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silicio

le molecole che la natura non sa fare

Ci sono cose che la natura non sa fare.A. Kircher: Magneticum Naturae Regnum. Raffigurazione alchemica della Natura (1667) E fra queste vi sono anche tanti tipi di molecole, che in fondo non sono altro che le unità composizionali fondamentali di “cose” più ampie ed organizzate.   Più nello specifico, ci sono pezzi di molecole, specifici raggruppamenti di atomi che la natura, nella sua espressione vegetale, animale, fungale o batterica, non è in grado di mettere insieme, ovvero di sintetizzare attraverso le vie sintetiche naturali, ovvero le cosiddette vie biosintetiche.

Il fatto che gli esseri viventi si siano evoluti e perfezionati nel tempo per effettuare alcune (a dire il vero moltissime!) trasformazioni biochimiche e non altre pur possibili (tanto che l’uomo oggi le realizza a livello di laboratorio o industriale, talvolta in condizioni neanche così estreme come si potrebbe immaginare) non è in molti casi legato a condizioni di oggettiva incompatibilità con la natura biologica dell’essere vivente, ma ad un semplice fattore di casualità, variabile sempre fondamentale nel gioco dell’evoluzione e che crea molto spesso le basi per la successiva selezione naturale, ed eventualmente ad un fattore di non particolare convenienza evolutiva.

tert-butyl radical Giusto per fare un esempio, è pienamente concepibile che all’interno di un essere vivente, almeno così come li possiamo incontrare sul nostro pianeta, non possano avvenire reazioni di fissione nucleare; più curioso è il fatto che un banale gruppo di atomi formato da 4 carboni, il cosiddetto tert-butile, noto anche come 1,1-dimetiletil (in figura) non compaia, almeno a quanto mi è dato sapere, in nessuna molecola sintetizzata da piante, animali, funghi o batteri.    Continua...

viaggio dentro un microchip: il granello di sabbia con una memoria da elefante

di Francesca di Monte

“In una notte di gennaio, da solo in laboratorio e con le mani tremanti” l’ingegnere vicentino Federico Faggin cambia il corso della storia: è il 1971 e il primo microchip, o circuito integrato, vede la luce, aprendo la strada ad un’era informatica che neanche l’inventore stesso poteva immaginare.

Quello che fino ad allora sembrava dovesse per forza occupare un’intera stanza, diventa piccolo, talmente piccolo che oggi possiamo tenerlo in tasca.
Il microchip Intel 4004 sviluppato da Faggin, portava le iniziali del suo inventore “F.F”

microchipIl microchip, dispositivo in grado di compiere operazioni di calcolo o di elaborare grandi quantità di informazioni, è il “cuore” tecnologico, o meglio, il “cervello” di tutti gli strumenti elettronici: dai computer ai telefonini, dalle calcolatrici agli elettrodomestici, dagli orologi alle automobili.
Ogni microchip è formato da milioni di minuscoli “mattoncini” elettronici più o meno complessi (i più noti sono i transistor e i diodi) racchiusi in superfici sempre più piccole: quando sono nati i primi transistor erano grandi diversi centimetri, ora si riesce a farne stare 30 milioni sulla capocchia di uno spillo (il primo microchip monolitico della storia, l’Intel 4004 elaborato da Faggin conteneva “solamente” 2300 transistor).
I transistor che costituiscono i microchip sono costruiti su delle piastrine di silicio, considerato per tale motivo l’elemento base dei circuiti integrati.   Continua...

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