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la madre di caffè per acidificare il terreno delle orchidee?

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“[…] mi chiedevo quali legami ci fossero con alcune ‘nozioni’ che vengono tramandate… ad esempio quella che i fondi di caffè mescolati nel terreno di piante acidofile (nel mio caso orchidee) sarbbero graditi alle medesime in quanto aumenterebbero la acidità del terreno troppo spesso compromessa dalla acqua potabile solitamente calcarea… dalle mie parti.”

Corrado

(commento ricevuto a proposito del post “un indicatore domestico: il vino come il tornasole”)

Non è raro che mi vengano posti interrogativi del genere ed anzi, in verità, essi rappresentano forse la maggior parte dei quesiti che ricevo. In essi si esprime la volontà, sicuramente motivata da ottimi principi etici, nonché dalla nostra tradizione contadina, di non sprecare nulla, di riciclare per lo meno l’organico nell’organico, gli avanzi per fare cibo nuovo o se non altro, come in questo caso, fiori. fondo_caffè_madre Si parte in realtà da un presupposto, spesso ahimè più morale ed ideale che pragmatico, che Madre Natura riservi per noi sempre le risposte ed i rimedi dei quali abbiamo bisogno: ammesso – e non ho poi tutta questa difficoltà ad ammetterlo – che questo assunto possa anche contenere del vero, è altresì meno probabile che tutto ciò che la natura ha riservato per il nostro benessere sia necessariamente racchiuso sui ripiani della nostra dispensa, tantomeno sul ciglio della nostra pattumiera. Nel senso che se tutto questo è pur sempre potenzialmente possibile, non possiamo tuttavia investirci una dose di fiducia che rischierebbe in molti casi di andare poi tradita.
Se poi il fatto stesso che un rimedio sia ricavabile da un rifiuto costituisca in sé un valore maggiore del beneficio stesso ricavabile dal rimedio, bè questo è tutt’altro altro argomento e sarebbe da argomentare più un blog dedicato alla gestione dei rifiuti che a uno dedicato alla chimica, o se vogliamo anche alla botanica.

Tutto questo, beninteso, senza scendere ancora nel merito della specifica domanda che il nostro amico ci pone, ovvero se i fondi di caffè possano o meno essere di aiuto per la crescita delle orchidee in qualità di ammendante per la correzione in senso acido del pH del loro substrato di coltivazione.
Per non essere tacciato di voler respingere a priori i rimedi naturali, a favore di chissà quale diavoleria chimica, mi asterrò scrupolosamente dal tirare in ballo rimedi alternativi di sintesi, restringendo invece l’ambito alla chimica delle sostanze organiche naturali.

paphiopedilum_thailandense_chimica In realtà quando si entra in gioco con un prodotto complesso come un sottoprodotto di origine vegetale o animale, un cosiddetto rifiuto, ci si concentra troppo spesso sull’albero dimenticandosi della foresta che lo circonda. Magari si introduce il fondo di caffè, il the esausto, la buccia di banana o quant’altro in funzione del suo contenuto in una certa sostanza utile, magari assolutamente dimostrato, ma si trascura il fatto che insieme a questa si apportano altre centinaia o migliaia di ulteriori sostanze, anch’esse naturali, a volte anch’esse favorevoli, nel più dei casi indifferenti, in alcuni casi avverse.
Nel contesto di un utilizzo massivo di biomasse da rifiuti organici (il cosiddetto “umido”) il fatto stesso di miscelare prodotti di natura molto diversa (es. diversi tipi di scarti animali e vegetali) attutisce in un certo senso questo rischio: non si sarà portato in campo il toccasana universale ma molto probabilmente neanche una miscela intrinsecamente pericolosa per le nostre colture. Quando si va invece ad isolare un sottoprodotto – nel nostro caso la madre di caffè – si definisce un profilo composizionale che per quanto estremamente complesso è comunque relativamente costante nei suoi tratti generali.

Nello specifico, il fondo di caffè è un sottoprodotto che differisce dalla stragrande maggioranza dei sottoprodotti di origine vegetale proprio per la sua estrema carenza di sostanze solubili in acqua: tutto o quasi cosa poteva sciogliersi si è sciolto durante il processo di estrazione, tra l’altro con acqua a temperatura di 100°C se non addirittura surriscaldata. Tutti gli acidi inizialmente presenti nel caffè tostato, come quelli generici dei semi e della frutta (es. acido malico, citrico, tartarico, succinico, ecc) ed anche quelli più specifici del caffè (acidi clorogenici, acido quinico, acido caffeico, ecc) sono stati estratti, finendo nella tazzina, e quello che resta nella madre è per lo più formato dalla matrice polisaccaridica e proteica “indebolita” prima dal trattamento di tostatura, poi da quello di estrazione con acqua calda.
Per contro anche gli alcaloidi (come dice il nome, dalla caratteristiche alcaline, cioè basiche, il contrario di acide) come la stessa caffeina sono fra le prime sostanze ad essere estratte dall’acqua bollente e neppure loro possono più entrare in gioco per condizionare le caratteristiche di acidità del fondo di caffè.

Detto questo, dopo tutta questa premessa, metto mano a dei dati sperimentali, e verifico che il pH della madre di caffè è di circa 5.8-5.9 e l’acidità titolabile (espressa come ml di NaOH 0.1N per 100 g di prodotto) è circa 158-160.

Non è certo oggetto di questo intervento chiarire il significato ultimo della differenza fra pH ed acidità titolabile (prometto che lo farò in un prossimo post), ma un paio di considerazioni operative le possiamo pur fare: un pH basso (acido) in un prodotto di origine naturale è motivato o dalla presenza di quantità seppur estremamente ridotte di un acido molto forte (come l’acido cloridrico nei succhi gastrici) o in concentrazioni elevate di un acido piuttosto debole, solitamente di tipo organico (es. l’acidità del limone dovuta a concentrazioni elevate di acido citrico, o quella dell’aceto motivata allo stesso modo dall’acido acetico). indicatore universale di pH in rotolo Dall’altra parte, l’acidità definita “titolabile” (o anche “numero di acidità”) è un indice di quanto acido, debole o forte che sia è presente, percentualmente, o se volete in grammi per litro (o per chilogrammo) del prodotto indicato. Un acido molto molto debole presente però in quantità elevate impartirà probabilmente al prodotto un pH non molto acido (quindi di poco inferiore al 7, come nel caso della madre di caffè) e per contro un’acidità titolabile piuttosto elevata.

Dovendo aggiungere ad un terreno un prodotto “ammendante” con lo scopo di correggere l’acidità, saranno per lo più da favorire non tanto quelli con un pH molto acido ed un’acidità titolabile ridotta (che rischierebbero da un lato di traumatizzare la pianta e la microflora batterica del terreno, dall’altro verrebbero neutralizzati probabilmente molto velocemente nello spazio e nel tempo), ma piuttosto quelli con un pH moderato (es. non inferiore a 4) accompagnato da un’acidità titolabile discretamente elevata. Gli acidi deboli contenuti nella maggior parte dei sottoprodotti vegetali mostrano inoltre benefiche capacità tamponanti nei confronti del pH: finchè permangono nel terreno infatti, oltre a contribuire ad una sua leggera acidificazione, concorrono a mitigare successivi sbalzi repentini nei valori di pH, sia in senso acido che in senso basico.

Ma torniamo ai valori di pH e di acidità titolabile che ho appreso per i sottoprodotti dell’estrazione del caffè.
Letto così, mi dico, il prodotto sembra essere un correttivo di acidità se non ottimo, per lo meno discreto. Però poi mi soffermo ancora a pensare.

Il primo pensiero che mi passa per la testa è che in realtà quasi tutti i prodotti di origine vegetale, chi più chi meno, salvo ovviamente le solite eccezioni, hanno un pH debolmente acido per la presenza di acidi organici deboli ubiquitari in natura. Molti di loro sono quelli che nei corsi di biochimica entrano a far parte del cosiddetto “ciclo degli acidi tricarbossilici” o ciclo di Krebs (es. acido citrico, acido succinico, acido isocitrico, acido malico, ecc). Nel caso di prodotti stressati meccanicamente (es. tagliati, tritati, schiacciati), dove pertanto il contenuto del citoplasma cellulare fuoriesce ed entra in contatto con l’atmosfera, o che hanno addirittura iniziato il loro processo di decomposizione, specie se in condizioni aerobiche, questa acidità risulta ancora più marcata. Se pensiamo poi a prodotti come il succo di arancio o di limone, l’aceto e le stesse acque oligominerali più gassate, ci accorgiamo che la natura domestica abbonda di rimedi naturali per rendere più acido il pH del terreno, rimedi che in virtù della loro maggiore acidità (intesa sia come pH che come acidità titolabile) per unità di peso richiedono dosi d’impiego sicuramente minori di quelle immaginabili per i fondi di caffè, riducendo di conseguenza il rischio di lasciare letteralmente le radici della pianta “immerse nella madre”, e gli orchidofili sanno bene che non si dovrebbe intasare l’apparato radicale di questi particolari vegetali con quantità eccessive o troppo appressate di terreno, o di qualcosa che per struttura gli assomiglia comunque molto.
rifiuti_scarti_frutta_verdura Il problema diveneterebbe pittosto cosa fare se volessimo basificare il terrono, ovvero renderlo meno acido e più alcalino, dal momento che i principali rimedi casalinghi (es. calce, gesso, soda, ammoniaca) hanno tutti in comune il difetto di apportare al terreno “qualcosa” di non così indifferente per il metabolismo vegetale (rispettivamente calcio, calcio e solfati, sodio ed azoto).
Ma per l’acidificazione, appunto, non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta!
Gli acidi organici contenuti in frutta e verdura, oltre che risultare perfettamente biodegradabili, non impattano in modo negativo sulla fisiologia dell’apparato radicale delle piante ed anzi, quelli tricabossilici (es. il citrico) chelano i metalli con l’effetto di rendere maggiormente assimilabili diversi microelementi che altrimenti sarebbero a rischio di insolubilità e quindi di in assimilabilità, come ad esempio il ferro, il rame ed il manganese.

Il secondo pensiero che mi viene in mente è: com’è possibile che con le condizioni di estrazione così drastiche utilizzate per ottenere la bevanda-caffè, ovvero l’estrazione con acqua bollente, vi siano ancora nella madre degli acidi liberi e idrosolubili? Se non fossero solubili in acqua non potrebbero contribuire al pH, che viene in questi casi misurato per dispersione al 10% di madre di caffè in acqua demineralizzata. In primo luogo posso ammettere che per quanto intensa nella modalità, l’estrazione in questione non sia ottimizzata nei tempi e nei volumi: sia in sostanza troppo rapida e realizzata con un volume di acqua troppo ridotto. Sarebbe interessante verificare se il caffè estratto con ricircolo di acqua pura, magari per un paio di giorni di seguito come nel classico estrattore di Solxlet dal sapore un po’ ottocentesco, continui a mantenere le sue caratteristiche acide. In secondo luogo, posso ammettere che il trattamento con acqua surriscaldata abbia indotto un inizio di auto-idrolisi a carico delle strutture costituitive essenziali della matrice caffè, ad esempio sugli arabino-galattani che dovrebbero essere fra i polisaccaridi più abbondanti contenuti in questo prodotto, inducendo dapprima la formazione di oligosaccaridi (fibra solubile), quindi di monosaccaridi galattosio ed arabionosio liberi e perché no, predisponendo magari questi ad un’ossidazione ai corrispondenti acidi uronici. Siamo ovviamente solo nel campo delle ipotesi, tirate in ballo per giustificare quella che in realtà risulta essere un’evidenza sperimentale.

contadini_nuova_scozia Tornando alle argomentazioni iniziali, quelle formulate prima di verificare le caratteristiche effettive della madre di caffè, essi restano sempre e comunque validi. Quando si ha a che fare con materiali di elevata complessità composizionale come questi e si pensa di introdurli per apportare un beneficio (quello che a noi in realtà interessa, più ancora dell’acidificazione del terreno, è un beneficio generico) per la pianta, e per di più la pianta in sé stessa, orchidea o no che sia, è una realtà complessa come poche altre al mondo, ecco che allora non c’è modello preconfezionato, non c’è ragionamento razionale lineare e consequenziale, meccanicistico semplice che tenga.
Possiamo appellarli alla tradizione culturale dei nostri avi, che in secoli di esperienza hanno saputo selezionare i rimedi naturali giusti per specifici disturbi su specifici soggetti (es. “dai il prodotto XX alla pianta YY che soffre del problema ZZ e vedrai che starà meglio”) ma altrimenti, quando l’esperienza dei nonni non può venirci in aiuto (ipotesi: dove sono spontanee le orchidee, per assurdo, non era noto il caffè) credo sia meglio analizzare caso per caso, attentamente, senza cadere nella tentazione di facili generalizzazioni, cercando di ricorrere a rimedi il più possibile “semplici”, quindi più decifrabili nelle loro conseguenze dirette ed indirette e quindi più monitorabili, quand’anche di origine naturale.
Perché ancora una volta, alla chimica non dovremmo tanto chiedere delle risposte, ma piuttosto dei metodi e degli strumenti per trovarne da soli.

Una risposta a la madre di caffè per acidificare il terreno delle orchidee?

  • Mario scrive:

    Oltre a quanto detto da Admin dal punto di vista biochimico….la cosa più importante dal punto di vista pratico è evitare che i fondi di caffè mescolati al terreno producano delle muffe pericolose per le piante. Spesso questo accade agli entusiasti dell’uso dei fondi di caffè. Ogni residuo organico che non sia stato prima ben compostato non è utile mescolarlo nel terreno proprio a causa di questi inconvenienti,

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