Comunicare la chimica: le abbiamo provate davvero tutte?

Sarebbe molto bello e rassicurante poter dire che sì, i chimici e i divulgatori ce l’hanno messa tutta per coinvolgere il pubblico, i pubblici, nella grande e affascinante storia degli elementi e della materia e che ciò che non ha funzionato è dovuto ad una diffidenza da parte del pubblico. Verso ciò che richiama veleni, incertezza e scenari di tossicità da guerre mondiali. Dopotutto è proprio da lì, dalla Prima Grande Guerra, che la visione della chimica ha preso una deriva verso una concezione negativa, attirando verso di sé credenze e percezioni che hanno contribuito a nutrire la nota dicotomia “naturale-chimico”.

Ma se analizziamo bene la situazione possiamo facilmente renderci conto di come le responsabilità siano condivise da più attori presenti in scena e di come gli scenari di guerra abbiano fatto, in un certo senso, da spartiacque.

E prima? Prima, durante il diciannovesimo secolo, come nota il chimico e planetarista Steve Miller, c’era un forte entusiasmo nei confronti di ciò che lo studio sistematico e scientifico della materia aveva permesso di creare. Coloranti artificiali, farmaci e nuovi prodotti di sintesi erano entrati come una ventata di novità in un mondo che affrontava i frutti della rivoluzione industriale con spirito di innovazione. Prima c’era la nascita di una conoscenza che svestiva i panni dell’alchimia per dare spazio ad una scienza esatta, che sapeva di avere tutto da scoprire e gettava le basi per i grandi progressi del ventesimo secolo. Il secolo in cui gli scandali sono diventati più numerosi, ma solo perché ad essi si accompagnava un’informazione sempre più diffusa, precisa e capillare, che aveva il dovere e l’obiettivo di mantenere informati i cittadini. La controversia è diventata un fatto concreto, che ha messo l’uomo davanti ad un quesito esistenziale decisamente mal formulato, in cui il progresso e la chimica si contrappongono alla sicurezza e alla salute dell’intero pianeta. Chemofobia, questo è il termine che oggi usiamo per descrivere l’atteggiamento nei confronti di tutto ciò che viene ritenuto “chimico”, appunto, inevitabilmente inteso come velenoso e potenzialmente pericoloso. Fra le immagini che meglio descrivono l’immagine della chimica, il vaso di Pandora vince per immediatezza e popolarità e simboleggia una conoscenza che difficilmente può essere governata una volta schiusa, nel bene e nel male. A questo si riferiva l’immagine pubblica della chimica verso la metà del 1900, soprattutto in riferimento alle prime scoperte sul nucleare e ai veleni usati per la disinfestazione nei campi destinati alle coltivazioni.

In questo scenario, quindi, come vincere la sfida comunicativa di una scienza che ha letteralmente terrorizzato il pubblico, ammesso che ciò sia possibile? Il punto di partenza, suggeriscono le analisi del settore, sta nel partire dalla fine. Può sembrare un gioco di parole, ma il lavoro di retro-sintesi risulta una pratica estremamente utile anche quando si tratta di comunicazione. Chi è il mio audience? È questa la prima domanda che va posta, prima ancora di preparare gli strumenti del mestiere e accendere il fuoco. Qual è il messaggio che voglio comunicare? Individuati questi due punti fondamentali può iniziare la messa a punto della strategia comunicativa.

Lungi dall’essere ascritta a banalità, l’individuazione del tipo di pubblico è tutt’altro che semplice. Al di là della chemofobia stessa, ogni audience possiede un suo specifico habitat, nel quale è possibile penetrare solo se ne conoscono le dinamiche.

Fra gli errori, se così possiamo definirli, che i chimici commettono spesso, quello di pretendere che il pubblico si appassioni alla chimica condividendo i sentimenti che lui stesso ha provato nel vedere un precipitato e nel caratterizzare una molecola è sicuramente il più frequente. Lo sviluppo di un sentimento di amore platonico nei confronti della chimica, nella tipica modalità odi et amo delle commedie romantiche, è stata sfruttata come strategie in diversi contesti, da quelli letterari e quelli filmografici, nella speranza che il pubblico si innamorasse delle sensazioni che lo scienziato stesso provava nel fare e mostrare il suo lavoro. Con quali risultati? A fronte di un maggior coinvolgimento del pubblico rimane il dubbio di una mancata comprensione delle dinamiche. La spettacolarizzazione della chimica, inoltre, lungi dal renderla affascinante se non per un pubblico scolastico e in contesti prettamente giocosi, ha sollevato una domanda implicita che aleggia nella mente di chi assiste allo show: è davvero questo ciò che fa il chimico, nel suo laboratorio, ogni giorno? Quanto, di quello che viene mostrato, rimane nel pubblico una volta svanita la magia del momento?

Allo stesso modo, quanto è possibile che il pubblico comprenda esattamente “come funziona la chimica”? Quanto è rilevante e fattibile che apprezzi davvero la differenza tra due strutture molecolari all’apparenza molto simili tra loro? La domanda da porsi, in realtà, è: in quale punto del processo è importante intervenire per rendere queste piccole differenze comprensibili e significative ai fini di una corretta conoscenza? Come ancora Steve Miller fa giustamente notare, “i chimici sono spesso così compiaciuti con sé stessi da dimenticarsi di aver reso la loro materia ancora più lontana e arcana di prima”. Dietro alla pretesa che i fatti parlino da soli e che la scienza non possa essere discussa ma assunta per quella che è, si nasconde un principio di fallimento nella comunicazione, che deve necessariamente andare in una direzione di maggior confronto e dialogo aperto.

Il rischio è che la cultura chimica venga completamente tagliata fuori dalla più ampia cultura scientifica. La mancanza di un filo conduttore tra le varie branche della chimica rende ancora più complicata l’opera di costruzione di una narrativa e la progettazione di storytelling che sortiscano nella comunicazione lo stesso effetto che suscitano nel pubblico argomenti come le scienze della vita, la fisica e l’astronomia. Nell’ottica di invertire la rotta e risolvere almeno in parte le problematiche nella comunicazione della chimica al grande pubblico, sono state diverse le iniziative intraprese dagli attori del campo: chimici, divulgatori e chimici divenuti divulgatori hanno studiato a fondo le complesse dinamiche nei vari pubblici cercando di restaurare l’immagine della chimica e rendendola più familiare, più vicina al quotidiano. Per citare le parole di Deborah Blum “la chimica non è la storia di qualche esperimento strano fatto in un remoto laboratorio, è la storia di come viene cucinata la cena o di qualcosa di altrettanto importante”. Da qui l’approccio ad una chimica legata a oggetti a noi conosciuti, ad una chimica con cui possiamo confrontarci perché sappiamo di cosa si sta parlando. Da qui nascono i libri sulla chimica in cucina, sulla chimica delle plastiche, dei farmaci che assumiamo e delle molecole che compongono il nostro corpo. “Abbiamo bisogno di collegare la chimica a qualcosa”, sostiene ancora Steve Miller, “se possiamo raccontare al pubblico una storia interessante di come siamo arrivati da qui a lì, allora il pubblico leggerà qualcosa di chimica”. O almeno speriamo che lo faccia.

Per un campo vasto e complesso come quello della chimica è necessario che vengano individuati dei frame, ovvero dei contesti all’interno dei quali inserire il concetto su cui vogliamo concentrare l’attenzione. La generalizzazione di un concetto non è praticabile, in quanto presuppone una superficialità che banalizza l’intero argomento non rendendone possibile l’analisi in una data situazione. È impossibile, ad esempio, parlare di nanotecnologie senza riferirsi ad un determinato contesto in cui queste possano essere applicate.

Come è possibile quindi comunicare efficacemente la chimica? Ce l’abbiamo davvero messa tutta? La chiave è nell’utilizzo di differenti approcci, combinati tra loro, senza la pretesa di prevedere quale delle strategie sarà sicuramente più efficace delle altre. Questo deriva dal fatto che i processi di comunicazione, così come le dinamiche sociali e la chimica stessa sono in continuo cambiamento.

 

Bibliografia

  1.  Communicating chemistry for public engagement. Nature Chemistry 3, 674–677 (2011)

  2.  Public Image of chemistry. Eds. Joachim Schummer, Bernadette Bensaude-Vincent & Brigitte Van Tiggelen, 2007.

  3.  Communicating chemistry: a design framework and research agenda. National Academies Press (US), 2016.

 

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