zona3
zona5-zona6

dal giornalismo alla divulgazione: come e perché si comunica la scienza

Print Friendly, PDF & Email

spazio

PREMESSA

spazio Giornalista scientifico e divulgatore scientifico: due figure confrontabili e talvolta parzialmente sovrapposte ma non per questo identiche, troppo spesso confuse fra loro nell’immaginario non soltanto del grande pubblico ma, si constata talvolta, anche di taluni addetti ai lavori.   Diversi per formazione, per intenti, per priorità e per metodi, anche nel caso in si trovino, eventualmente, a parlare del medesimo argomento.   E poi ancora, formatori, informatori, insegnanti ed esperti di didattica.
blocco noteQuesto intervento prova a riassumere in poche battute uno degli argomenti di discussione e di dialogo più vivaci in seno all’Associazione Culturale Chimicare.    Pur non avendo personalmente una piena dimestichezza formale con alcuni dei concetti espressi (personalmente sono un chimico, che “fra le altre cose” si occupa di divulgazione della chimica, per quanto abbia avuto alle spalle un paio d’anni di praticantato giornalistico), grazie anche al bacino professionale di utenza che si e’ venuto a creare in ambito associativo mi e’ stato possibile contare sull’aiuto e sul contributo di diversi colleghi più esperti di me nel campo della didattica, della formazione, della comunicazione in genere e dello stesso giornalismo scientifico.

spazio

ANALISI DEI TERMINI (oltre la definizione da dizionario)

spazio Comunicazione
Il termine “comunicazione” sta indubbiamente gerarchicamente al di sopra di tutti gli altri dell’elenco, in quando indica l’atto stesso della relazione, diretta o indiretta, fra due o più soggetti instaurata allo scopo di trasmettere, in modo mono-, bi- o polidirezionale dei contenuti, siano essi informazioni, opinioni, semplici emozioni o altro.

Informazione
Al di la’ del significato del termine “informazione” in qualità di sostantivo, l’azione informativa punta ad trasferimento, in linea di principio senza interferenze di giudizio da parte dell’informatore (che vadano al di la della scelta di quali informazioni trasmettere e quali no) di dati e contenuti fattuali in genere.     L’informazione contribuisce alla crescita del bagaglio di conoscenze del soggetto ricevente, anche se questi può eventualmente trovare difficoltà nella loro organizzazione e nella loro percezione d’insieme, nonché nel ricorso ad esse in sede applicativa o di giudizio.
E’ per questo che la comunicazione puramente informativa può avere senso solo su soggetti già in qualche modo formati sulla tematica generale e, più in generale, che abbiano goduto di un seppur minimo percorso educativo.
informazioniPer quanto l’obiettività e l’oggettività effettiva dell’informazione costituisca spesso un terreno di dibattito, il fatto che essa dovrebbe almeno in linea teorica riferirsi a fatti (anche il metterti a conoscenza del “fatto” che questa e’ la mia opinione su un certo argomento e’ di per sé stesso un atto informativo), credo non venga messo in dubbio da nessuno.
Almeno in linea di principio, l’atto dell’informare dovrebbe essere caratterizzato da oggettività, obiettività e dall’assenza di una finalità formativa o peggio ancora educativa: l’informazione come atto comunicativo e’ infatti destinato ad un pubblico già formato nella disciplina in questione, con alle spalle un percorso anche di tipo educativo, che dovrebbe possedere tutti gli strumenti idonei per ricevere, organizzare, valutare criticamente ed infine utilizzare proficuamente l’informazione ricevuta.   Si parla di informazione, ad esempio, quando un adulto di media cultura accede in qualità di spettatore alla trasmissione di un notiziario radio-televisivo, oppure quando un medico riceve nel suo studio gli informatori scientifici del farmaco per apprendere le novità del settore.

Formazione
Riallacciandosi al termine stesso, possiamo in qualche modo vedere nella “formazione” la creazione di un contenitore o, appunto, di una forma, la “forma mentis” adatta e predisposta ad accogliere ed organizzare nel modo più corretto le informazioni ricevute e a comprendere in modo effettivo (e non semplicemente ad assorbire in modo mnemonico) i paradigmi che stanno alla base di ciascuna disciplina.
La formazione risulta essere un’azione per certi versi complementare a quella dell’informazione, in quanto a differenza di quest’ultima punta più allo sviluppo delle competenze che non delle conoscenze specifiche. Un’adeguata formazione ha la finalità di consentire al formato di pervenire ad una visione generale ed unitaria, con eventualmente capacità di applicazione e di giudizio critico, non solo delle conoscenze trasmesse contestualmente all’azione formativa, ma anche di quelle pregresse o che arriveranno in seguito da altri rapporti di comunicazione.
La formazione viene erogata solitamente sotto forma di corsi, che possono coincidere con il percorso scolastico o essere successivi ad esso, e si avvale almeno in parte di strumenti didattici.

Educazione
L’educazione e’ da intendersi non soltanto come un sotto-caso della comunicazione, ma come un approccio relazionale specifico, avente ben precise finalità “strategiche”, in primo luogo quello di contribuire alla crescita educazione e didatticadella persona, in termini non soltanto di conoscenze e competenze, ma anche di giudizio etico, di autocoscienza e di sentimento sociale. La finalità educativa riveste attualmente un ruolo importante, almeno nel nostro paese, soprattutto nei percorsi scolastici della scuola primaria e secondaria, ovvero all’incirca fino alla maggiore età dello studente.

Didattica
La didattica può essere intesa come la tattica applicata al piano strategico di tipo primariamente educativo, e solo secondariamente di tipo formativo o divulgativo.     Se l’educazione, con le sue finalità, può essere pianificata in modo più o meno consapevole ed esplicito sul piano filosofico, politico, sociale e talvolta persino teologico, la didattica e’ fatta da scelte, decisioni pragmatiche ed azioni specifiche che cadono maggiormente sotto i campi di pertinenza di pedagoghi, psicologi ed insegnanti in senso lato.
spazio

DIVULGAZIONE E GIORNALISMO SCIENTIFICO

spazio Divulgazione
Abbiamo operato tutte queste definizioni e distinzioni proprio per giungere infine a parlare di divulgazione, ed in modo specifico di divulgazione scientifica, evitando di incorrere nell’errore di assegnare ad essa ruoli e metodi che di fatto non le competono, qualificando invece primariamente altre forme di comunicazione.
La divulgazione può a questo punto definirsi, al pari del giornalismo scientifico, come una forma di mediazione culturale fra il mondo scientifico e quello della gente comune ma, a differenza del giornalismo, la sorgente stessa dei contenuti e dei metodi oggetto della trasmissione risiede nella cultura generale e diffusa, ampiamente consolidata e condivisa dalla specifica comunità scientifica di riferimento.
Il divulgatore che si occupi in modo ricorrente di trasmissione

La divulgazione ha necessariamente sempre un contenuto informativo ed una finalità formativa.   A differenza dell’approccio educativo/didattico tipico della scuola primaria e secondaria, tuttavia, la divulgazione si rivolge ad un pubblico essenzialmente adulto, volontario e mosso in primo luogo dalla curiosità e dalla volontà di crescere.
Il destinatario della divulgazione si muovo spinto in primo luogo dalla ricerca di informazioni, spesso molto puntuali e specifiche, ai quali spesso il divulgatore non può oggettivamente rispondere con la stessa puntualità e specificità, approfittando invece dell’occasione per trasmettere all’interessato, insieme a qualche informazione che pure deve esserci (onde non tradire del tutto l’aspettativa del mandato)

domanda“A domanda mal posta, libertà di risposta” recitava un adagio che ricordo di aver letto di recente su di un blog di divulgazione scientifica.   Comprendo bene in significato di questa posizione e, a titolo personale ed empatico, non posso dire di non condividerla.
Non avete mai notato con quale pressione, spesso addirittura con quale arroganza intellettuale, al limite della provocazione, molti “non specialisti” che non godono neppure dei rudimenti formativi essenziali per poter comprendere i paradigmi fondanti di una disciplina, “pretendono” una risposta netta, un si o un no, un accade o non accade, un fa bene o fa male, nella piena convinzione di aver posto una domanda del tutto sensata, magari non nei suoi termini formali ma sicuramente in quelli sostanziali, una domanda alla quale la mancata risposta sul percorsi dei binari imposti all’esperto denota semplicemente una mancanza di conoscenza, o peggio ancora una sua cattiva volontà?
Non possiamo tuttavia rispondere muro contro muro, intransigenza contro intransigenza, arroganza contro arroganza, pena la chiusura di ogni spiraglio di comunicazione, e noi sappiamo bene quanto la scienza oggi abbia un bisogno vitale dell’appoggio dell’opinione pubblica, sia nel contesto delle politiche di sostegno e finanziamento ai progetti di ricerca che nel delicato quadro della cosiddetta “cultura del no” che tende in molti casi ad osteggiare quasi per partito preso molte scelte sul piano economico-produttivo frapponendo motivazioni più di carattere emozionale che razionale.
Le domande sono utili, anzi sono fondamentali e devono essere incoraggiate, raccolte ed ascoltate.    Ma il ruolo del comunicatore scientifico, ed in modo specifico del divulgatore scientifico non si può limitare a fornire risposte puntuali a queste domande, anche per il semplice fatto che spesso una risposta puntuale e ragionevolmente corretta non c’e’.    Al contrario, la deontologia del divulgatore scientifico gli impone di partire dalla domanda, espressa o implicita che essa sia, e condurre per mano il ricevente in un percorso che, per quanto breve (magari anche solo una mezza paginetta, o 40 secondi di uno spot televisivo) insieme all’informazione, spesso non singola e cruda ma al complesso informativo, fornisca anche quel minimo di formazione utile alla corretta interpretazione dell’informazione, e soprattutto alla sua contestualizzazione nell’ambito di un quadro di conoscenze ed esperienze pregresse e future. In una sua parola: trasmettere, più che un’informazione improbabile, un autentico contenuto culturale.

Giornalismo scientifico
Come si colloca in questo quadro l’attività del giornalista, ed in modo specifico del giornalista scientifico?
Parlo ben inteso in termini di parere personale, per quanto avvalorato dagli argomenti finora riportati e da quel minimo di esperienza sul campo sia in qualità di divulgatore scientifico che di pubblicista, ma credo che il fine formativo, ed ancora più quello educativo siano sostanzialmente alieni all’attività giornalistica.
Il giornalista di pone come un mediatore comunicativo, o se volete un mediatore culturale, tra la sorgente (primaria come ad esempio il laboratorio che ha realizzato una scoperta, o secondaria come ad esempio un’agenzia) ed il destinatario.     La sua e’ in primo luogo un’attività di trasmissione informativa, con tutto il valore aggiunto derivante dalla capacità da parte del giornalista di “tradurre” il contenuto di una notizia da un codice di comunicazione ad un altro, ciascuno con le sue regole ed i suoi paradigmi, solitamente molto diversi, talvolta persino inconciliabili fra loro.

giornalismo scientifico - in Italia e nel mondo
Il rapporto del giornalista con la fonte informativa può diversificarsi in diversi sotto-casi, che consentono di distinguere, per esempio l’approccio top-down che comporta comunque l’esistenza di “una” fonte informativa univoca, da quello definibile più d’inchiesta, che comporta un’indagine da parte del giornalista, il reperimento e la consultazione di fonti, quali esperti scelti appositamente allo scopo e documenti ben precisi.   Persone e documenti tutti perfettamente individuabili, tracciabili ed eventualmente includibili in una bibliografia relativa all’articolo o al servizio giornalistico realizzato.

Nella divulgazione scientifica, invece, le fonti spesso sono diffuse, non esattamente e singolarmente determinate, ed il divulgatore spesso non deve o addirittura non può risalire ad esse, proprio perché appartengono alla cultura scientifica diffusa e consolidata di tutti coloro che operano nell’ambiente scientifico di riferimento.
Al contrario, nella divulgazione scientifica la bibliografia può assumere semmai la valenza di “letture di approfondimento”, “letture consigliate” o “conosci gli Enti ed i Personaggi di riferimento su questo argomento”.

Da questo si deduce che secondo il mio modo di intendere i ruoli, spetta al giornalista scientifico il compito e la responsabilità di “essere sul pezzo”, sul luogo e nel momento (idealmente, s’intende) in cui si realizza il fatto per renderlo come notizia, valorizzando al massimo le sue abilità nella gestione del processo di comunicazione, con le sue implicazioni linguistiche, culturali e psicologiche.   Al contrario, il giornalista scientifico, ancor più se di formazione primaria non scientifica, e’ ben difficile che possegga quella competenza personale e quella visione integrata, esperienziale, quasi empatica degli argomenti trattati tale da consentirgli di accostare alla trasmissione di contenuti informativi anche un qualche progetto formativo, per quanto implicito.
I migliori divulgatori scientifici (quindi non giornalisti) che ho conosciuto erano essi stessi scienziati, nel migliore dei casi ancora attivi nelle rispettive discipline, dalle quali sono diventati nel tempo autorevoli portavoce.
spazio

IN CONCLUSIONE

spazio Se vogliamo tracciare l’immagine grottesca ed un po’ stereotipata del giornalista scientifico e del divulgatore scientifico, una semplificazione non così estrema però visto che si riallaccia almeno in parte all’etimologia degli stessi termini utilizzati, possiamo vedere il giornalista scientifico come colui che sa essere nel posto e nel momento in cui accadono le cose più importanti e, come uno scaltro detective, sa ricavare dai fatti l’informazione e, direttamente dai protagonisti, cosa la gente vuole conoscere ed il modo con il quale vuole sentirselo dire.   Il divulgatore scientifico viene invece visto come un moderno Prometeo che estrae della sua fucina (o al massimo dalla fucina del suo vicino di bottega) il fuoco della conoscenza per consegnarlo all’umanità, non prima di avergli spiegato come usarlo e soprattutto come non scottarsi.   Gesto questo che, al pari di quello del titano, risulta spesso tanto distinteressato quanto, talvolta, un tantino mal visto, spesso da parte dei suoi pari.

allegorie dei comunicatori scientifci: giornalista e divulgatore

Un buon divulgatore scientifico, specie se di formazione scientifica, conosce i suoi limiti e si guarda bene dallo splafonare oltre confine, come sto facendo invece qui io parlando di comunicazione e di didattica (nota autoironica dell’Autore).   Inutile dire che il mio riferimento umano e letterario, specie nel periodo della mia formazione della coscienza di chimico, e’ stato il chimico Primo Levi, che ha scritto si “L’altrui mestiere”, oltre a numerosi racconti ed articoli su argomenti tecnico-scientifici anche diversi dalla chimica, ma senza mai dimenticare, anzi valorizzando sempre nei contesti più diversificati il suo speciale punto di vista, quello di un chimico autenticamente appassionato.    Ben noto è il caso della raccolta di racconti autobiografici “Il Sistema Periodico degli Elementi” dove la prima cosa che traspare è il rapporto personale, soggettivo, empatico (ed, anche per illettore, coinvolgente) con un oggetto di studio e di lavoro da molti ancora oggi ritenuto arido; in “La Chiave a Stella”, in particolare, si assiste all’intento genuinamente divulgativo di trasmettere l’essenza stessa della disciplina chimica, al di là degli esempi e dei casi specifici, da parte di uno specialista ad un conoscente occasionale che, come molta più gente di quanta gli stessi divulgatori vogliano ammettere, si trova nella più completa ignoranza culturale non solo dei contenuti, ma dell’idea stessa della disciplina.

Primo Levi - la chiave a stellaSi tratta naturalmente di un caso letterario ed umano prima ancora che di espliciti interventi di divulgazione scientifica: l’incidenza che i lavori di Levi hanno avuto sulla consapevolezza di moltissimi giovani per la chimica dovrebbe però fare riflettere anche sulla scelta degli strumenti e dei metodi di comunicazione, proprio ad iniziare dalla sfida iniziale, quella a mio parere più dura ma anche più importante: rompere la scorza iniziale dell’ignoranza più impermeabile e consentire al destinatario di “sentire” prima ancora che di apprendere un dato argomento oggetto della divulgazione.

Come conseguenza di questo, ritengo che un buon divulgatore scientifico non dovrebbe parlare di “scienza” in generale, ma dovrebbe al contrario dedicarsi maggiormente all’approfondimento della disciplina o del campo della conoscenza nel quale si trova maggiormente coinvolto.   Io stesso, in prima persona, sono un chimico che lavora nel settore e che si occupa, fra le altre cose, di divulgazione della chimica, o meglio della “cultura della chimica”, con una circoscrizione abbastanza definita, seppur ovviamente non rigida, del mio campo di pertinenza, delle modalità di comunicazione e del target di destinazione di riferimento.
Ai collaboratori ed iscritti dell’Associazione con i quali mi trovo spesso a discutere sulla scelta degli argomenti sui quali sviluppare gli articoli di divulgazione della chimica, e di conseguenza anche della modalità di organizzarli, dico sempre “se dovete mettervi a studiare voi un certo argomento allo scopo di scrivere un articolo divulgativo, probabilmente fareste meglio a cambiare argomento da divulgare”: una provocazione in un certo senso, ma che segna a mio parere un limite importante di demarcazione fra il giornalismo e la divulgazione scientifica.    Per il divulgatore scientifico, almeno secondo l’idea che ho avuto modo di presentare finora, la fonte bibliografica può assumere un valore informativo puntuale su dati specifici che quasi certamente sfuggiranno alla memoria del divulgatore nel momento in cui si appresta a scrivere l’articolo, come ad esempio le migliori e più rigorose definizioni di oggetti pure di uso comune e valori numerici tabulabili, riferite per esempio a proprietà misurabili degli oggetti che andiamo a descrivere.     Al contrario, la sedimentazione, la profondità della comprensione, la visione prospettica, l’esperienza, il rapporto personale e quasi empatico con la materia che ci apprestiamo a divulgare, non possono certo essere raggiunte con una formazione ad hoc finalizzata alla divulgazione medesima.

Il divulgatore scientifico ha spesso un piano.     Sia che divulghi di preferenza su di un media specifico (es. una rivista in particolare, un suo blog, una certa trasmissione radio, ecc) che i suoi interventi risultino sparpagliati su numerose testate e media, il divulgatore scientifico sviluppa nel più dei casi una sua strategia, una cosmologia gnoseologica di riferimento, in altre parole un progetto comunicativo, che evolve ed affina nel corso della sua carriera, ma che non si esaurisce e si riforma ad ogni intervento o ad ogni testata di riferimento.    Ecco, diciamolo pure, perché a questo punto l’affermazione, in sé un po’ provocatoria, e’ venuta fuori praticamente da sola: anche se si sforza di rimanere dietro le quinte, anche se evita scrupolosamente di parlare in prima persona, di citare eventi ed esperienze vissute e di fornire opinioni personali, il divulgatore scientifico con esperienza sul campo ha (o meglio “e’”) una personalità che travalica solitamente la forza del media che ospita i suoi interventi.

E non credo davvero, e vi prego di correggermi se sbaglio, che queste siano caratteristiche ricorrenti, o anche semplicemente le più apprezzate, per chi invece opera nell’ambito della migliore tradizione del giornalismo scientifico.
spazio

3 risposte a dal giornalismo alla divulgazione: come e perché si comunica la scienza

  • Nadia Di Blasio scrive:

    Nonostante gli inglesi non facciano molte sottigliezze come noi, credo che in questo caso possa esserci una traduzione alla parola “divulgatore” più precisa di “communicator” in cui si può riscontrare la stessa differenza esistente in italiano tra “divulgatore” e “comunicatore”. Credo che la traduzione più corretta possa essere “explainer” e nel caso specifico “scientific explainer”.

  • Franco scrive:

    Felice di leggerti nuovamente Sergio.
    Sì, è noto che in inglese si fanno molte meno sottigliezze nelle distinzioni non soltanto fra professioni, ma anche fra qualità ed addirittura fra oggetti.
    L’utilizzare nella lingua italiana termini come giornalista e divulgatore, entrambi afferenti al campo della comunicazione, ci evita in qualche modo di dover specificare, ad ogni eventuale richiesta, che siamo sì comunicatori, ma il nostro modo di lavorare, di scegliere gli argomenti, di informarci, di pensare al lettore e così via segue sostanzialmente una certa via piuttosto che una certa altra.
    E’ vero, ci sono sempre infinite sfumature e personalizzazioni nel mezzo. Ma credo che il riconoscerci per lo meno “prossimi” ad una certa figura professionale, o un certo termine di riferimento un più specifico, ci consenta di risparmiarci spiacevoli fraintendimenti o la necessità di perdere ogni volta tempo prezioso in un tentativo autoapologetico in chiave deontologica.

    Comunque sono assolutamente d’accordo con quanto dici: il termine “divulgare” non suona proprio bene. Oltre al significato spregiativo della prostituzione della scienza al volgo, porta con sé anche connotazioni in un certo senso sinistre legate alla percezione di illecito (es. divulgare informazioni riservate). Tuttavia non riesco a individuare alternative in grado di sostituire questo termine senza generalizzarlo nella stessa comunicazione o senza declinarlo all’attività giornalistica che, come ho avuto modo di evidenziare, gode di una natura essenzialmente diversa.

  • Sergio Palazzi scrive:

    Posso essere d’accordo, visto che il discorso è molto contestualizzato sul nostro contesto.
    Però… Semanticamente, noto che in inglese non esiste il “divulgatore”, ma il “communicator”, per cui la distinzione salta. Ma salta perchè è tipico della nostra cultura quello di ghettizzare a schemi ed a livelli gerarchici (pensiamo anche allo snobismo che sta degenerando in paranoia di “mandare i figli al Liceo”, così al Tecnico, che è più impegnativo, mandano invece i tarelli). “Divulgare” ha nella sua stessa origine un senso spregiativo (prostituire le dee della scienza al volgo, come nel famoso racconto duecentesco).

    Invece per un inglese sarebbe difficile dire se Faraday, o Darwin, o Thomson, o Ramsay, ai propri tempi facesse “comunicazione”, “divulgazione”… o magari “giornalimo” se pubblicava a dispense sulla stampa periodica!
    Mi viene in mente, oggi, Sacks, anche lui innamorato della chimica; oppure Gould. Narratori, scienziati, divulgatori o giornalisti?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sostieni la divulgazione della Chimica
Il tuo libero contributo sarà interamente devoluto alle attività di divulgazione della Chimica.
zona1




CONDIVIDI QUESTO ARTICOLO
RICHIEDI LA NEWSLETTER
Una mail settimanale con gli aggiornamenti delle pubblicazioni, le attività dell'Associazione e le novità del mondo della divulgazione chimica
SEGUI CHIMICARE ANCHE SU FACEBOOK
segui chimicare anche su facebook
ARTICOLI RECENTI
ARCHIVIO ARTICOLI PER MESE
SEGUI CHIMICARE ANCHE SU TWITTER
Non solo gli aggiornamenti degli articoli pubblicati sui nostri blog e le novità del Carnevale della Chimica, ma anche le segnalazioni dei migliori interventi di divulgazione chimica in lingua italiana nel web.