biogenesi

le molecole che la natura non sa fare

Ci sono cose che la natura non sa fare.A. Kircher: Magneticum Naturae Regnum. Raffigurazione alchemica della Natura (1667) E fra queste vi sono anche tanti tipi di molecole, che in fondo non sono altro che le unità composizionali fondamentali di “cose” più ampie ed organizzate.   Più nello specifico, ci sono pezzi di molecole, specifici raggruppamenti di atomi che la natura, nella sua espressione vegetale, animale, fungale o batterica, non è in grado di mettere insieme, ovvero di sintetizzare attraverso le vie sintetiche naturali, ovvero le cosiddette vie biosintetiche.

Il fatto che gli esseri viventi si siano evoluti e perfezionati nel tempo per effettuare alcune (a dire il vero moltissime!) trasformazioni biochimiche e non altre pur possibili (tanto che l’uomo oggi le realizza a livello di laboratorio o industriale, talvolta in condizioni neanche così estreme come si potrebbe immaginare) non è in molti casi legato a condizioni di oggettiva incompatibilità con la natura biologica dell’essere vivente, ma ad un semplice fattore di casualità, variabile sempre fondamentale nel gioco dell’evoluzione e che crea molto spesso le basi per la successiva selezione naturale, ed eventualmente ad un fattore di non particolare convenienza evolutiva.

tert-butyl radical Giusto per fare un esempio, è pienamente concepibile che all’interno di un essere vivente, almeno così come li possiamo incontrare sul nostro pianeta, non possano avvenire reazioni di fissione nucleare; più curioso è il fatto che un banale gruppo di atomi formato da 4 carboni, il cosiddetto tert-butile, noto anche come 1,1-dimetiletil (in figura) non compaia, almeno a quanto mi è dato sapere, in nessuna molecola sintetizzata da piante, animali, funghi o batteri.    Continua...

i vantaggi del fitocomplesso (2° parte)

Nell’intervento precedente avevamo confrontato ed analizzato le definizioni di fitocomplesso reperibili nel web italiano, evidenziandone le limitazioni implicite derivanti in primo luogo dal contesto di tipo essenzialmente botanico nel quale il concetto in questione si origina, ed ero giunto pertanto alla conclusione che sarebbe stato opportuno introdurre una nuova e più rigorosa definizione di fitocomplesso, magari meno vincolata ad una contestualizzazione olistica del rimedio e più ancorata alla realtà chimico-strutturale delle molecole contenute nel complesso stesso.

Sull’onda di questo proposito potrei suggerire che il fitocomplesso possa essere definito come l’insieme delle diverse specie chimiche derivanti da un’unica via biosintetica, o meglio ancora dalle sue ramificazioni metaboliche, che al suo livello di massimo dettaglio risulta essere caratteristica di una specifica pianta; le molecole che costituiscono un fitocomplesso sono pertanto accomunate da un elemento strutturale dominante (derivante dal progenitore biosintetico) del quale le singole specie molecolari rappresentano specifiche variazioni di dettaglio. La specificità del fitocomplesso, quella che lo rende caratteristico di una ben determinata pianta, non consiste tanto nella tipologia dell’elemento strutturale di base che accomuna tutte le molecole dello stesso fitocomplesso (che al contrario potrà essere anche comune a numerose altre specie botaniche) ma alla precisa e puntuale distribuzione quali- e quantitativa di tutte le specie chimiche che rappresentano le cosiddette “varianti” a questa struttura molecolare di base, ovvero di quali variazioni si tratta ed in che rapporto relativo risultano essere le diverse specie così generate. Continua...

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