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La Nanoscienza: verso un nuovo umanesimo scientifico

di Davide Peddis

Manoscritto della Divina Commedia (particolare)  All’inizio della seconda metà del novecento, Paolo Boringhieri scriveva che «la divulgazione scientifica è la pietra di paragone degli scienziati che riescono a comunicare le idee che stanno alla base della loro ricerca: non tanto il risultato particolare quanto la struttura mentale che condiziona tutta la ricerca scientifica».   L’editore piementose aggiungeva: «Solo se questo obiettivo è raggiunto la scienza diventa un fatto culturale, diventa un elemento che entra nell’orizzonte dell’uomo colto».   Combinando alcune tra le ventuno lettere del nostro alfabeto Boringhieri indicava la strada da seguire affinché lo sviluppo scientifico e tecnologico si traducesse in crescita culturale di tutti gli individui: «un umanesimo scientifico».   Allo stesso modo la natura, usando i mattoncini (elementi) che la scienza chimica ha schematicamente raccolto nella tavola periodica, esprime la sua poetica realizzando strutture più o meno complesse. Il padre della lingua italiana compone con circa 9000 lettere i primi due canti della divina commedia, un numero pari a quello degli atomi che la natura organizza in una molecola come l’emoglobina.  Rispetto allo studio della prosa di Dante, il limite principale incontrato dagli scienziati nell’affascinate viaggio alla scoperta del’architettura delle cose è dato proprio dall’impossibilità di penetrare la materia fino ai suoi costituenti fondamentali.

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4 pillole di “consapevolezza chimica” dagli scritti di Primo Levi – XVIII Mostra del Libro di Cavallermaggiore

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Essere un genio in una certa disciplina non significa necessariamente aver realizzato in essa una grandiosa scoperta, ma anche semplicemente aver “scoperto” il modo, il percorso per abbattere i suoi confini: non soltanto quelli che la separano dalle altre discipline, ma in primo luogo proprio quelli, di solito i più tenaci, che la rendono inaccessibile, e spesso anche inaccettata, dal folto mondo dei non addetti ai lavori.
La genialità di Primo Levi, chimico e scrittore torinese (1919-1987), consiste proprio in questo.

Omaggio a Primo Levi - frontespizio - presso XVIII Mostra del Libro di Cavallermaggiore
Oltre l’esperienza del chimico, maturata in ambiti molteplici e variegati, inizialmente artigianali, successivamente industriali, a partire dall’Italia del primissimo dopoguerra, oltre l’esperienza umana inimmaginabile – e pure vissuta – della deportazione e della vita presso il campo di concentramento di Auschwitz, oltre l’abilità narrativa, nata non a caso proprio dall’urgenza di raccontare le atrocità vissute nei più noti scritti autobiografici “Se questo è un uomo” e “La tregua”, e successivamente confermata da una carriera letteraria di tutto rispetto…
Oltre a tutto questo, vi è il Primo Levi divulgatore scientifico.  Una figura fondamentale a livello internazionale nel suo ruolo di mediazione culturale fra un mondo di scienza e conoscenza chimica ritenuto dai più indecifrabile, un po’ iniziatico ed al quale guardare con una certa diffidenza, ed il mondo dei non chimici, dei non scienziati, quello della gente comune, che magari la chimica l’ha a malapena conosciuta a scuola, o forse neppure lì.  

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