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la chimica imparata prima di chiamarla chimica: racconto autobiografico della chimica scolastica sotto i 15 anni

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Il mio primo ricordo in assoluto in fatto di chimica imparata a scuola risale agli anni delle elementari, ovvero di quella che viene oggi denominata scuola primaria.   Epoca di maestro unico, di tempo non sempre così pieno e di un rapporto di conoscenza profonda e di empatia tra insegnante ed alunni che non sono certo appartenga ancora alla scuola italiana contemporanea.
La chimica alle scuole elementari in realtà evoca in me almeno tre ricordi distinti: gli atomi appunto, la plastica ed il DNA.

la mia scuola elementare - ingressoPremetto a ragione del vero che, a differenza di quanto questi tre semplici aneddoti potrebbero suggerire, il Maestro che mi ha seguito in modo esclusivo ed ininterrotto per 5 anni, che mi ha insegnato non soltanto a leggere, a scrivere e a disegnare, ma anche ad amare le scienze e a coltivare passione ed interesse per la complessità del mondo naturale, rappresenta senza dubbio una delle figure umane alle quali debbo di più in termini di formazione della mia coscienza e consapevolezza, scientifica ma non soltanto.
Allevavamo in classe tartarughe marine di varie specie, pesci ed anfibi, insieme a piante terrestri e lacustri di ogni tipo, ed il maestro ci coinvolgeva spesso nelle operazioni manuali di manutenzione e gestione di questi piccoli mondi e dei loro abitanti.   Mezz’ora di disegno creativo ogni giorno, e lui stesso dipingeva con spatola su tela, poi c’era il gioco delle domande del quale vi parlerò fra pochissimo ed il racconto di tante, tante storie naturali, aneddoti curiosi e stimolanti ai quali debbo sicuramente molto della curiosità e della voglia di scoprire e di comunicare che mi hanno portato fin qui.

Il primo ricordo di cui vi voglio parlare è di tipo visivo, tanto che ce l’ho ancora ben stampato come davanti agli occhi e richiama una rappresentazione di molecole e di atomi ad essere onesti, diciamo…  non del tutto ortodossa.   Dopo aver descritto la possibilità di suddividere ogni oggetto materiale con il quale abbiamo a che fare in parti sempre più piccole, mantenendone invariate le caratteristiche, il maestro giunse a raffigurare alla lavagna una frammento che mi ricorda ora da vicino le sezioni di sughero sul quale Robert Hooke osservò per la prima volta la struttura cellulare nel 1665 grazie al microscopio.   Riproducendo una struttura appunto più simile a quella delle cellule che costituiscono un tessuto, il maestro suddivise quel frammento in particelle molto più piccole e di forma rettangolare o grosso modo polimerica, che definì “molecole”.
Le molecole, ci spiegò, sono composte a loro volta da atomi.   Raffigurò alla lavagna un cerchio, o meglio una sfera, che rappresentava un atomo, e raffigurò all’interno di esso, praticamente quasi al centro, dei corpuscoli puntiformi in moto circolare vorticoso, quasi si fosse trattato di un’anima interna in continuo movimento.   Con il senno del poi, questa rappresentazione dell’atomo mi richiama ora alla mente più il modello atomico di Thomson piuttosto che quello, anch’esso oggigiorno considerato sorpassato, di Bohr, quello per intenderci con il nucleo interno circondato da elettroni in movimento su orbite circolari definiti, che ha dato il via nell’immaginario collettivo ad una sorta di errato parallelismo fra l’atomo ed un sistema planetario.cellule viste da Hooke ed atomo secondo Thomson Da questa spiegazione non emergeva però il fatto che potessero esistere atomi di tipo diverso, ovvero diversi elementi chimici, in quanto l’atomo sembrava essere un’entità di tipo fondamentale ed unitaria.
Il secondo ricordo è in realtà un ricordo di frustrazione al quale riuscii a porre rimedio solo molti, molti anni dopo.   In classe il maestro, al quale va indubbiamente riconosciuto fra i numerosi meriti quello di aver sempre alimentato in noi il naturale e benefico istinto alla curiosità ed alla voglia di conoscere, organizzava spesso “il gioco delle domande”.   Questo format consisteva nello stare tutti al suo posto, compostamente, alzando la mano per ottenere la parola dal maestro (naturalmente in ordine di prenotazione) allo scopo di potergli porre, di fronte a tutta la classe, una domanda di interesse culturale generale.   Molto spesso le domande erano, o erano facilmente orientabili come di natura scientifica.   Per almeno due volte chiesi al maestro: “come si ottiene la plastica?”, ed entrambe le volte il maestro glissò la domanda.

collezione di oggetti realizzati in "plastica"Inutile dire che quando, credo verso gli ultimi anni delle scuole superiori, compresi e provai anche su un campioncino di metacrilato di metile fornito dal mio cognato dentista il significato e gli effetti delle reazioni di polimerizzazione, la meraviglia e l’appagamento non fu molto dissimile da quando, qualche annetto prima, scoprii come vengono al mondo i bambini.

Il DNA fu invece introdotto descrivendolo semplicemente come un “acido” che sta alla base della vita e dal quale la vita probabilmente si è generata.   Ovviamente non ricordo più bene le parole esatte, all’infuori di quella, certamente la meno importante nel contesto didattico nel quale fu presentato il DNA, ma che si fissò alla mia mente con una velocità ed una tenacia insospettabili: acido.   Il DNA era un acido.   Va bene, non voglio negare che le proprietà acide, o per meglio dire “di polianione”, per lo più dissociato in ambiente fisiologico, degli acidi nucleici sia fondamentale al fine di comprenderne e giustificarne molte fondamentali proprietà nel contesto della biologia molecolare così come in quello prettamente analitico, ma pensiamo per un momento ad un bambino di 8, al massimo 10 anni.   A quell’età la parola “acido” era per me ricollegabile a soli due campi semantici: quello della proprietà sensoriale di tipo gustativo, il gusto acido appunto, propria del limone, dell’aceto e di pochi altri alimenti, ed a quelle temibili e misteriose sostanze chiamate appunto acidi, contenute in flaconi, che corrodevano materiali e la pelle e dalle quali tutti i bambini avrebbero dovuto starsene ben alla larga.   Il riferimento migliore per identificare gli acidi in quanto sostantivo divenne rapidamente l’acido muriatico, nome comune utilizzato ancora oggi per identificare le soluzioni acquose diluite di acido cloridrico, impiegate in campo domestico.
Per descrivere il DNA il maestro, appoggiandosi sicuramente al significato dell’acronimo, utilizzò la parola acido, anzi fece di più: ci spiegò che si trattava di un acido.   E cosa potrebbe mai fare un bimbo che come tutti gli altri nutre la sana aspirazione di voler generare la vita dal nulla, una volta tornato a casa, se non provare a pasticciare con le sostanze acide che gli capitano a disposizione, nella inconfessabile speranza di far nascere qualcosa? Fortunatamente le sostanze più acide sulle quali riuscii a mettere le mani non superavano in pericolosità succo di limone.

diverse accezioni del termine acido: percezione organolettica, chimica (es. nel DNA) ed in virtù delle proprietà corrosive

Da questa esperienza mi sovviene però una considerazione un po’ più profonda relativa alla comunicazione scientifica con finalità divulgative: non dobbiamo soltanto porre attenzione ai termini da utilizzare per aiutare a comprendere meglio, ma anche e forse prima di tutto a quelli da evitare per congiurare il rischio di un inquadramento del tutto sbagliato o distorto dell’argomento.   Termini pure scientificamente corretti ed indispensabili in un quadro di comunicazione scientifica fra gli addetti ai lavori, o a che semplicemente didattico, possono infatti assumere un significato ambiguo, connotandosi in due o anche più campi semantici fra loro ben differenti.   La parola “acido” per l’uomo comune raccoglie intorno a sé una rosa di significati e di connotazioni totalmente diversi da quelli che invece gli riconosce il chimico, e si pensi nello specifico che anche per il chimico stesso questa parola ho mutato più volte accezione dall’inizio dell’800 ai giorni nostri, tanto che oggi si parla di acidi secondo la concezione di Lewis piuttosto che secondo quella di Brønsted-Lowry e così via.   Quando in una spiegazione scientifica che ci risulta piuttosto nuova, magari su un argomento estraneo, cogliamo qualche termine noto, o meglio qualche “bad friend” come si direbbe in gergo anglosassone, è normale che ci aggrappiamo ad esso come ad una scialuppa di salvataggio, fino ad imperniare su di esso tutto l’impianto cognitivo relativo all’oggetto illustrato, con risultati spesso disastrosi.

Eppure la chimica mi attirava ancor prima.   Prima di sapere cosa fosse, e certamente prima di averla imparata a scuola.   Come a molti altri bambini di tutte le età, certi discipline affascinavano più per i mezzi dei quali facevano uso che non per il loro reale oggetto d’interesse, per non parlare poi degli stessi fini, che è un concetto che sfugge talvolta persino a chi ci lavora dentro da anni. Vale per talune discipline sportive, così come per certe forme d’arte, per attività umane estreme come quella dell’astronauta e, almeno nell’immaginario infantile di allora, valeva sicuramente per la chimica.   Tubicini di vetro contorti dove passano liquidi colorati, ampolle fumose in ebollizione, il rischio dell’esplosione così come quello della scoperta nascosto sempre dietro l’angolo e quella percezione ermetica di stampo iniziatico che ricordava certamente più il mestiere dell’antico alchimista che non quello del chimico contemporaneo che, come gran parte degli altri professionisti, passa gran parte della sua giornata dietro ad un computer a controllare via software a calcolare e pianificare, e quando deve davvero mettere le mani in pasta a controllare via interfaccia software il funzionamento di un apparecchio chimico robotizzato.
Tradescantia albiflorais - comunemente detta "erba miseria"Prima ancora che il mio immaginario si arricchisse di alambicchi e provette, già vivevo in senso sperimentale il rapporto con il mondo naturale, ed in particolare con le sostanze delle quali si componeva.   Ricordo all’epoca della scuola materna, sarà stato certamente non più grande dei cinque anni: mia nonna mi portava spesso con se, il pomeriggio all’uscita dall’asilo, durante le visite alle sue amiche, ed io ovviamente mi annoiavo a morte. Le visite che però gradivo maggiormente erano quelle a Rosina la ricamatrice, non per la sua bravura a compiere raffinati ricami, che le aveva valso l’appellativo noto in tutto il paese, quanto per il giardino pensile, non grande ma molto variegato, che dall’abitazione scendeva giù giù verso il marciapiedi sottostante.
In quel giardino abbondavano fiori ed arbusti di ogni tipo, erbe aromatiche e piante spontanee di piccola taglia, e oltre ad osservarli con grande attenzione, ogni volta ne raccoglievo delle “campionature” che una volta arrivato a casa provavo a sottoporre a procedimenti di estrazione allo scopo di ottenere estratti aromatici, oppure colorati, o immagino dotati di altre auspicabili qualità.   Provavo solventi diversi e diverse tecniche di estrazione, ovviamente all’interno della gamma accessibile ad un bambino: acqua, alcol, macerazione, frantumazione, a freddo e a caldo, diversi tipi di contenitori.   Una volta scoprii che macerando in acqua un estratto di Tradescanzia fluminensis (o T. albiflora), detta anche “erba miseria”.

A ripensarci ora risulta per lo meno strano, ma non ho particolari ricordi di chimica legati alle scuole medie.    Nonostante in quei tre anni che oggi sono denominati “scuola secondaria di primo grado” abbia cambiato, tra supplenti e supplenti dei supplenti, almeno 5 insegnanti di scienze e pochi meno di educazione tecnica, l’unico riferimento esplicito alla chimica ci giunse gli ultimi mesi della terza, quando nell’arco di una manciata di ore di lezione ci venne presentata una descrizione dell’atomo in linea con l’interpretazione di Bohr, e da questa la possibilità della creazione di legami chimici fra gli atomi, e nello specifico del legame covalente e del legame ionico.
Erano quelli gli anni nei quali il mio ormai “pluriennale” interesse per le piante ed il giardinaggio (pluriennale sì, se tenete conto che già dai 9 anni coltivavo con interesse piantine in vaso sul balcone!) stava assumendo via via sempre più la forma di un interesse tecnico, se non addirittura scientifico, tanto da motivare la successiva scelta di iscrivermi, terminate le medie, all’Istituto Tecnico Agrario (ITAS), tra l’altro molto fuori mano rispetto alla città dove vivevo con la mia famiglia, piuttosto che al tradizionale ma anche meno specifico Liceo Scientifico.

legame covalente e legame ionico in una semplificazione adatta alla scuola secondaria di primo grado

Ma non divaghiamo prima del tempo: stavamo parlando degli anni delle medie, ovvero di quel periodo della pre-adolescenza che va all’incirca dagli 11 ai 13 anni, anno più, anno meno.
In quel periodo in realtà di “cose di chimica” me ne arrivavano parecchie: dalla respirazione alla fotosintesi, dai cicli naturali della materia all’inquinamento, dalle caratteristiche dei materiali ai problemi energetici: semplicemente non si era ancora creata in me la consapevolezza che tutti i fenomeni descritti avessero un minimo comun denominatore, la chimica appunto, e diciamo pure che nessuno dei numerosi insegnanti incontrati in quegli anni aveva ritenuto necessario contribuire a questa consapevolezza.   A distanza di quasi 30 anni, occupandomi ora di divulgazione scientifica, mi rendo conto che quello con la chimica, come d’altronde con diverse altre scienze della natura, è in primo luogo un rapporto di consapevolezza.   Puoi conoscere singolarmente i particolari di singoli processi di trasformazione tecnologica o naturale dei materiali e delle forme di energia, ma se ti manca un quadro unitario ed unificante nel quale inquadrare razionalmente, possibilmente con un numero limitatissimo di regole, tutto questo, si tratterà pur sempre di una conoscenza aneddotica, mnemonica, “scolastica” nel senso più degenere del termine.

discipline scientificheAbbiamo ben da dire che la scuola deve prepararci al mondo del lavoro fornendoci informazioni utili: in realtà quello che la scuola dovrebbe fare, a mio parere, è metterci in grado di sviluppare una visione sinottica, trasversale, interdisciplinare ed interrelazionale fra le discipline e gli specifici insegnamenti, ovvero abituarci a prendere confidenza con i contenitori prima ancora che con i contenuti.   Le informazioni specifiche, le singole cognizioni di scienza e di tecnologia, quelle potranno arrivare anche in seguito, nei corsi di laurea specifici a seconda del campo prescelto, o in modo autodidattico sulla base della “formazione” già ricevuta, al riparo dal rischio di risultare già obsolete nel momento stesso in cui vengono trasmesse.
Come sarebbe stato utile per la mia crescita personale se qualcuno mi avesse raccontato, con il fare affabulante del Maestro, che cosa c’entrano la fisica e la chimica, quale ruolo giocasse da chimica all’interno della biologia, e perché la matematica, che tutti noi percepivamo come sterile esercizio fine a se stesso o nel migliore dei casi come un affascinante mandala, giocasse un ruolo così importante nell’ambito di praticamente tutte le altre discipline scientifiche.   Roba da corso di epistemologia a livello universitario?   Assolutamente no, al contrario: roba spiegabile anche ad un ragazzino delle scuole elementari, come dimostrano i bravissimi divulgatori scientifici che solo negli ultimi anni hanno fatto sentire la loro voce tanto sul territorio quanto sul web, a patto naturalmente che l’insegnante abbia la motivazione, la formazione e la capacità di trasmettere concetti piuttosto che mere nozioni, ed il sistema scolastico incentivi questo tipo di approccio, cosa della quale dubito ancora fortemente.

BIOLOGIA DELLE PIANTE - di Raven Peter H., Evert Ray F., Eichhorn Susan E. - ZanichelliL’istituto tecnico che avevo scelto per proseguire gli studi dopo le medie si rivelò insospettatamente ricco di insegnamenti di chimica, anche se come avrò probabilmente modo di descrivere meglio in un intervento successivo, si tratterà di una chimica “scolastica” nell’accezione più spiacevole del termine e, ancora una volta ci tengo a sottolinearlo, non credo che la responsabilità sia da ricercare nei singoli insegnati.
D’altronde al momento della scelta dell’indirizzo per le scuole superiori, non era la chimica a costituire il centro dei miei interessi, ma piuttosto il giardinaggio ed in particolare del vivaismo, che praticavo quotidianamente sul terrazzo assolato di casa e nel giardino poco distante insieme a mio padre.   Fu proprio a supporto di queste attività che iniziai a partire dai 12-13 anni a studiare per conto mio libri di biologia vegetale diciamo… non proprio per ragazzini delle medie.    In seguito mi resi conto, ed i miei recenti studi scolastici mi supportavano in questa consapevolezza, che alla base della coltivazione delle piante ci sarebbe dovuta essere una conoscenza profonda della loro vita biologica e delle loro esigenze.   Da qui alla chimica agraria il passo è breve: concimi, antiparassitari, proprietà del terreno e degli estratti vegetali, la fitochimica e gli ormoni delle piante… oltre a studiare iniziai ad allestire un piccolo laboratorio presso il garage di famiglia, ed anche la mia attività divenne gradatamente sempre meno botanica e sempre più chimica, puntando in primo luogo a scoprire le proprietà reattive e di trasformazione della materia, ed interiorizzando, esperendo, vorrei addirittura dire “imparando” tout court molta più chimica di quanta me ne avrebbe insegnata una scuola che pure, da programma, di insegnamenti chimici ne prevedeva ben quattro anni.
Ma questa, ovvero l’attività presso il mio laboratorio domestico giovanile, ed il rapporto con la chimica insegnata a scuola, a partire dal momento che in seconda entrò in classe per la prima volta un vero Insegnante di Chimica…   bé, questa è tutta un’altra storia!

 

Franco Rosso

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4 risposte a la chimica imparata prima di chiamarla chimica: racconto autobiografico della chimica scolastica sotto i 15 anni

  • RaffRag scrive:

    I miei primi ricordi di chimica risalgono alle scuole elementari. Ne ho scritto una breve poesia (http://raffrag.wordpress.com/2011/06/27/un-chimico/), i cui versi sono anche i sottotitoli di un breve filmato (http://www.youtube.com/watch?v=ps1fEFxMDfU). La chimica ha segnato profondamente le scelte fondamentali della mia vita.

  • Mattia scrive:

    Il mio primo ricordo di chimica fa un po’ ridere, ma ve lo racconto volentieri…

    Ero alle scuole elementari, e (io il maestro unico non lo avevo più, ne avevo 4 di maestri) il maestro di scienze ci aveva parlato di chimica attraverso una serie di “esperimenti” e io ero molto interessato a questi esperimenti dove si potevano fare le “POZIONI” parole che tutt’ora mi appartiene e mi riporta alla memoria la mia fanciullezza.

    Mio papà, stufo dei miei continui racconti sugli esperimenti, un sabato mattina mi portò “al suo lavoro” (così chiamavo il luogo dove lavorava il mio papà) e mi fece vedere il laboratorio di ricerca e sviluppo dove lavorava lui (in un’azienda tessile che realizza tessuti tecnici idrorepellenti, traspiranti ecc…) mi innamorai di beker, burette, bunsen, vetrini da orologio, bilance… Mi ricordo una bilancia fantastica a 6 cifre decimali che “pesava l’aria” ovvero quando le soffiavo sopra era talmente (ovviamente) sensibile che segnava la variazione di peso.

    Affascinato da tutta questa scienza, tornai a casa entusiasta e per tutto il pomeriggio fu un unico ripetere alla mamma cosa avessi visto e toccato, ovviamente il passaggio preferito era la bilancia che pesava l’aria…

    La sera, come tutti i bravi bambini la mamma mi mandò a fare la doccia, ma io preferivo fare il bagno e fui accontentato! Quale cosa migliore per ingannare il tempo del bagno se non preparare una pozione?!?

    Presi il tappo dello shampoo e ci mischiai dentro shampoo, bagnosciuma, balsamo e una puntina di Infasyl Intimo. Ora potevo dirmi soddisfatto, la mia pozione era finita. Riposi tutto, e misi il tappo dello shampoo sul porta sapone che stava sopra la mia testa con la convinzione che lo avrei ri-osservato il giorno dopo.

    Dopo di me, alla doccia-vasca fu il turno di papà, che si lavò i capelli e da buon papà, prese il tappo dello sciampoo dal porta sapone per rimetterlo sul contenitore…

    per un malaugurato errore (ai tempi la sicurezza non era fra le mie corde) il tappo si rovesciò nell’occhio al Papà…

    2 giorni di occhio rosso, impacchi con acqua borica e lavaggio con fisiologica.

    un po’ di colpa, di spavento ed anche una giusta razione di urla, ma dentro di me la strada era segnata, io da grande avrei fatto IL CHIMICO, COME IL MIO PAPA’.

  • giovanna scrive:

    Davvero un bellissimo racconto.
    Ehmmm.. io avrò la mia bella età ma, non ho ricordi di chimica prima delle superiori 🙁 La mia maestra (unica sì) della scuola elementare, sono certa che mai ci abbia parlato di chimica. A mala pena ricordo “scienze” come botanica o zoologia, che tra l’altro non mi entusiasmavano, provavo solo una fatica mnemonica e …niente da capire! Così stavano le cose. Mentre ricordo con piacere matematica…
    Alla scuola media, ooh ma ci han mai parlato di chimica? Non ho ricordo, avevo un bravo prof di matematica ma scienze? Sarò stata io tutta presa da matematica? 🙂
    Dunque chimica, alle superiori. Liceo classico, insegnante di chimica severissima, rigida, da noi chiamata “uno per tutti, tutti per uno” perché l’uno, *voto 1*, era il suo preferito!
    Ciononostante, a un bel gruppo della mia classe, me compresa, chimica era piaciuta assai! (ok, avevo litigato con la prof alla mia prima interrogazione, 6-, c..ribbio! 🙂 Ma in seguito avevo capito che 6- dato dalla ‘signora 1’ era poi un bel voto)
    Il ricordo più nitido riguarda le reazioni per la formazione dei composti. Valenza, numero di ossidazione, ci appassionavano così tanto, comprese ossidoriduzioni appunto, che, finita scuola, mentre si stava al bar ad aspettare il pullman, spessissimo continuavamo a … scrivere reazioni, formare acidi, basi, sali, formule di struttura, chi si riduce, chi si ossida…ecc!
    Bè dai, devo dire che quella prof streghetta ci ha dato, come si dice, buone basi di chimica. All’università (CTF) per chimica generale mi sono ritrovata molto più avanti di tanti colleghi ‘dello Scientifico’.. che non ci capivano un’acca! 🙂

    g

    ps: io credo (spero!) di suscitare nei miei alunni della scuola media un po’ più di interesse per la chimica. All’esame di terza mi paiono abbastanza disinvolti quando parlano di sostanze, si soffermano sui legami… Anche nel presentare la struttura del DNA – che non vedono troppo “acido”, eh eh 🙂 – rivelano, in genere, una buona consapevolezza.

  • Che bel racconto. Fai venire voglia anche a me di raccontare il mio approccio alla scienza che invece è stato da autodidatta. La mia maestra delle elementari (unica), infatti era tendenzialmente più un’umanista. Ci ha spiegato gli argomenti di scienza ma si vedeva che in lei non c’era la stessa passione di quando ci faceva fare italiano, poesia, ecc ecc. E poi le mancava il coraggio di osare e questo è un problema per chi vuole fare scienza. Rispetto ad altre classi che facevano lezioni in giardino, teatro nell’auditorio, e tante attività interessanti ma in cui la classe e molto più libera di muoversi e agire, la nostra classe era più “regolare” lezioni in classe, possibilmente ai propri banchi limitando anche gruppi o attività sfruttando tutta la superficie della classe. Credo di aver maturato l’idea che temeva la possibilità di incidenti o che la situazione potesse sfuggirle di mano se ci lasciava troppo liberi di fare.

    Le piaceva anche la geografia, dal che ho maturato l’idea che la geografia sia la più umanistica delle scienze 🙂

    Per fortuna io le scienze ce le avevo dentro. Cosa che mi ha evitato di sacrificare la mia vocazione alla vocazione dell’insegnante. E infatti molte curiosità scientifiche me le sono tolta da sola leggendo altre cose extrascolastiche

    Le materie umanistiche (a parte disegno in cui mi attribuivano un vero talento) le studiavo e andavo bene ma non mi davano la stessa curiosità. Non riuscivo ad apprezzarne la bellezza forse. Poi col tempo l’ho capita per perseveranza e ostinazione. Avevo letto il volo del Nibbio (per sfida: il libro era stato assegnato a mio fratello più grande e siccome lui non lo leggeva volevo dimostrare di essere più brava di lui). Mi si è aperto un mondo: ho giurato a me stessa che sarei diventata come lui: un genio in tutto quello che faceva, fosse scienza arte o poesia. Così ho iniziato ad approcciare anche le materie più umanistiche cercando di trovare la loro bellezza. E piano piano ce l’ho fatta. Merito anche degli insegnanti giusti che mi hanno aiutata a vederla 🙂

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