estrazione

logP: la proprietà molecolare dalle mille implicazioni

Una delle variabili che maggiormente influenzano le caratteristiche macroscopiche, e di conseguenza anche applicative, di una sostanza chimica è il logP: questa proprietà riassume in sé le tutte quelle caratteristiche intrinseche di affinità con i solventi polari (come l’acqua) o apolari (come i più comuni solventi organici, compresi i grassi) che vengono abitualmente indicate come idrofilicità / lipofilicità (e al limite anche come idrofobicità / lipofobicità), termini ormai molto utilizzati nel linguaggio comune, offrendo la possibilità di indicare con un unico numero, preciso, univoco e soprattutto quantitativo “il piazzamento” della molecola all’interno del quadro complessivo delle affinità idrofila o lipofila.
L’ambito nel quale ci stimo muovendo è ovviamente quello della solubilità: non però quella solubilità alla quale siamo di solito abituati, che si esprime in termini assoluti rispondendo alla domanda “quanto si scioglierà quella sostanza in un dato solvente?”, ma piuttosto di una solubilità in termini relativi, ovvero in termini comparativi.   In altre parole la tendenza, la preferenza da parte di una certa sostanza, a sciogliersi in un solvente piuttosto che in un altro, qualora nel sistema siano presente entrambe i solventi, fianco a fianco, a patto naturalmente che questi se ne restino ben separati fra loro, ovvero siano solventi fra loro immiscibili. Continua...

dalla pianta medicinale al farmaco

Solidago Quando ad un ricercatore di un’industria farmaceutica viene chiesto di studiare una pianta che per tradizione viene riconosciuta come curativa, l’approccio che questi tiene è solitamente di tipo analitico-conoscitivo: egli cerca cioè di separare tutte le specie (sostanze) chimiche contenute nell’estratto della parte attiva della pianta (ad esempio nelle foglie, o nella radice, o nel frutto, ecc), quindi verifica quale sia la specifica molecola ad essere responsabile dell’azione medicinale, cerca di definirla nei minimi particolari strutturali, quindi prova a quantificarne il contenuto all’interno della pianta stessa.

Si tenga presente che in un qualsiasi vegetale il numero delle specie chimiche contenute può essere tranquillamente dell’ordine delle migliaia, anche se la stragrande maggioranza di queste sono per così dire “ubiquitarie”, ovvero comuni un po’ a tutti i vegetali e spesso a tutti gli esseri viventi in genere.
Si giustifica l’effetto terapeutico di una pianta medicinale in funzione di un suo componente generalista o ubiquitario, non specifico, solo nel caso in cui questo sia contenuto in concentrazioni insolitamente alte: l’acido L-ascorbico (vitamina C) è contenuta in tutti i vegetali, ma come è noto solo alcuni sono particolarmente indicati per chi vuole arricchire la sua dieta con questa importante vitamina, per la precisione i vegetali (o le parti di esso) che ne sono particolarmente ricchi. Continua...

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