stragrande maggioranza della comunità scientifica appare schierata sul fronte di una main stream opposta al nostro pensiero volitivo, ecco che non abbiamo alcuna remora a gridare al complotto.
pluralismo delle opinioni e dell'espressioneEppure a saperle usare bene, sia la rete telematica libera e partecipativa del web 2, sia la stessa democrazia, contengono in sé tutti gli strumenti ed i criteri per appurare, verificare, conoscere, confrontare, validare, ponderare (ecc…) ogni forma di conoscenza contemporanea, proprio ad iniziare da quella scientifica. I blog, i forum e le newsletter, gestiti spesso da volontari della libera informazione scientifica, disinteressata e talvolta critica, sicuramente pluralista, hanno iniziato da almeno un decennio a questa parte ad offrirsi come validi intermediari fra il mondo dei non-addetti-ai-lavori e l’elite degli scienziati.
Impegnati su argomenti di ricerca di frontiera ed in modalità di relazione reciproca per lo più aliena da ogni possibile e spesso davvero rudimentale “critica dalla base”, gli scienziati avevano fino a poco tempo fa assistito, qualora non partecipato in prima persona, a processi di diffusione dell’informazione scientifica di tipo top-down, ovvero dalla fonte al popolo, con l’intermediazione della figura del giornalista scientifico.
Il divulgatore scientifico nella realtà del web 2, a prescindere dai suoi titoli di studio e dalle sue competenze personali, si confonde invece con la gente, la comprende, ne fa parte e ne condivide le istanze, inverte spesso e volentieri il flusso informativo, si prodiga in collegamenti trasversali ed interdisciplinari creando lui stesso cultura a partire da semplici informazioni, colma il divario fra gli scienziati e la gente comune con un substrato solido e responsabile di consapevolezza.
Crederci o non crederci, affidarsi o dubitare: non si tratta a questo punto di atteggiamenti nei confronti della scienza.

la bellezza della scienza

La scienza è uno strumento puro, forse l’unico a questo mondo, senza altro fine se non la conoscenza medesima, e la conoscenza è verità, e la verità è bellezza.
Si tratta piuttosto di un atteggiamento – talora arbitrario o persino paranoico, altre volte giustificato, in ogni caso legittimo – verso gli uomini che la scienza, tradendone la natura, vogliono imbrigliare ed addomesticare. Perché la conoscenza è anche potere.

 

4 risposte a Possiamo davvero fidarci della Scienza? Se sì, come e perchè

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