le reazioni chimiche: perché alcune avvengono ed altre no?

pianta di cavolo sottoposta all'effetto di alte concentrazioni di acido gibberellico, un ormone vegetale naturale“Non è sufficiente che una reazione tu riesca a scriverla sulla carta perché possa avvenire davvero!” mi disse un giorno colui che da lì a pochi anni sarebbe diventato mio cognato nonché il mio stimato dentista.   Era il periodo nel quale, quattordici o quindicenne, iniziavo a muovere i miei primi passi nella chimica organica, con tutto l’entusiasmo ma anche con i frequenti errori di prospettiva propri dell’autodidattismo, forte di un’urgenza conoscitiva per lo meno inconsueta per un ragazzo della mia età.
No, non era la chimica organica in sé stessa ad affascinarmi in quel momento: le mie passioni erano la botanica, il vivaismo, tutto cosa ruotava intorno alla vita delle piante ed alle loro funzioni vitali.  La chimica organica, la “sintesi organica” in particolare, era per me solo un tramite con il quale potermi creare in casa quelle mirabolanti e introvabili sostanze che sui libri di biologia vegetale venivano descritte per i loro effetti sorprendenti, proprio ad iniziare dagli ormoni vegetali.  Roba in grado di trasformare una pianta di cavolo da quella specie di pallone di calcio che siamo abituati a conoscere in un trespolo allampanato molto più simile ad un girasole, con le foglie distanziate l’una dall’altra di una buona spanna.  Effetto dell’acido gibberellico, ricordo ancora oggi.  Ma altrettanto bene ricordo come non sia mai riuscito a realizzarlo con le mie mani, e non soltanto lui, ma anche gli ormoni più semplici, come le comuni auxine.
Il mio futuro cognato aveva davvero ragione: quello che io facevo, forse un po’ troppo condizionato da un certo approccio empirico maturato nei mesi precedenti con la chimica inorganica, era semplicemente un tentativo, in vero piuttosto maldestro, di ottenere i prodotti desiderati rimescolando atomi o parti di molecole disegnati sulla carta.  Partivo dalla formula di struttura del prodotto che volevo ottenere, in quel caso della molecola di un certo ormone vegetale, e ne cercavo i pezzi costitutivi fra quanto avevo a disposizione nel mio minuscolo archivio di reagenti, in buona parte materiali di uso comune nella vita domestica di allora, come naftalina, soda caustica, aceto, bicarbonato, alcol, acqua ossigenata, qualche concime, calce spenta e così via.

Con un certo sforzo cerco di ricordare quale sostanza volessi realizzare in quel momento.  Ecco: era l’acido alfa-naftilacetico, un’auxina sintetica in grado in concentrazioni veramente infinitesime di stimolare la crescita in lunghezza dei fusti delle piante, di preservare la caduta delle foglie e dei frutti e persino di stimolare la formazione delle radici qualora si fosse desiderato riprodurre le piante per talea.  antico barattolo di beta-naftolo della ditta Carlo Erba In una remota farmacia lontano da casa, raggiunta con la mia inseparabile bicicletta, ero miracolosamente riuscito a reperire un composto per me veramente esotico: il beta-naftolo.   Ho messo a soqquadro l’altra sera la cantina per ritrovarlo, ed eccolo, è proprio lui, nella fotografia qui di fianco.  Vi assicuro che ventitré anni fa la confezione aveva un aspetto altrettanto antico.

In un’altra farmacia ero riuscito con molta più facilità a procurarmi dell’acido acetico puro, un liquido trasparente, piuttosto corrosivo e puzzolentissimo, ovviamente di aceto.
Ora vi faccio vedere in immagine la reazione che volevo realizzare, quella che avevo scritto su carta, sottoponendola al giudizio impietoso di mio cognato, allora al primo anno di odontoiatria:

fra i reagenti, a sinistra, vedete la formula di struttura del beta-naftolo, una polvere dall’intenso ed un po’ sinistro odore aromatico del barattolo in foto, seguita subito dopo dall’acido acetico, CH3COOH.
A destra della freccia di reazione, ovvero nei prodotti, avevo riportato ovviamente la struttura dell’acido beta-naftilacetico.  In questa molecola si può vedere chiaramente tutta una parte, il –CH2-COOH, derivante dall’acido acetico (non per niente il nome “ibrido” della molecola: acido naftil+acetico)…  sì, lo sapevo che probabilmente gli acidi alfa- e beta- naftilacetico non sarebbero stati esattamente la stessa cosa dal punto di vista dell’effetto ormonale sulle piante, ma in quella sede mi sembrava si trattasse di poco più di una quisquilia: io di naftolo ero riuscito a procurarmi soltanto il beta, e per di più avevo letto da qualche parte di altri tipi di ormoni vegetali dove invece la parte di molecola relativa al naftalene compariva proprio come beta.

reazione non possibile

Guardate bene questa reazione.  Scritta così, non sembra anche a voi che possa avvenire sul serio?   L’ –OH del beta-naftolo si combina con uno degli idrogeni H del CH3 dell’acido acetico per formare acqua (che troviamo infatti nei prodotti) e di conseguenza il gruppo alfa-naftilico (i due anelli esagonali condensati) si attaccano alla parte restante della molecola dell’acido acetico, ovvero al residuo –CH2-COOH.   Oltre tutto avevo letto di tante altre reazioni di condensazione fra due molecole organiche, dove l’eliminazione di una molecola di acqua permetteva la formazione di un legame fra i due reagenti.
A scriverlo sulla carta tutto sembrava ragionevole: peccato che nella pratica, ovvero se avessi provato a mescolare le due sostanze, questa reazione non sarebbe mai avvenuta.   Aveva proprio ragione il mio futuro cognato: anche un corso di base di chimica organica come quello pensato per i futuri dentisti era stato sufficiente per far comprendere come è ben difficile che un gruppo cosiddetto alchilico, come il metile CH3- dell’acido acetico, perda un suo idrogeno comportandosi come un acido.

2-naftil acetato

2-naftil acetato

Semmai in un contesto come quello descritto, ovvero in presenza di beta-naftolo (una molecola di tipo fenolico) l’acido acetico sarebbe potuto entrare in gioco con il suo “pezzo forte”, ovvero con il suo gruppo funzionale carbossilico come gli capita di fare d’altronde nella stragrande maggioranza delle reazioni che lo vedono coinvolto (vedi intervento: “la chimica organica secondo i gruppi funzionali“)
Se proprio avessero dovuto formare un prodotto di reazione, in condizioni opportune, i due reagenti impiegati avrebbero dovuto formare la molecola riportata qui a lato: il beta-nafitil acetato, classificata come estere.
Una molecola che dubito fortemente possa mostrare qualche attività ormonale nelle piante.
spazio

REAZIONI POSSIBILI, IMPOSSIBILI E SFAVORITE

Per reagire fra loro le molecole seguono quindi regole ben definite e nell’annotazione grafica della reazione, la cosiddetta equazione chimica, il chimico descrive qualcosa che può effettivamente avvenire nella realtà, senza lasciarsi trasportare dalle proprie aspirazioni e fantasie.

Ma perché talune reazioni chimiche possono avvenire mentre altre di fatto non avvengono?
E fino a che punto una reazione non avviene perché essa è intrinsecamente impossibile (come a voler far entrare un pezzo tondo in un buco quadrato), rispetto al possibile caso in cui essa, seppur teoricamente ragionevole, risulta di fatto semplicemente sfavorita?

Di fatto, anche una reazione pensata e scritta in accordo con quelle “regole” che si trovano spesso descritte nei testi di chimica, soprattutto in quelli di chimica organica per uso scolastico, di fatto rischia di non essere realizzabile su di un piano concreto. Su tali testi si indicano infatti le tipologie di reazioni tipiche per ogni classe di composti, ovvero per i loro gruppi funzionali, con indicazione dei reagenti con i quali si combinano e dei prodotti di reazione ottenibili: la reazione descritta è quindi del tipo “possibile”, ma nella trattazione ad uso didattico mancano spesso, o non sono sufficientemente complete, le indicazioni relative alle condizioni di reazione: temperatura, pressione, eventuali solventi nei quali devono essere sciolti i reagenti, come i prodotti di reazione devono essere sottratti per far proseguire ulteriormente la trasformazione, se è necessario ricorrere all’aggiunta di eventuali catalizzatori e così via.
La conseguenza di tutto questo è che lo studente rischia di illudersi che basti semplicemente mescolare le due sostanze la cui formula è riportata sul alto sinistro della freccia di reazione, ovvero i reagenti, per ottenere dopo pochi istanti i prodotti di reazione previsti a destra della stessa freccia. Ma nel più dei casi, soprattutto in chimica organica, non è esattamente così che capita.

Al contrario, tantissime reazioni, pur possibili ed anzi addirittura prevedibili su di un piano teorico, risultano fortemente sfavorite, di fatto impossibili, in condizioni di temperatura e/o di pressione non adeguate, o richiedono la presenza di catalizzatori per poter decorrere ad una velocità apprezzabile e conveniente.

Torniamo dunque alla domanda iniziale, quando ci siamo chiesti, “Ma perché talune reazioni chimiche possono avvenire mentre altre di fatto non avvengono?”
Se volessimo stilare un elenco di possibili condizioni da rispettare, in ordine, affinché una reazione chimica possa avvenire, sia a livello teorico che poi su di un piano concreto, potremmo per esempio indicare:

1) giustificazione teorica della reazione sulla base delle proprietà chimico-reattive dei reagenti coinvolti;
2) spontaneità della reazione;
3) assenza di impedimenti sterici;
4) velocità di reazione apprezzabile;

bart simpsonProveremo di seguito a scalfire la superficie di ciascuno di questi quattro punti (entrare nel dettaglio di ciascuno di essi significherebbe scrivere altrettanti libri di testo), provando ad accompagnare la spiegazione di ciascuno di essi con una strampalata metafora fra una reazione chimica ed il nostro amico Bart Simpson al quale mamma Marge propone di mangiare la minestra.

spazio
Giustificazione teorica della reazione sulla base delle proprietà chimico-reattive dei reagenti coinvolti:

Il punto 1) è sicuramente quello che i testi scolastici di chimica considerano più nel dettaglio (con il rischio talvolta di lasciar immaginare che questo costituisca l’unica condizione da rispettare) e considera le caratteristiche più propriamente definite “chimiche” delle molecole prese in esame come reagenti.
In questo caso vengono sottolineate le differenze di attività, o meglio di “reattività” fra le diverse molecole, classificata sulla base di criteri di morfologici: non si dimentichi infatti che una delle verità fondamentali della chimica è la reazione esistente fra la struttura e la proprietà di una molecola.

tabella gruppi funzionali e radicali in ACD-ChemSketch

tabella gruppi funzionali e radicali in ACD-ChemSketch

Le specie inorganiche formate dal legame di ossigeno con un metallo (ovvero un elemento pochissimo elettronegativo), per esempio, avranno un certo tipo di reattività, molto diversa da quelle dove l’ossigeno risulta legato ad un non-metallo, detti anche anidridi, e lo stesso vale anche per gli idruri e per gli elementi isolati allo stato elementare…   Nel caso della chimica organica, come ricordato in almeno due articoli precedenti (“la chimica organica secondo i gruppi funzionali“) si parla addirittura di “gruppo funzionale” per indicare quella parte caratteristica della struttura che giustifica un certo modo di reagire della molecola (anzi è esso stesso la parte reattiva) e getta le basi per la classificazione delle molecole organiche in classi e sottoclassi.
Secondo un approccio più moderno, le interazioni reattive fra le molecole vengono considerate non prendendo unicamente in esame i singoli gruppi funzionali, bensì considerando le molecole nella loro interezza. L’applicazione di sofisticati sistemi di calcolo permette di considerare le caratteristiche e le interazioni dei loro orbitali molecolari, nonché la distribuzione di alcune importanti proprietà che possono stare alla base delle interazioni (es. densità elettronica) sull’intera superficie della molecola.
In pratica il chimico, guardando la formula di struttura dei potenziali reagenti è in grado di dire se essi “possono” reagire fra loro e per formare quali prodotti. In alternativa, a fronte del desiderio di ottenere un certo prodotto, può suggerire alcune combinazioni di reagenti (spesso più di una combinazione possibile) che reagendo fra loro dovrebbero almeno teoricamente portare alla formazione del prodotto desiderato.

Nella metafora, Bart può mangiare la minestra solo se dotato di strumenti idonei (gruppi funzionali reattivi), ovvero di un utensile atto a raccoglierla, come un cucchiaio o un mestolo, mentre per esempio una forchetta risulterebbe del tutto inadatta; la minestra per contro dev’essere contenuta in qualcosa che la renda accessibile, per esempio un piatto fondo o una scodella e non può essere gettate direttamente sul piano del tavolo.
La combinazione Bart+minestra non porta a nulla se le due parti non sono predisposte (per forma e quindi per funzionalità) ad interagire fra loro.

spazio
Spontaneità della reazione:

Il punto 2) è quello che ci consente di comprendere se una reazione, pur possibile sul piano teorico, possa di fatto avvenire anche in pratica.    E’ questo l’ambito dove si considerano gli aspetti energetici del sistema, come ad esempio i trasferimenti di calore, le energie potenziali racchiuse nelle diverse specie molecolari (reagenti e prodotti) sotto forma di energia chimica associata ai legami, il lavori meccanico che può essere eseguito da o sul sistema, la variazione del grado di complessità organizzativa del sistema che può essere ipotizzata in seguito alla reazione, e così via.
Siamo nel campo della termodinamica, più specificamente della termochimica, una disciplina che faticherei a voler definire strettamente chimica ma piuttosto fisica.
L’espressione che più di ogni altra riassume l’approccio termochimico alla spontaneità o meno di una reazione chimica, pur teroricamente possibile, è quella per il calcolo della variazione dell’energia libera di Gibbs fra prodotti e reagenti di una possibile reazione:

ΔG = ΔH –TΔS

Josiah Willard Gibbs (USA, 1839-1903)

Josiah Willard Gibbs (USA, 1839-1903)

Sono sicuro che molti di voi l’avranno già incontrata nel corso dei propri trascorsi scolastici: è l’equazione che permette di calcolare l’Energia libera di Gibbs. Serve a prevedere, almeno su di un piano termodinamico, se una certa reazione può avvenire oppure no, ma non soltanto: ci dice su può avvenire oppure no “ad una data temperatura”, ed eventualmente a suggerirci al di sopra o al di sotto di quale temperatura la reazione potrebbe svolgersi spontaneamente. Ancora di più: può indicarci se la reazione nel suo decorso svilupperà o assorbirà calore, ovvero rispettivamente se sarà esotermica o endotermica.

Guardiamo ora com’è formata questa equazione e di cosa tiene conto al suo interno.    Come potete vedere ogni termine contiene la lettera greca delta Δ che nel linguaggio matematico significa “differenza”: in questo caso differenza fra prodotti e reagenti. L’equazione riportata si legge pertanto così: “la differenza di energia libera di Gibbs fra i prodotti ed i reagenti (ovvero quella dei prodotti “meno” quella dei reagenti) è uguale alla differenza dell’entalpia H (sempre fra i prodotti ed il reagenti) meno la differenza di entropia S, quest’ultima moltiplicata per la temperatura alla quale si considera la reazione”.
Entalpia ed Entropia.   Due paroloni ricchi d’effetto, senza dubbio, entrati a loro volta addirittura nel linguaggio quotidiano e giornalistico, ahimè senza troppa attinenza con cosa essi descrivono in realtà.
Questi tre concetti, entalpia, entropia ed energia libera di Gibbs, sono pressoché onnipresenti nello studio della termodinamica, riproponendosi in forme e da punti di vista ogni volta differenti, in contesti applicativi talvolta inaspettati, che vanno di gran lunga oltre alla valutazione di spontaneità di una reazione chimica che abbiamo presentato.   Avremo certamente modo di tornare più approfonditamente su di essi in occasione in interventi ad essi specificamente dedicati.

Senza scendere quindi nei dettagli del significato fisico dei concetti qui solo menzionati, i valori numerici di H e di S sono disponibili in dettagliati database (e quando non sono tabulati è possibile spesso ricavarli in altro modo), con riferimento a condizioni sperimentali standard, per una grande varietà di molecole, sia inorganiche che organiche, dando per tanto la possibilità di calcolare il valore di ΔG per la reazione di nostro interesse.
Se il ΔG risultante dal calcolo è negativo, ovvero minore di zero, la reazione può avvenire ed anzi può procedere spontaneamente dai reagenti ai prodotti, a meno che non subentrino complicazioni diverse; nel caso ΔG sia positivo invece la reazione, magari pur sempre possibile sul piano formale, non può procedere spontaneamente (anzi, se fosse possibile avverrebbe in senso contrario!). Ci sarebbe però ancora la possibilità di provare ad agire sulla terza variabile dell’equazione, la temperatura (T), individuando con un semplice calcolo la temperatura richiesta per rendere negativo il ΔG, a parità ovviamente dei valori di ΔH e di ΔS che invece dipendono dagli specifici reagenti e dai prodotti previsti dalla reazione.
Un reazione con ΔG=0 si trova all’equilibrio, ovvero dal punto di vista statistico in un certo lasso di tempo ci sono tante molecole di reagenti che si combinano fra loro per formare i prodotti, quante molecole di prodotti che tornano a restituire i reagenti dai quali si sono formate.

Nella similitudine, Bart deve avere voglia di mangiare la minestra: per esempio deve avere fame, o anche semplicemente la deve trovare molto buona; nel caso in cui sia veramente ma veramente troppo sazio, la presentazione di un piatto colmo di minestra odorosa potrebbe persino scatenare in lui la reazione opposta all’atto dell’alimentazione, ovvero un conato di vomito: è il caso di un ΔG positivo, che comporterebbe la tendenza della reazione a procedere in senso contrario rispetto a come l’avevamo inizialmente immaginata.

spazio

Assenza di impedimenti sterici:
Il punto 3) è quello che deriva dal fatto, spesso sottovalutato da molti studenti, che le molecole sono strutture materiali dotate di una loro forma e di un loro volume, e lo spazio occupato da una parte di molecola non può essere occupato da un’altra.   fenolo stericamente impedito Alcune zone della molecola, magari proprio quella intorno al gruppo funzionale che dovrebbe reagire, potrebbero risultare ingombre dalla presenza ravvicinata di parti voluminose e poco scansabili della stessa molecola.    E’ il caso del 2,6-di-tert-butil-fenolo della figura qui accanto: il gruppo fenolico in colore rosso risulta poco accessibile da parte di altre molecole, per esempio di quelle che tipicamente reagirebbero molto bene con i fenoli, e pertanto interagirà poco o nulla con esse, per quanto la reazione sarebbe stata teoricamente possibile e termodinamicamente favorita.    Si dice in questi casi che il gruppo funzionale risulta stericamente impedito (“sterici” sono definiti gli ingombri volumetrici delle molecole).

Nella metafora, Bart deve essere lasciato libero di mangiare: se ha le mani impegnate ad utilizzare la consolle di un videogioco o la bocca piena di altro cibo o semplicemente impegnata a parlare con i suoi amici, ben difficilmente riuscirà a portare con successo il cucchiaio colmo di minestra alla bocca.

spazio

Velocità di reazione apprezzabile:
Il punto 4) è quello relativo alla velocità effettiva di una reazione chimica.   Se i tre punti precedenti sono rispettati la reazione comunque può procedere e procede, con la trasformazione dei reagenti iniziali in prodotti finali.
C’è però una differenza sensibile fra un’esplosione (una reazione pressoché istantanea, con aumento di volume di solito sotto forma di gas) e la formazione di ruggine su un oggetto metallico (una ossidoriduzione che può richiedere anche molti anni per “divorare” completamente il pezzo).
Se la cinematica è quella branca della meccanica (a sua volta una branca delle fisica) che si interessa del moto in relazione alle cause che lo hanno indotto, si giustifica l’espressione “cinetica chimica” per indicare lo studio della velocità con la quale avanzano le reazioni chimiche.
La velocità di una reazione chimica è sempre proporzionale alla concentrazione dei suoi reagenti, anche se il criterio matematico di questa proporzionalità può variare anche in modo radicale da una reazione all’altra, in relazione ai meccanismi stessi della reazione ed al numero delle sostanze reagenti implicate.
A livello del tutto generale possiamo supporre che se i reagenti sono molto concentrati la reazione sarà anche più rapida, mentre se sono molto diluiti (ad esempio in un solvente neutrale che serve a scioglierli), saranno minori le possibilità di incontri e collisioni casuali fra le molecole dei reagenti, con conseguente allungamento dei tempi richiesti per il completamento della reazione, o per lo meno del raggiungimento dello stato di equilibrio fra reagenti e prodotti.
La velocità di reazione è inoltre influenzata dalla temperatura, che si traduce infatti in una maggiore energia cinetica delle molecole a temperature più elevate.

A ragion del vero non possiamo inoltre tacere il fatto che lo stato fisico di aggregazione con il quale si presentano uno o entrambe i reagenti possono influenzare anche in modo drammatico la velocità della reazione. Se prendiamo una compressa effervescente (come ad esempio quella dell’Aspirina o diversi tipi di compresse vitaminiche) i cui eccipienti sono in grado di reagire con l’acqua sviluppando, fra i prodotti di reazione, le note bollicine di anidride carbonica, possiamo valutare probabilmente sull’ordine di qualche minuto il tempo di reazione complessivo del reagente contenuto nella compressa.   compresse effervescenti in acquaSe questa viene però preventivamente sbriciolata finemente ed aggiunta alla stessa quantità di acqua, vediamo che l’effervescenza parte subito in modo estremamente vivace, rischiando di far trasbordare il tutto dall’orlo del bicchiere, per esaurirsi poi del tutto nell’arco di pochi secondi.   Lo stesso si verificherebbe, con le dovute proporzioni di tempi, se l’oggetto in ferro (che impiegherebbe anni per arrugginirsi completamente fino all’interno) viene limato con molta pazienza fino a ridurlo a fine limatura di ferro: in queste condizioni il mucchietto di limatura di ferro potrebbe trasformarsi in un mucchietto di ruggine (un misto di ossidi ed idrossidi di ferro) ad opera dell’ossigeno e dell’umidità atmosferica in un tempo incredibilmente più breve.
Per non parlare poi dell’influenza esercitata dallo stato fisico dei reagenti: ovviamente i gas, con la mobilità propria delle proprie molecole essenzialmente indipendenti l’una dall’altra, corrispondono allo stato fisico al quale la maggior parte delle molecole, almeno quelle gassificabili, risulta più reattivo.   Seguono i liquidi e per ultimi troviamo i solidi. Una miscela di due solidi in grado di reagire fra loro, per quanto ridotti ad una granulometria finissima e mescolati accuratamente l’un l’altro, potrebbe in certi casi conservarsi indefinitamente senza reagire apprezzabilmente   …a meno che non si aggiunga un solvente in grado di scioglierli!
Ed ecco qui introdotto forse l’ultimo elemento di questa breve carrellata: l’importanza di un idoneo solvente, specie nella reazione fra reagenti che altrimenti sarebbero allo stato solido, come per esempio i sali inorganici, o anche nel caso della compressa effervescente descritta poco fa.   Ci credereste? L’acqua in realtà non reagiva affatto con i componenti della pastiglia.   I due reagenti coinvolti (ad esempio acido acetilsalicilico e sodio bicarbonato), gli stessi che avrebbero poi formato le bollicine di anidride carbonica, erano entrambe già presenti nella compressa: semplicemente allo stato asciutto essi non erano in grado di reagire fra loro, erano praticamente “congelati” in un assetto strutturale rigido, come due colleghi che pur lavorando fianco a fianco continuano a mantenersi ognuno sulle sue. L’acqua ha permesso la solubilizzazione di entrambi, che per tanto hanno avuto modo di incontrarsi nell’ambiente idoneo in modo cosiddetto “solvatato”, più liberi di muoversi e di esprimere le loro funzionalità individuali e se son rose… intendevo: se son bollicine emergeranno.

Nella metafora, Bart potrebbe sì procedere iniziando a portarsi alla bocca il cucchiaio con la minestra ma, sopraffatto dalla pigrizia dovuta all’eccessivo peso del cucchiaio, nonché probabilmente da una fame piuttosto limitata, questa operazione potrebbe tirare veramente per le lunghe, tanto che il mattino dopo la sua mamma lo potrebbe sorprendere ancora in cucina con il cucchiaio in mano: “ma sei ancora lì?”.
Per fargli superare quel piccolo-grande gap di energia richiesta dall’atto stesso del mangiare, possiamo però aiutare il nostro amico giallo in un altro modo: possiamo cercare il giusto catalizzatore per aiutarlo a superare questa difficoltà iniziale, facendo tesoro del detto: “l’appetito vien mangiando”.
Un catalizzatore è una sostanza che pur “attraversando” intatta il processo di reazione, cioè non consumandosi né venendo prodotta dalla reazione, permette di velocizzare, spesso in modo veramente determinante, una reazione comunque possibile sulla base delle tre condizioni finora esaminate.   Per una descrizione corredata di video sul significato e la funzione della catalisi, si rimanda al precedente intervento: “bruciare lo zucchero? un piccolo stratagemma spiegato
Nel caso di Bart, un catalizzatore molto amato dai bambini inappetenti è accendere la TV: magari stanno trasmettendo i Simpson!

Una risposta a le reazioni chimiche: perché alcune avvengono ed altre no?

  • Dario scrive:

    Ottima trattazione di chimica!Complimenti per le modalità di esposizione chiara, precisa ma allo stesso tempo elementare e comprensibile. Peccato che in pochi conoscono la bellezza di questa disciplina, macchiandoci, alcune volte, di essere inquinatori.

    Dario
    (Un laureando in Chimica Industriale)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sostieni la divulgazione della Chimica
Il tuo libero contributo sarà interamente devoluto alle attività di divulgazione della Chimica.
CONDIVIDI QUESTO ARTICOLO
RICHIEDI LA NEWSLETTER
Una mail settimanale con gli aggiornamenti delle pubblicazioni, le attività dell'Associazione e le novità del mondo della divulgazione chimica
SEGUI CHIMICARE ANCHE SU FACEBOOK
segui chimicare anche su facebook
gli ultimi articoli inseriti
IL CARNEVALE DELLA CHIMICA
il più grande evento italiano che ogni mese riunisce decine di blogger attivi nella divulgazione della chimica. Da un'idea di Chimicare e Gravità Zero
ARCHIVI ARTICOLI chimiSPIEGA PER MESE
SEGUI CHIMICARE ANCHE SU TWITTER
Non solo gli aggiornamenti degli articoli pubblicati sui nostri blog e le novità del Carnevale della Chimica, ma anche le segnalazioni dei migliori interventi di divulgazione chimica in lingua italiana nel web.
ABBONATI AI FEED DI CHIMISPIEGA
Vota questo articolo..
http://www.wikio.it