dall’orsetto di peluche alla ricerca pura: una e infinite storie di chimica

morespace

Il peluche della tua infanzia. Ricordi ancora i suoi occhi neri e profondi di una plastica senza nome, ed il suo pelo che profuma ancora di ricordi.
Pensavi a lui come a un compagno, un amico fedele: rimembri ancora la sua espressione, il suo aspetto, il suo odore e la sua morbidezza.    Ti ci vuole un certo distacco, la visione disincantata della maturità, orsetto di pelucheper riuscire a vedere in lui quello che “nonostante tutto” egli è pur sempre: un oggetto, fatto di qualcosa.   Non di sogni e polvere di stelle, ma di materia, ovvero sostanze chimiche. Ne più ne meno di noi.
Quando da bambino scopri attraverso un buchino aperto nella cucitura della pancia che il tuo orsetto dentro è imbottito di un materiale misterioso ed alieno, ti senti preso da un misto di incredulità ed orrore.   E ti domandi: oddio, cosè sta roba?

Questo materiale di riempimento può essere composto da gommapiuma: questo è il nome comune (in realtà brevettato) dato al poliuretano espanso: un materiale polimerico sintetico, sostanzialmente una plastica flessibile e ricchissima di pori.    Poco importa se l’azienda che ha confezionato il peluche l’ha comperata in grandi fogli arrotolati e se l’è poi triturata in casa, oppure se l’ha acquistata già sminuzzata in frammenti: qualcun altro, in precedenza e da qualche altra parte, deve avere prodotto questo poliuretano e per produrlo ha fatto ricorso ad una reazione chimica.   Una reazione chimica di polimerizzazione rotolo di poliuretano espanso (gommapuma)dove due reagenti, composti da piccole molecole reattive dette monomeri (nello specifico del poliuretano i monomeri sono un di-isocianato ed un poliolo), legandosi fra loro secondo modalità definite formano una macromolecola di struttura modulare che, oltre ad avere dimensioni migliaia di volte superiori alle piccole molecole di partenza, presenta caratteristiche del tutto diverse da queste.    In molti casi i monomeri usati per la preparazione dei polimeri plastici sono liquidi molto reattivi e pericolosi per la salute umana; al contrario i polimeri che si ottengono da questi sono nel più dei casi solidi molto stabili ed inerti anche dal punto di vista fisiologico.   Questo è un esempio tipico di reazioni condotte su larga scala all’interno degli stabilimenti industriali di tipo chimico.
Ma da dove derivano i monomeri che queste aziende utilizzano come materia prima nei processi di polimerizzazione per la sintesi della plastica?  Solitamente essi sono prodotti in altre fabbriche a partire da reagenti diversi, ovvero da altre sostanze chimiche considerate materie prime (solitamente materiali di ampia disponibilità sul mercato internazionale e di costo relativamente basso), mediante impianti chimici di trasformazione più complessi che sfruttano più reazioni chimiche in cascata per provvedere alla trasformazione della struttura molecolare di queste materie prime in quella dei prodotti desiderati, in questo caso dei monomeri richiesti dall’industria dei polimeri plastici.  Si tratta di processi di sintesi chimica che possono annoverare da uno a più distinti step di reazione.   Non è detto che tutti i passaggi previsti dal industria chimicaprocesso avvengano nello stesso impianto, e neppure nello stesso stabilimento chimico.   In molti casi, al contrario, ogni azienda effettua solo talune trasformazioni, o anche soltanto una, e rivende il semilavorato ottenuto ad aziende “a valle” che effettuano poi i passaggi successivi.   E’ molto interessante notare come la stessa sostanza chimica che costituisce un semilavorato in un certo settore industriale, come nel caso dell’industria dei polimeri plastici, può in moltissimi casi servire come intermedio anche per altri settori produttivi del tutto diversi, ad esempio come reagente per la preparazione di un farmaco, come ingrediente per un cosmetico, o addirittura trovare applicazione tal quale in taluni settori, magari in seguito a semplice “miscelazione” (senza ulteriori reazioni chimiche) con altri prodotti, ad esempio per andare a costituire una vernice così come un prodotto per la pulizia delle superfici.
I singoli step di reazione previsti in un processo di trasformazione chimico, se si escludono alcuni casi più rari dove essi sono indotti unicamente da fattori fisici come il calore, richiedono nella maggior parte dei casi l’intervento di altri reagenti o catalizzatori.   Queste ulteriori sostanze chimiche vengono acquistate da fornitori che a loro volta li producono su larga scala per mezzo di impianti sicuramente differenti dai primi, che sfruttano altri processi di trasformazione ma anch’essi basati su di un certo numero di step di reazioni chimiche, separazioni e purificazione su base chimico-fisica, e così via.   A monte di questi ulteriori processi staranno altre materie prime di tipo chimico, che costituiranno a loro volta l’oggetto della produzione di un’altra filiera industriale, e così via in una rete fittissima di relazioni e di rapporti di interdipendenza commerciale.

contenitori cubici da 1 metro cubo contenenti materie prime o intermedi chimiciMa cosa sta a monte di tutto, ovvero quali sono le fonti primigenie delle materie prime utilizzate nell’industria chimica?   Ai giorni nostri sicuramente ai primi posti possiamo indicare fra le fonti definite “non rinnovabili” il petrolio ed i minerali, e fra quelle rinnovabili i prodotti di agricoli e forestali.    La quantità e la complessità dei passaggi che sono richiesti per arrivare da queste materie “primissime”, reperibili o tal quali sul pianeta, alla maggior parte delle sostanze chimiche che compongono per esempio gli oggetti con i quali abbiamo a che fare nella nostra vita quotidiana, è tuttavia così impressionante da costituire in sé uno degli argomenti più complessi della logistica delle relazioni commerciali internazionali.

Ma torniamo alla nostra filiera che avevamo momentaneamente lasciato a sé stessa.    Eravamo arrivati a considerare le materie prime a monte di tutta la sequenza di reazioni richieste per produrre il monomero dal quale si sarebbe poi ottenuto il polimero plastico morbido e poroso che riempiva il pancino del nostro peluche.

petrolio - minerale (bauxite) - prodotto agricolo (mais)

petrolio - minerale (bauxite) - prodotto agricolo (mais)

Queste materie prime sono però pur sempre sostanze chimicamente ben definite, tendenzialmente pure almeno quel tanto che è richiesto le trasformazioni alle quali saranno poi sottoposte: in pratica sostanze alle quali può essere riferita una struttura molecolare ben definita ed univoca.   A monte di queste singole specie chimiche vi sono però le suddette fonti naturali o coltivabili, che praticamente in tutti i casi non sono costituite da una sostanza singola e pura, bensì da miscele “naturali”.   Consideriamo il petrolio per esempioo, ma anche le rocce ottenute dall’estrazione da cave e miniere o i prodotti delle coltivazioni agronomiche e forestali: chi più chi meno, tutte queste “fonti primarie di materia” sono costituite da diverse, spesso moltissime tipologie di sostanze chimiche fra loro diverse, miscelate fra loro.   C’è tutto un settore industriale che si occupa per l’appunto di “sgrossare” queste miscele naturali di sostanze, iniziando a suddividerne i componenti in frazioni con minor numero di componenti, più uniformi al loro interno per struttura chimica e quindi per caratteristiche.   Il petrolio può per esempio essere distillato, andando a suddividere la complessità delle specie chimiche in esso contenute in un certo numero di frazioni, ancora piuttosto complesse al loro interno, sulla base del punto di ebollizione, dal catrame (frazione meno volatile) all’etere di petrolio (che bolle poco al di sopra della temperatura ambiente). Anche in questo caso per talune applicazioni anche la semplice frazione da distillazione frazionata può essere utilizzata tal quale: si pensi per esempio al catrame o allo stesso etere di petrolio quando viene utilizzato in certe applicazioni in ragione delle sue capacità solventi ed al tempo stesso della sua estrema volatilità.   Nel più dei casi, tuttavia, ciascuna frazione viene ulteriormente distillata oppure sottoposta ad altra tipologia di separazione al fine di ricavare da essa una o più di una sostanza chimica sufficientemente pura, da destinarsi come abbiamo visto ai più disparati settori industriali che la richiedono come materia prima a monte di un processo di trasformazione.

laboratorio di analisi chimicaMa come fanno questi produttori a comprendere cosa hanno per le mani, quali sostanze chimiche sono contenute nei prodotti di origine naturale, quali sono riusciti ad isolare, ad accertarsi della loro conformità e purezza e a controllare infine la loro successiva trasformazione al termine delle reazioni chimiche alle quali saranno sottoposte? Potranno farlo unicamente attraverso analisi chimiche.   E le analisi chimiche, eseguire in laboratori e da personale specializzato nel settore chimico-analitico, richiedono a loro volta reagenti specifici da aggiungere ai materiali da testare. Reagenti in piccolissima quantità, a volte quantificabili in pochi milligrammi per campione da analizzare, ma spesso altamente specifici e ad altissimo grado di purezza.    Per le analisi chimiche inoltre sono sempre richieste attrezzature e strumentazione, talvolta estremamente sofisticata che, proprio alla stregua dei nostri elettrodomestici di casa, contempla una parte elettronica, spesso un controllo da PC e tanti, tantissimi materiali diversi impiegati per realizzare le varie parti dello strumento.
Materiali quali metalli e leghe, vetri speciali, gomme ed altre materie plastiche, materiali ceramici e così via, ciascuno prodotto a sua volta da un settore industriale distinto che sfrutta una o di solito una sequenza di reazioni chimiche per trasformare altre materie prime nei materiali indispensabili per assemblare gli strumenti di laboratorio richiesti per fare le analisi chimiche. Magari analisi chimiche richieste per la produzione di un intermedio chimico a monte della produzione della stessa ceramica speciale che sarà poi utilizzata dal costruttore di strumentazione di laboratorio per assemblare un analizzatore indispensabile nell’industria della ceramica.

Sembra una di quelle filastrocche che si imparano da bambini, che dopo un breve giro narrativo tornano inevitabilmente al punto di partenza.   E’ un dato di fatto che il mondo della produzione chimica sia in logistica degli spostamenti e degli scambi internazionali di sostanze chimichebuona misura auto-referenziale (nel significato migliore del termine), reso possibile e in parte sostenuto in primo luogo da sé stesso, a perfetto paradigma di quella complessità strutturale che caratterizza le relazioni economiche e commerciali, ma anche di conoscenza e di ricerca, tipiche della civiltà umana contemporanea.
Non credo di essere del tutto nel torto nel voler individuare proprio in questo settore il più complesso network di mutue relazioni che l’umanità sia mai riuscita a sviluppare nella sua storia.

Almeno in linea di principio, l’industria chimica è (o dovrebbe essere) come il maiale: non si butta via nulla.     E’ tutt’altro che raro il caso nel quale il sottoprodotto di un processo di trasformazione chimica possa tornare utile, addirittura indispensabile per un settore completamente diverso, che lo userà a sua volta come reagente o solvente per la produzione di sostanze chimiche del tutto diverse.
Ad esempio uno degli step di reazioni necessarie per produrre uno dei monomeri che stanno a monte del poliuretano della gommapiuma, genera fra i suoi prodotti di reazione una certa molecola X, del tutto inutile per la produzione del poliuretano e che anzi deve essere scrupolosamente separata dai prodotti di reazione utili.   Se considerassimo questa sostanza X unicamente in funzione di rifiuto da smaltire, arriveremo in molti casi alla insostenibilità del processo di trasformazione nel suo insieme, sia dal punto di vista ambientale siano essi stoccati in discarica o destinati all’abbattimento (i sottoprodotti industriali sono di solito valutabili a camionate, non di sicuro a cucchiai dal punto di vista delle quantità annue), sia dal punto di vista economico dal momento che comunque li si voglia gestire i rifiuti comportano un costo di gestione, spesso talmente elevato da incidere in modo pesante, talvolta insostenibile sul costo alla produzione e quindi sul prezzo di vendita del prodotto finale utile.   Come ricordato dalle linee guida della Chimica Verde, per i buoni criteri della produzione, uno dei primi criteri sui quali un processo di trasformazione chimica dovrebbe puntare è quella di non produrre rifiuti.   Sembrerebbe un’utopia, ma in reatà una sostanza chimica non nasce come rifiuto: diventa rifiuto se chi lo produce non se ne fa nulla e non riesce a trovare nessuno che sappia valorizzarla opportunamente.   Se esiste qualcuno, un altro settore industriale per esempio, disposto ad acquistare, addirittura pagandola, questa sostanza X perché questa costituisce per lui una materia prima utile per produrre qualcos’altro, ad esempio l’intermedio per un eccipiente farmaceutico, ecco che magicamente il rifiuto si trasforma in una risorsa, e l’azienda della filiera del poliuretano inizierà ad essere anche produttrice e fornitrice dell’ormai importantissimo intermedio X.

fogli di ABS e bottiglie di acetonitrile di grado analitico

fogli di ABS e bottiglie di acetonitrile di grado analitico

Un caso di questo genere che mi è capitato di osservare in funzione del suo rincaro economico riscontrato negli ultimi anni è stato quello dell’acetonitrile.   L’acetonitrile è un solvente molto particolare, molto utilizzato dalla maggior parte dei laboratori che eseguono analisi chimiche (nello specifico analisi cromatografiche liquide ad alta pressione o HPLC).   Ad un certo punto il costo di questo solvente si è impennato in tutto il mondo: la ragione di questo brusco aumento, ci è stato comunicato dai rivenditori, risiedeva nella crisi del mercato dell’automobile su scala globale. E che c’entra l’auto con l’acetonitrile che è un solvente liquido?    Ci spiegarono che esso viene ottenuto a partire da un sottoprodotto dell’industria dell’ABS, il noto materiale plastico del quale sosno costituite molte parte, soprattutto i cruscotti e gli interni, delle automobili.   Meno richiesta di auto da parte del mercato aveva comportato un calo di produzione e quindi un rallentamento di tutte le filiere nate per la produzione dei materiali impiegati per la costruzione delle automobili, compreso l’ABS; e meno ABS significava meno “sottoprodotto” indispensabile per la produzione dell’acetonitrile, il nostro solvente per analisi, e quindi l’aumento vertiginoso del prezzo per il poco che veniva ancora prodotto. Immagino che molti laboratori di analisi abbiano compensato l’aumento di questa che per loro costituiva una spesa facendo semplicemente pagare di più le analisi chimiche eseguite. Sembrano un po’ gli equilibrii dell’ecosistema.

Ma proseguiamo, proseguiamo oltre ad osservare come si susseguono e si sorreggono l’una l’altro settori solo all’apparenza disgiunti fra loro.   Gli stessi impianti industriali, i materiali dei quali sono costruiti e l’energia che permette il loro funzionamento, non potrebbero essere realizzati senza il contributo di altri settori della chimica.   Dai pannelli solari alle centrali nucleari, dall’energia geotermica a quella idroelettrica, fino alle fonti tecnologie e materiali innovativitradizionali basate sui combustibili fossili come il petrolio ed il carbone, tutto il settore della produzione energetica è basato su impianti dai quali si richiede ogni giorno il massimo del rendimento, a fronte di sollecitazioni spesso estreme.    Si pensi alla necessità di resistenza al calore dei materiali utilizzati nelle centrali termoelettriche, alla resistenza meccanica delle turbine nelle centrali idroelettriche, all’assoluta necessità di assorbimento delle particelle elementari e delle radiazioni emesse dai processi di fissione nucleare negli omonimi reattori ed infine… vi siete mai chiesti cos’è che solitamente fa la differenza fra una tecnologia “vecchia” e meno efficiente, come ad esempio i primi pannelli solari che di fatto non sono riusciti ad affermarsi come alternativa praticabile, anche dal punto di vista del costo e del rendimento economico rispetto alle fonti energetiche tradizionali, e la stessa tecnologia rivista, di “nuova generazione”, in grado di competere e spesso di prevalere sulle altre tradizionali proprio ad iniziare dagli aspetti economici, oltre naturalmente sulle ricadute ambientali?   “Molti fattori” è la risposta universale di chi non vuole mai sbagliare, ma all’interno di questi fattori la parte del leone la fanno nel più dei casi i nuovi materiali resi via via disponibili dall’industria chimica.   Materiali scoperti da poco nell’ambito del settore Ricerca & Sviluppo, oppure scoperti da tempo nell’ambito della ricerca ma sviluppati da poco in applicazioni concrete utili, efficienti e soprattutto economiche.

Ricerca & Sviluppo.   Un binomio indissolubile ed imprescindibile, sul quale grava un anatema verso il quale molta classe politica più “brevi-mirante” risulta decisamente poco sensibile: guai a valorizzare, incentivare, finanziare solo uno dei due termini del binomio, senza in parallelo lavorare anche sull’altro.   Certo, nelle situazioni di stretta contingenza si pensa che la soluzione migliore sia quella di puntare tutto su una ricerca estremamente applicata, o meglio ancora sullo sviluppo di applicazioni basate su conoscenze già acquisite. Il nostro Paese, così come le piccole industrie che hanno poco denaro ed un orizzonte di investimento a breve termine, vanno chiaramente in questa direzione, tralasciando erroneamente il fatto che lo sviluppo e la stessa ricerca applicata prendono le mosse ed attingono a piene mani, in modo inevitabile, dalla ricerca di base. Quella per intenderci svolta nelle Università, dagli enti di ricerca pubblici (in Italia ai primo posti il CNR e l’ENEA) e da pochi grandi gruppi industriali. Quella per intenderci dei professori e dei ricercatori con la testa fra le nuvole che passano il giorno a discutere del sesso degli angeli, del tutto indifferenti alle priorità cogenti del mondo “là fuori” dove urgono risposte veloci, chiare e soprattutto spendibili.    Questa almeno la percezione da parte dei non addetti ai lavori e, cosa ben più grave, negli ultimi tempi anche di molti addetti responsabili delle scelte che contano.

pannelli solariPer tornare dove eravamo rimasti, ovvero ai pannelli solari finalmente ben efficienti grazie a nuovi materiali, essi sono stati con tutta probabilità proposti sul mercato da ditte che hanno saputo sviluppare soluzioni idonee (nuove celle fotovoltaiche) sfruttando al meglio i risultati di una ricerca applicata (nuovi materiali) resa possibile solo grazie alla scoperta di nuovi metodi di sintesi chimica o di purificazione dei materiali, prima dei quali queste tecnologie risultavano del tutto ignote o nel migliore dei casi inaccessibili per una semplice ragione di costi.   Sono convinto, e credo di non essere l’unico a sostenere questa posizione, che la ricerca di base “quasi per definizione” non debba pensare ad una applicazione dei suoi risultati. Se lo facesse, in qualche modo, implicitamente, si auto-limiterebbe, tarpandosi le ali.   Magari raggiungerebbe i risultati prefissati, ma si trasformerebbe in questo modo in ricerca applicata e non potrebbe portare ad altro, neppure sul lungo periodo, all’infuori di ciò per cui è stata pensata.  Come suggeriva Primo Levi, un cercatore di funghi troverà probabilmente solo funghi ed è ben difficile che si accorga di un’altra prelibatezza che cresceva casualmente lungo in sentiero.   La ricerca scientifica pura ragiona al di fuori delle logiche dell’economia, ma è proprio questa la sua forza: il risultato di una scoperta fatta oggi su un argomento che per quanto importante non può scaturire in uno sviluppo applicativo per ragioni di costi, sarà poi recuperato fra molti anni (come è accaduto più volte) quando altre scoperte consentiranno di abbassare i costi di produzione o di sviluppo delle sue applicazioni. Sembra il pensiero di un inguaribile positivista, ma è effettivamente proprio nel periodo del positivismo che si sono gettate le basi più importanti della ricerca pura in chimica e in fisica dai quali sono scaturite molte della applicazioni degli anni successivi, fino ai giorni nostri.   Quindi non stiamo riponendo la nostra fiducia in una scienza onnipotente che, primo o poi, risolverà ogni problema ed ogni male.    Al contrario, il nostro deve essere inteso come un atto di modestia, la modestia di chi mette per un momento da parte la supponenza della propria conoscenza, quella che egli considera essere la sua idea di “bene” per le generazioni future, e semina un po’ tutte le specie di piante del suo erbario, anche quelle delle quali non conosce ancora i frutti o gli utilizzi, perché saranno i suoi figli ed i figli dei suoi figli a scegliere ed a scoprire ciò di cui avranno bisogno all’interno del giardino che insieme a tanta biodiversità conterrà anche tanta tantissima diversificazione della conoscenza.

laboratorio di Rutheford a McGill (1905): la scoperta del nucleo dell'atomo con attrezzature ancora artigianali

laboratorio di Rutheford a McGill (1905): la scoperta del nucleo dell'atomo con attrezzature ancora artigianali

Per molti aspetti, noi siamo la terza, forse la quarta generazione che ha seguito il periodo d’oro delle ricerche di base, quando gli atomi neppure si sapeva cosa fossero con esattezza e gli scienziati si riunivano per discutere le basi fondanti della nostra disciplina. Se non ci fosse la conoscenza scientifica, e nello specifico chimica, ottenuta dalla ricerca di base, non sapremmo neppure da dove iniziare a sviluppare applicazioni e soluzioni ad hoc per i casi più pressanti ed economicamente vantaggiosi che la nostra società ci impone.
Il processo della conoscenza derivante dalla ricerca scientifica di solito non segue un andamento lineare e graduale ma, al contrario, assomiglia di più ad una funzione non dico esponenziale, ma per lo meno ad un ramo di iperbole.   Quando il network delle collaborazioni, delle relazioni commerciali, dello scambio di materiali e di conoscenza era appena all’inizio, il ricercatore doveva necessariamente costruirsi da solo i suoi apparecchi: poteva impiegare molti anni per metterli a punto, verificare la loro affidabilità e solo dopo poteva iniziare ad impiegarli per eseguire i suoi studi, rischiando oltre tutto di ripetere l’esperienza di un altro ricercatore che anni prima aveva studiato lo stesso argomento ma con del quale, per le ragioni de  l fato, non era riuscito ad avere notizia, o per lo meno a conoscerne i risultati in modo tale da non rischiare di buttare via tempo e denaro su un progetto già battuto, magari ripetendo gli stessi errori del suo predecessore. Non esisteva internet e la posta elettronica, le riviste scientifiche internazionali erano appena agli inizi, numericamente poche e distribuite in forma cartacea, e spostarsi da una parte all’altra del mondo per partecipare ai convegni di scienziati era sicuramente più difficile, lento ed oneroso.
complessità del network scientifico globaleOra invece il network informativo scientifico, di tipo telematico, preesistente ad internet (o meglio: l’internet come lo sconosciamo noi è nato essenzialmente sulla base nel network telematico precedentemente sorto proprio per favorire lo scambio delle informazioni scientifiche) permette in poche ore di avere a disposizione un’informazione esaustiva di cosa è stato fatto, da parte di chi, quando, dove, come con che risultati su qualsiasi sostanza chimicamente definita della quale si conosca la struttura molecolare  . Compreso come ottenerla, come analizzarla e come farla reagire con altre molecole per ottenere prodotti diversi.    La condizione irrinunciabile perché tutto questo meraviglioso mondo stia in piedi è quella, ormai pienamente condivisa nel mondo della ricerca, di rinunciare alle logiche campanilistiche ed oscurantiste degli interessi di bottega e, al di là dei legittimi brevetti per le singole applicazioni, mettere a disposizione della comunità scientifica internazionale i risultati delle proprie ricerche di base, proponendole alla pubblicazione presso le riviste scientifiche specializzate su ciascuna argomento, oggi facilmente accessibili in formato elettronico e via telematica.

Questa è una delle mille storie possibili.   Siamo partiti dall’imbottitura dell’orsetto di peluche, ma potevamo partire anche con i suoi occhietti di plastica o con il suo pelo ed il risultato sarebbe stato analogo: presto o tardi, step più o step meno ci saremo presto buttati nuovamente a capofitto nell’intricato network della produzione chimica. Anche volendo dimenticare l’orsetto, se fossimo partiti dai vestiti che indossiamo, dagli alimenti cha mangiamo, dai farmaci con i quali ci curiamo o dalla bicicletta sulla quale andiamo al lavoro, il risultato sarebbe stato analogo.
catalogo aldrich e reagenti per laboratorio gruppo sigma-aldrichScusate, ho detto “una delle mille storie possibili” per modo di dire: in realtà, come avrete già avuto modo di intuire, sarebbero in realtà molte, molte di più.   Il catalogo di uno dei più importanti fornitori di reagenti per i laboratori di ricerca e controllo (quelli, per intenderci, forniti ad elevatissimo grado di purezza, in confezioni da armadietto, e che talvolta spuntano “giustificatamene” prezzi da gioielleria) annovera al suo interno diverse migliaia di “molecole” fra loro diverse.    Questo rappresenta a suo modo un buon indicatore del numero delle diverse sostanze chimiche attualmente prodotte nel mondo, la maggior parte in quantità davvero irrisorie, è vero, ma pur sempre inserite nel complesso network della produzione, commercio ed utilizzo delle sostanze chimiche.
Questa, come dicevo, è una delle mille storie possibili, ma a suo modo le riassume un po’ tutte.    Non ho intenzionalmente voluto scendere nello specifico delle singole sostanze chimiche e delle singole reazioni coinvolte, proprio per non raccontare “una” storia individuale ma per dare un’idea dello stile della narrazione: si tratta di un intreccio molto complesso, un reticolo fittissimo di relazioni, rimandi ed interdipendenze fra i soggetti più disparati, spesso fra loro distanti nello spazio e nel tempo. Una storia che è iniziata quando l’uomo ha acceso il suo primo fuoco, che si è sviluppata molto anni dopo con l’estrazione dei metalli e poi dopo ancora con la produzione di calce, pigmenti e così via.   In qualche modo, uno specchio autentico della storia dell’uomo.

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Una risposta a dall’orsetto di peluche alla ricerca pura: una e infinite storie di chimica

  • Cristina scrive:

    Condivido del tutto l’importanza della ricerca di base.
    Mi chiedo però se esiste anche una ricerca su materiali naturali ormai sempre meno usati o su come riuscire a convertire o far ‘digerire’tutte queste sostanze prodotte.
    I prodotti plastici che escono dall’industria chimica infatti sono comodi, utili e anche belli. Purtroppo però proprio in virtù della loro stabilità, una volta rifiuti sono una seria minaccia per il nostro pianeta: inquinamento, degrado di mari e coste, morte di animali soffocati dai sacchetti di plastica…
    Sul costo di ogni prodotto finito dovrebbe gravare anche una quota per il suo totale smaltimento.

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