i vantaggi del fitocomplesso (2° parte)
Nell’intervento precedente avevamo confrontato ed analizzato le definizioni di fitocomplesso reperibili nel web italiano, evidenziandone le limitazioni implicite derivanti in primo luogo dal contesto di tipo essenzialmente botanico nel quale il concetto in questione si origina, ed ero giunto pertanto alla conclusione che sarebbe stato opportuno introdurre una nuova e più rigorosa definizione di fitocomplesso, magari meno vincolata ad una contestualizzazione olistica del rimedio e più ancorata alla realtà chimico-strutturale delle molecole contenute nel complesso stesso.
Sull’onda di questo proposito potrei suggerire che il fitocomplesso possa essere definito come l’insieme delle diverse specie chimiche derivanti da un’unica via biosintetica, o meglio ancora dalle sue ramificazioni metaboliche, che al suo livello di massimo dettaglio risulta essere caratteristica di una specifica pianta; le molecole che costituiscono un fitocomplesso sono pertanto accomunate da un elemento strutturale dominante (derivante dal progenitore biosintetico) del quale le singole specie molecolari rappresentano specifiche variazioni di dettaglio. La specificità del fitocomplesso, quella che lo rende caratteristico di una ben determinata pianta, non consiste tanto nella tipologia dell’elemento strutturale di base che accomuna tutte le molecole dello stesso fitocomplesso (che al contrario potrà essere anche comune a numerose altre specie botaniche) ma alla precisa e puntuale distribuzione quali- e quantitativa di tutte le specie chimiche che rappresentano le cosiddette “varianti” a questa struttura molecolare di base, ovvero di quali variazioni si tratta ed in che rapporto relativo risultano essere le diverse specie così generate. Le variazioni posso essere di tipo estremamente diverso, comprendendo per esempio la presenza o l’assenza di particolari gruppi funzionali legati alla struttura di base, ovvero singoli o gruppi di atomi, chiusure o aperture di anelli, legami fra più molecole anche di grandi dimensioni (es. glicosidazioni e polimerizzazioni), ecc.
Nella figura che segue, per esempio, è riportato uno schema metabolico molto semplificato che però ha il pregio di evidenziare (negli ellissi) le classi di molecole che maggiormente entrano a far parte dei principali pool di molecole specifici di una certa pianta aromatica ed in molti casi anche medicinale.

Lo stesso discorso impostato finora per definire il fitocomplesso fisiologicamente attivo sull’uomo, può infatti essere utilizzato per definire il fitocomplesso aromatico, ovvero l’insieme delle molecole, anch’esso specifico per ciascuna pianta di origine, che caratterizza le proprietà organolettiche naturali della stessa pianta.
Ma torniamo alla definizione precedente, che richiede ancora delle doverose smussature e specificazioni.
Questa definizione in particolare si applica al contesto dei metaboliti secondari, escludendo pertanto le molecole più ubiquitarie e quelle già presenti in concentrazioni elevate, e per lo più piuttosto livellate, all’interno di tutte le specie vegetali se non addirittura negli esseri viventi in senso lato in quanto coinvolti nei processi metabolici primari.
Glucosio, acido succinico, adenosina, ione solfato, glutamina e piruvato, giusto per fare alcuni esempi (in pratica un po’ tutte le molecole generaliste che nella figura di prima non risultavano cerchiate negli ellissi), non potranno pertanto essere chiamati in causa come potenziali componenti di un fitocomplesso secondo questa definizione.
Al contrario, nei processi biosintetici secondari è possibile solitamente individuare una molecola capostipite che poi, in seguito ad una serie di reazioni biochimiche a catena, genera una serie di metaboliti derivati, finchè le vie metaboliche possono differenziarsi ed imboccare, anche all’interno della stessa pianta e della stessa cellula, vie di trasformazione alternative. In un fitocomplesso potremmo pertanto trovare, tutti o in parte, la molecole capostipite, i diversi metaboliti generati da questa e le molecole prodotte dalle diverse vie di trasformazione alternative. Queste trasformazioni finali di dettaglio potranno essere di natura biochimica spontanea, ovvero previste nel contesto biosintetico specifico della pianta e supportate da uno specifico pool enzimatico, o anche abiotiche o xenobiotiche, ovvero motivate da agenti esterni al contesto biologico della specifica pianta, ma di natura ambientale o tecnologica: si pensi per esempio ad un’idrolisi motivata dal processo tecnologico di macerazione, oppure la fermentazione microbiologica indotta su un prodotto come il the per ottenerlo nelle tipologie rossa o nera, o ancora le possibile reazioni che possono prendere piede durante la distillazione di un olio essenziale in corrente di vapore.
Se nel primo schema metabolico riportato le singole vie metaboliche secondarie non erano descritte nel dettaglio, ma erano al contrario appena nominate (es. monoterpeni), non dando pertanto la possibilità di osservare la composizione di dettaglio di ciascun pattern biosintetico finale potenzialmente rinvenibile nel vegetale in questione, lo schema seguente prende il via da uno degli ellissi dell’esempio precedente (nello specifico quello che accennava ai “monoterpeni”) e descrive le reazioni biochimiche attraverso le quali si formano le principali molecole che costituiscono il fitocomplesso monoterpenico caratteristico della menta.

Di conseguenza in una stessa pianta possono coesistere diversi fitocomplessi fra loro anche molto differenti (i diversi ellissi appena accennati nel primo schema) ma uniformi al loro interno per caratteristiche strutturali: queste analogie possono essere magari non così appariscenti a prima vista (es. in certe un anello potrò risultare chiuso a ciclo, in altre aperto come una catena cambiando totalmente la percezione intuitiva della molecola) ma al biochimico che le considera alla luce della loro biogenesi le relazioni di parentela fra queste molecole risulteranno chiaramente evidenti.
In una stessa pianta medicinale e/o aromatica potranno quindi coesistere fitocomplessi caratteristico diversi fra loro, ad esempio uno di tipo terpenico (costituito da monoterpeni, di terpeni, sesquiterpeni, ecc) uno di tipo fenilpropanoidico, uno di tipo in dolico, uno magari di tipo sterolico, ecc, ciascuno dei quali potrà essere imputato di una tipologia “generale” di azione fisiologica diversa, di tipo curativo o non, o anche di tipo aromatico.
All’interno dello stesso fitocomplesso, per contro, le differenze di dettaglio fra una specie chimica e l’altra, quelle che si potrebbero anche definire “variazioni sul tema” della stessa molecola-base, si riflettono in modulazioni delle proprietà chimiche e fisiche della specifica molecola e quindi, indirettamente, anche sulle cosiddette proprietà ADMET (acronimo che sta per: Assorbimento, Distribuzione, Metabolismo, Escrezione, Tossicità) che nel loro insieme determinando nei dettagli l’effetto fisiologico della specifica molecola.
Uno degli interventi che differenziano in modo fondamentale la fitoterapia olistica da quella che potrei definire più speculativa, antesignana della farmacia, è che la prima vorrebbe fornire al consumatore finale non soltanto i fitocomplessi integri al loro interno e fedeli alla loro composizione d’origine, ma anche tutte le possibili diverse tipologie di fitocomplessi contenute nella pianta di riferimento, anche se a questi potrebbero essere attribuite azioni individuali specifiche anche molto diverse fra loro, alcune anche potenzialmente indesiderate. Gran parte delle definizioni reperite sul web per il termine “fitocomplesso” ed esposte del post precedente sull’argomento, puntano ad un impiego di questo tipo della pianta.
L’approccio più farmacologico, o speculativo che di si volgia, è invece quello che ho avuto modo di descrivere alcune settimane fa nel post dal titolo “dalla pianta mediciale al farmaco” e che in sintesi prevede la separazione dei diversi fitocomplessi sulla base delle caratteristiche chimico-fisiche tutto sommato simili delle molecole contenute nello stesso complesso, ma molto diverse da un fitocomplesso all’altro.
Ad esempio distillando le bucce di limone riuscirò a separare il fitocomplesso terpenico più bassobollente, raccogliendo nel distillato mono-, di- e sesquiterpeni, mentre nel residuo avrò raggiunto una maggiore purificazione di altri fitocomplessi meno volatili, ad esempio quello dei fenoli, degli psoraleni e delle cumarine.
Ma domandiamoci ora quale sia l’effettivo vantaggio di ricorrere ad un fitocomplesso integro, composto da diverse, a volte decine di molecole che come si è detto rappresentano in qualche modo variazioni strutturali e metaboliche sullo stesso tema originale, piuttosto di andare ad estrarre o a sintetizzare artificialmente la molecole specifica alla quale può essere imputata un’azione fisiologica più intensa, il cosiddetto “principio attivo”, concetto centrale della farmacologia non fitoterapica.
La spiegazione risiede nel fatto che tutte le variazioni strutturali sullo stesso scheletro molecolare influenzano nel dettaglio le caratteristiche chimiche e chimico-fisiche delle molecole, a volte in modo sostanziale ma nella maggior parte dei casi minimale. La presenza di un carboidrato che trasforma per esempio un fenolo nel suo glucoside ne aumenta notevolmente la solubilità in acqua ma rende anche la molecola più ingombrante; la presenza di un’esterificazione con un gruppo acetilico la rende meno polare e ne facilita pertanto il passaggi attraverso alcune membrane biologiche, ad esempio attraverso la barriera emato-encefalica; altre variazioni rendono la molecola più idrofoba e quindi più raggomitolata su sé stessa nell’ambiente acquoso del plasma sanguigno e pertanto la rendono più inaccessibile per l’attacco da parte degli enzimi che potrebbero demolirla per eliminarla dal circolo…
Anche se risulta difficile e rischioso generalizzare, una moltitudine di variazioni sul tema della stessa struttura molecolare di base è un buon indizio a favore di una maggiore sfaccettatura nelle proprietà chimiche e fisiche del fitocomplesso. Alcune molecole specifiche risulteranno complessivamente più attive ed altre meno, anzi alcune potranno risultare del tutto inefficaci ai fini della terapia in senso stretto, ma nella maggior parte dei casi quello che risulterà potrà ragionevolmente essere una maggiore distribuzione dell’attività nel tempo (picco plasmatico meno intenso e più spalmato nel tempo), una maggiore sistematicità nella distribuzione nell’organismo, il ricorso a vie cataboliche molteplici per l’eliminazione delle molecole, una migliore assimilabilità intestinale, una tossicità struttura-specifica più smorzata, fino ad una maggiore diversiificazione nel meccanismo di azione e negli organi-bersaglio. In pratica un profilo ADMET forse non così mirato, netto e affilato come la nostra civiltà del consumo frenetico, che si riflette anche sulla scelta dei rimedi per i suoi mali, vorrebbe, ma probabilmente molto più elastico, modulato, arrotondato, globale.












